Andrea Murdock Alpini. Il Colore sotto la Superficie.

07 di Ottobre, 2021 - Subacquea - Commento -

Di Eleonora Medda, fotografie di Andrea Alpini

Andrea Murdock Alpini. Il Colore sotto la Superficie.

Se dico “blu”, a che colore pensate? Quanti diversi toni di blu vi vengono in mente? Per chi, come noi, ha scelto di rompere la superficie del mare per accedere al mondo sottostante, “blu” è una parola che identifica decine di colori diversi. Di quel blu, in mare, abbiamo visto innumerevoli combinazioni di croma, saturazione, valore. Nella nostra esperienza abbiamo imparato quanta influenza il colore, con cui l'acqua ci accoglie, abbia sul nostro senso di sicurezza e di agio in acqua.

Dicono gli scienziati che l'occhio umano abbia una sensibilità alle differenti sfumature di verde di gran lunga superiore a quella per gli altri colori. Questo sarebbe una vestigia della nostra antica vita di animali della foresta, il cui occhio si è sviluppato per riconoscere, tra i mille verdi diversi di fogliame e vegetazione, ogni insidia o pericolo.

Allo stesso modo, immagino si sia sviluppato l'occhio di Andrea Murdock Alpini, l'uomo che più di ogni altro oggi sa raccontare, come in una critica d'arte, i colori del mondo sommerso.

Una formazione culturale di tipo artistico, prima al Liceo e poi all'Università, ha infatti forgiato l'occhio e la mente di Andrea, acuendo la sua sensibilità ai colori. Dopo gli studi, culminati con due lauree, una in Architettura e una in Economia, usa il suo bagaglio culturale, tecnico e artistico per aprire una galleria d'arte contemporanea. Inizia a scegliere, studiare, descrivere, spiegare forme e colori.
Poi la svolta, il cambio di vita.

Ceduta la galleria d'arte, trasforma la passione per la subacquea in professione e impresa. Inizia a sviluppare una carriera in cui incarna quattro ruoli: istruttore, esploratore, imprenditore, divulgatore.

Cambia il modo di vivere, ma non la forma mentis. L'occhio resta lo stesso. L'istinto anche. Inizia a scrivere di subacquea, descrivendo le immersioni col lessico dell'arte.
Racconta di relitti e coralli come di acquerelli e tempere.

Questo, e molto altro, ci regala Andrea Murdock Alpini, il primo critico d'arte specializzato in nature vive subacquee...
Ho occasione di intervistarlo in un afoso pomeriggio di fine giugno.


Lui in Lombardia, io in Sardegna. Siamo entrambi alla vigilia di un viaggio, ma grazie alla cortesia squisita di Andrea, riusciamo a trovare uno slot di tempo per una video chiamata.

Andrea, nel mondo della subacquea interpreti diversi ruoli: Esploratore, Imprenditore, Istruttore, Divulgatore. Qual è il fil rouge che unisce questi diversi aspetti della tua attività?

Il mio ingresso in questo mondo è avvenuto da bambino: i miei genitori erano subacquei e dall'età di cinque anni ho avuto la possibilità di fare le prime esperienze, proseguite poi negli anni successivi con i vari brevetti. Ho sviluppato poi un mio percorso personale, seguendo le altre mie passioni, come l'arte e l'architettura, che mi ha portato prima ad insegnare all'Università e per la Business School de Il Sole 24ore, poi ad aprire le mie gallerie d'arte contemporanea. Ottenuta soddisfazione con le gallerie ho scelto di voltare pagina per dedicarmi totalmente all'attività subacquea, trasformando la mia passione in un lavoro.

Ovviamente il primo passo è stato lavorare come istruttore, per cercare di capire quali dinamiche muovono i subacquei: quali attrezzature consumano, quali servizi richiedono. Nel contempo, ho seguito l'esigenza di scoprire luoghi nuovi e, soprattutto, riscoprire luoghi già noti. È stato proprio il nesso con questo modo di pensare che ho mutuato dalla critica d'arte, in cui si danno sempre nuove letture anche delle opere già studiate e note, che mi ha portato, soprattutto nei primi anni a scrivere di luoghi già conosciuti, talvolta anche già ampiamente esplorati da altri subacquei. Il mio scopo non era parlare della tecnica di immersione, né dell'aspetto meramente storico nel caso dei relitti, né dar voce all'ego personale che spesso è quello che spinge le persone a fare determinate immersioni. La mia volontà era quella di trasmettere emozioni e sensazioni che fossero legate al luogo raccontato, in modo da renderle fruibili a tutti, allontanandomi dai modelli precedenti, spesso così incentrati sugli aspetti tecnici, didattici, di complessità dell’immersione, da risultare più incentrati sulle capacità tecniche e fisiche del subacqueo che sul luogo oggetto dell'immersione.

Io invece penso che a essere interessante e affascinante, per i lettori, sia l'aspetto sensoriale, e anche questo per me viene dall'arte: l'idea di coinvolgere i sensi, non solo la vista. A parte l'olfatto, sott'acqua, uso tutti i sensi: persino il gusto, ad esempio usando le miscele, alcune volte riesco a descriverlo. Parlare di queste sensazioni, delle emozioni che suscitano, mi permette di rendere accessibile il mio racconto anche a chi non appartiene al mondo della subacquea, che non ha le conoscenze per apprezzare la complessità del gesto tecnico o sportivo, ma attraverso un lessico esperienziale e emotivo può godere comunque dei reportage di immersione, sentendosi coinvolto in quell'esperienza che gli sarebbe altrimenti preclusa.


Questa indole artistica si coniuga in te con la vocazione manageriale, generando PHY Diving. Come è nata l'idea di realizzare attrezzature subacquee?

A me è sempre piaciuto inventare le cose, anche se ciò che faccio oggi non è mai un “inventare” o un semplice ideare, ma una trasformazione e sviluppo di ciò che esiste, attraverso la creatività e la mia visione personale del singolo prodotto.

La PHY Diving nasce con lo scopo di sviluppare progetti, prevalentemente per la subacquea tecnica per perfezionare attrezzature, credendo che design e progettazione possano migliorare sensibilmente il comfort del subacqueo durante l'immersione. Costruzione, materiali, ergonomia, dettagli sono continuamente riesaminati e modificati sulla base del feedback fornitoci dalla comunità subacquea, che ormai utilizza i nostri prodotti negli ambienti e nelle tipologie di immersione più disparate. Lo sviluppo del prodotto è quello classico del Made in Italy: scelta accurata dei materiali, approccio artigianale al “su misura”, verifiche continue e produzione in Italia. In più abbiamo un approccio tecnologico allo studio dei dispositivi. Non ci limitiamo a un trasferimento in ambito della subacquea di materiali nati per altri ambiti, tipo l'alpinismo o il nuoto, ma dedichiamo anche anni a sviluppare prodotti concepiti ex novo, di solito sulla base delle istanze di chi ha bisogno di corredi super performanti da usare nell'ambito di spedizioni di esplorazione subacquea. Quando il mio team realizza finalmente il capo base lo testo in prima persona. Dopo queste prime verifiche, sono i nostri Ambassadors a provare i prototipi e suggerire eventuali migliorie.

È un processo veramente stimolante! Ed è una grandissima soddisfazione quando, dopo tanto lavoro, vediamo che il prodotto è funzionale e performante.


Andrea, il tuo prodotto è al 100% Made in Italy. Credi che questo possa essere un punto di forza nel mercato subacqueo attuale?

La subacquea è nata in Italia, questo è innegabile. I grandi marchi storici di subacquea sono nati in Italia, e il livello qualitativo qui è ancora molto alto. All'estero persistono grandi aziende che, puntano alla qualità, tuttavia alcune aziende non offrono più i livelli di un tempo. I nostri punti di forza oggi possono essere proprio l’assistenza sul territorio e l’alta qualità manifatturiera.

Credo che spunti sempre nuovi, per sviluppare le tue attrezzature subacquee, ti vengano anche dalla attività di istruttore. Come vivi questo tuo ruolo e la grande responsabilità che ne consegue? Cosa cerchi di trasmettere ai tuoi allievi durante i corsi?

In primis, cerco di trasmettere il rispetto verso sè stessi, verso i compagni di immersione e verso l'ambiente in cui ci si trova, in senso più ampio del mero aspetto ambientalista. Cerco di formare, non solo insegnare, cioè cerco di rendere gli allievi coscienti e consapevoli, ma anche curiosi e capaci di uscire dagli schemi. So di pretendere tanto dai miei allievi: lo faccio proprio per renderli consapevoli dell'impegno e soprattutto dell'autodisciplina che la subacquea richiede. Miro a far sì che ciascuno riesca a individuare il proprio limite, sempre nell'ambito di quelli stabiliti dal brevetto. Per esempio non insegno un solo modello di decompressione, tendo a dare ai miei studenti tante informazioni e, di conseguenza, sviluppare in loro la capacità di scegliere il metodo più adatto a sé. Formare, per me, significa far praticare un ampio ventaglio di esperienze diverse, così da rendere gli allievi consapevoli e capaci di compiere le proprie scelte. Quando si riesce a sviluppare tutto il percorso di apprendimento è veramente una grande soddisfazione e un'esperienza di vita, per entrambe le parti.


A proposito di esperienze di vita, hai all'attivo sempre tante esplorazioni da raccontare. Cosa spinge Andrea Murdock Alpini a esplorare e raccontare le proprie esperienze?

Per me, esplorare o, come preferisco dire, affrontare immersioni avanzate, è un modo per conoscere me stesso. Ogni immersione conduce a un’esperienza interiore, a un ampliamento del proprio sguardo, a una crescita umana. D'altro canto, essa porta con sé anche lo stimolo e la necessità di evolvere le tecniche. È un processo duplice, umano e tecnico. Anche solo la preparazione della attrezzatura prima di una spedizione o di un viaggio, implica un momento di selezione e di scelta, non solo di tecniche e attrezzature, ma anche di ciò che interiormente si potrà portare con sé e cosa invece dovrà essere lasciato a casa.

Ogni volta sono più le cose che lasci, di quelle che porti con te nel viaggio. E poi una volta in acqua, ancora operi una scrematura e usi solo una parte di ciò che hai portato. Credo che questa sia un po' una metafora della vita, dove devi scegliere continuamente cosa e chi portare con te. Esplorare un relitto, preparare una spedizione, studiare le attrezzature, stare con le persone, stringere amicizia, per me sono tutti modi di conoscere in primis me stesso oltre che persone e luoghi. L'immersione in sé è solo una parte di un'esperienza più grande, del problema complessivo che voglio affrontare.

È proprio questo aspetto di ricerca interiore che mi porta a conoscere i luoghi e a descriverli attraverso le sensazioni che provo. Ed è in questo modo che cerco di trasmettere ai lettori la conoscenza di quei posti. Questa parte emozionale dei miei racconti nasce perché la sento già prima di immergermi, spesso è già in decompressione, mentre controllo i miei parametri, che io inizio a scrivere nella mia mente, ciò che voglio raccontare. Segue poi un lavoro di filtraggio che faccio di fronte alla tastiera, scegliendo, tra gli elementi più personali, quali svelare e quali criptare nel testo che sottopongo al pubblico. Non scrivo per me stesso, certo, ma non posso non condividere ciò che disse Hemingway: “Un testo è come un iceberg: il 10% corrisponde alla punta dell'iceberg, e deve essere comprensibile a tutti mentre il 90% del significato sta sotto la superficie: è stratificato”. Scrivo quel che ho provato, non c'è niente di costruito. E con questo esplicitare il mio sentire, trovo finalmente il modo di coinvolgere il lettore, affinché la mia storia possa avere valore, anche per lui.

In foto Andrea Alpini


Eleonora Medda

Sarda, classe 1981, mamma di tre ragazzi, subacquea dal 2012, E-CCR Diver e subacquea tecnica.
Odontoiatra innamorata della mia professione, appassionata di Mare, Storia e Storia Navale, divido
il mio tempo libero tra immersioni, libri e articoli di Subacquea e Storia Navale.
Di formazione umanistica, mi piace cercare e studiare le tracce dell'uomo anche sott'acqua. Sono perciò
i relitti, l'Archeologia subacquea, le esperienze dei Grandi Subacquei, la Storia della Subacquea stessa,
i temi che più mi piace approfondire e raccontare.
Ogni tanto scrivo anche di denti, ma questa è un'altra storia!

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