Antichi apneisti e antiche bellezze

04 di Dicembre, 2020 - Storia - Commento -

Skandalopetra, un'immersione antica millenni

Valentina Cornacchione

Se l'antica Grecia è la culla della nostra civiltà, è sicuramente anche la culla delle tecniche di apnea: sono noti gli antichi pescatori di spugne greci, che per raggiungere le profondità desiderate, usavano la tecnica dell'immersione in apnea con la Skandalopetra. Scomparsa negli anni '60, negli ultimi 10-15 anni è riemersa come disciplina atletica. Si tratta di un’ immersione molto tecnica e sicura:

Tutto consiste in un tuffo in apnea in assetto variabile usando come zavorra una pietra (petra) di circa 12-15kg levigata e con una forma idrodinamica, legata con una fune lunga circa 30 braccia (circa 30 metri, all'epoca si misurava "a braccio").

In questa antica disciplina non c'è dispendio di energia, l'attività è paragonabile alle discese in assetto variabile. L'atleta, mentre è ancora in barca, si prepara all'immersione tenendo in mano la pietra; dopo essersi tuffato, resta immobile ed il più verticale possibile.

L'immersione con Skandalopetra più nota agli apneisti contemporanei resta comunque quella di Haggi Statti, pescatore di spugne greco che il 14 luglio 1913, nella baia antistante il porto dell'isola di Scarpanto, recuperò l'àncora persa dalla nave della Marina Militare Regina Margherita alla profondità di ben 83 metri!

Solitamente le difficoltà che si riscontrano sono l’oscurità (si va senza senza maschera) e il termoclino. In base alla velocità e la direzione della discesa,  la compesazione e l’ arrivo alla profondità dichiarata dall’ atleta sono i punti più delicati. Perciò, anche ai giorni nostri, servono 2-3 giorni di allenamento così che ci si possa abituare a questo tipo di immersione molto tecnico.

L'apneista, durante la discesa, maneggia la pietra servendosene come freno, come timone e, naturalmente, come zavorra.

Al termine dell'immersione si appoggiano i piedi alla pietra, si tira la corda con la quale si era assicurati insieme alla pietra e ci si lascia salpare dall'assistente di superficie. È quindi fondamentale la sinergia della coppia tuffatore-assistente: quest'ultimo, in ogni istante deve conoscere la profondità alla quale si trova l'apneista, sentire quando rallenta per compensare, quando lascia la pietra, quando arriva sul fondo ed infine quando è il momento giusto per farlo risalire.

In qualche isola della Grecia questa attività esiste ancora nelle sue più antiche tradizioni: a Kalymnos, ogni primavera i pescatori lasciavano l’isola tra molti festeggiamenti per andare a pescare le spugne per tutta l’estate sia nei mari dell’Egeo che in tutto il Mediterraneo.

Esistevano (ed esistono ancora) diverse specie di spugne che i Greci cercavano: le più famose e comuni erano le Kapadike, mentre le piu’ pregiate erano le Fine, chiamate anche "spugne di seta" per la loro estrema morbidezza (oggi si trovano sotto il nome di Fine Dama).

Una delle più antiche testimonianze relative alla modalità di raccolta risale al 180 d.C., quando Oppiano di Anazarbo raccontava di caccia e pesca e relative tecniche.

Per quanto ne riguarda l'utilizzo, sappiamo che le spugne marine erano molto apprezzate per la cura del viso e del corpo nell’antica Grecia. Essa viene addirittura citata nel libro XVIII dell’Iliade di Omero.

Inoltre, in epoca romana erano utilizzate per foderare l’interno delle armature militari.

Oggi, oltre agli usi cosmetici ed igienici per la cura del corpo tramandati dai nostri antenati greci, la spugna naturale viene spesso utilizzata anche per il restauro delle opere d’arte e per la lavorazione della ceramica.

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