Chi sono le pescatrici di perle giapponesi?

26 di Aprile, 2022 - Racconti di mare - Commento -

Di Marta Bello

Nella nostra tradizione e nella nostra cultura il mare è comunemente associato alla figura maschile. Il mare di per sé in italiano ha il genere maschile, e se pensiamo ai pirati e ai pescatori, non ci sovvengono molte figure femminili.

In antichità si credeva nella leggenda secondo la quale le donne a bordo portassero sfortuna, insomma, dalle credenze popolari alle leggende, le donne vengono comunemente escluse dal mare. Ma è davvero così?




Oggi proviamo a spingerci un po’ oltre e andiamo nel lontano oriente, per la precisione, in Giappone.

Qui, tra la realtà e il mito, troviamo quelle che vengono considerate “le sirene del Giappone”:

(海女), chiamate “uminchu” a Okinawa e “Kaito” sulla penisola di Izu.


Chi sono le donne ama?

Ama significa “Donna del mare”: sono tutte donne pescatrici che dedicano la loro vita al mare. Si immergono sempre in apnea fino a 30 metri di profondità, non usano bombole né attrezzature e sono pescatrici di perle. Il loro lavoro si svolge prevalentemente nei mesi di giugno e luglio.

Secondo la tradizione giapponese, le donne ama esisterebbero da circa duemila anni. Molti fotografi e fotografe hanno documentato questa realtà per preservarne la memoria.

Nina Poppe, una fotografa e curatrice d’arte tedesca ha curato e pubblicato “Ama”, un libro fotografico in cui, con ben due viaggi nel lontano Giappone, racconta la storia di queste donne di mare prima che scompaiano.



Fotografia di ©Nina Poppe 

Il lavoro della fotografa è stato fondamentale perché questa figura sta scomparendo. Unendo la fotografia e il mare, ne ha preservato la memoria. 

Le ragazze giapponesi non vogliono più intraprendere questo percorso perché non vengono pagate molto ed immergersi a certe profondità solo in apnea, come richiede la tradizione, necessita di molto impegno, esercizio e tecnica. Le donne che scelgono di tenere viva questa tradizione scelgono spesso di usare una muta da sub completa proprio per le difficoltà oggettive che si incontrano in questa pratica. 

Dobbiamo anche notare che un altro fattore per cui vi sono sempre meno donne ama è un fattore di oppressione sociale femminile: sono state introdotte nuove regole burocratiche che limitano l’esercizio della professione in questione: se, ad esempio, l’uomo con cui la donna si sposa non è in possesso di una licenza di pesca, lei non può più immergersi. Questa normativa è chiaramente anacronistica rispetto ai tempi, ma la legge dice questo.

Molte ama lavoravano in coppia con il marito: lui si occupava di remare con la barca e mantenere la cima in sicurezza a cui la donna si legava durante l’immersione.

Storia, leggenda e credenze si fondono: pare infatti che in antichità pescassero entrambi, poi la pesca è diventata una pratica unicamente femminile, per credenze legate alla differenza tra le fisionomie.

Pareva che le donne riuscissero ad immergersi meglio e che fossero fisicamente “predisposte” grazie alla distribuzione degli strati adiposi che risultavano estremamente funzionali contro il freddo dell’acqua. Erano considerate subacquee superiori grazie alla distribuzione del loro grasso e della loro capacità di trattenere il respiro.


Foto di ©Iwase Yoshiyuki 

Mettiamo in luce anche che una serie di fonti testimoniano che la società delle Ama fosse matriarcale: una società in cui gli uomini stessi si ritenevano inadeguati proprio per le caratteristiche fisiche e biologiche, per la costituzione corporea. 

“Tra le Ama esiste una specie di solidarietà femminile che le aiuta a condividere le esperienze e i luoghi di immersione. Questa solidarietà è anche simbolo di una certa indipendenza sociale, fattore non trascurabile nella società nipponica. Sebbene la gravidanza e la cura dei figli non sembrino essere stati un ostacolo nella loro professione, molte donne preferivano il nubilato per mantenere una loro indipendenza. Quando incinte, tradizionalmente, praticavano le immersioni fino al giorno in cui partorivano, riprendendo il lavoro poco tempo dopo.” (Ohayo).

Inoltre, Un tempo la paga era generosa, quindi consentiva una certa indipendenza a queste donne di mare, ma l’altra cosa importante è che a loro amavano il mare; quindi, non erano succubi di volontà e decisioni altrui. 

Vengono chiamate pescatrici di perle perché si immergono per pescare alghe, piccoli molluschi ma soprattutto ostriche, in particolar modo l’abalone, comunemente chiamato “orecchio di mare” per la sua forma che ricorda molto un padiglione oculare. Le perle prodotte dal mollusco gastropoda Haliotis cioè dall’Abalone sono le più rare e preziose al mondo. 



Sono protagoniste di molte opere d’arte e narrate in molti libri giapponesi, come “La voce delle onde” di Yukio Mishima che racconta dei loro seni nudi, del loro ritrovarsi attorno al fuoco, che veniva acceso dopo ogni immersione e serviva a riscaldarle e ad asciugarle. Racconta di come la primavera per loro sia un periodo molto difficile perché l’estate è imminente e devono farsi trovare pronte.Le sfide tra donne, la tenacia del mare.

Mishima le narra così: “Le ragazze dell’isola affrontavano l’arrivo della stagione della pesca delle perle con l’identica stretta al cuore che provano i giovani di città quando vengono sottoposti agli esami finali a scuola. Le giovani isola cominciavano per gioco, sin dai primi anni della scuola elementare, a disputarsi i sassi che giacevano sul fondo marino a poca distanza dalla spiaggia, e così iniziavano all’arte di tuffarsi per guadagnare da vivere. I loro giochi spensierati si tramutavano in autentico lavoro, le ragazze si lasciavano cogliere dalla paura e la venuta della primavera, per loro significava solo che la paventata estate era vicina.”

Infatti, le donne che diventavano Ama iniziavano ad immergersi già dalla tenera età di 10-11 anni. L’addestramento vero e proprio però iniziava a 16 anni, durante il quale venivano tramandate tecniche storiche di immersione tramandate da generazione in generazione.


“Il sogno della moglie del pescatore” Hokusai


Giappone periodo Heian “Ama” pescatrici, 794 d.c.


Qual è l’età di queste sirene?

“Secondo un censimento del Asahi Shimbun, nel duemila erano rimaste solo 235 donne Ama rispetto alle 10000 esistenti negli anni ’40. Tra di esse 48 erano nella fascia dai 30 ai 40 anni, 50 donne dai 41 ai 50 e 31 di loro invece, avevano un’età compresa tra i 51 e i 60 anni. 48 donne dai 61 ai 70 anni e ben 25 donne oltre i 70 anni”. (Fonte: Francesco d’Andrea in “Ohayo”)

Nel 2003, infatti, l’età media era di 67 anni, ove le più giovani avevano sui 50 anni e le più anziane sugli 87. Notevole è il fatto che si immergano fino in età molto avanzata, sempre in apnea e senza ausili strumentali. 

Tradizionalmente, infatti, si immergevano a seno nudo e soltanto con le mutande, un coltello ricurvo che veniva usato per rimuovere le conchiglie dal fondo e una bandana bianca attorno alla testa. Il bianco non era casuale, anzi, si pensava che tenesse lontani gli squali.

Il loro vestiario è quindi cambiato nel tempo: dall’originale perizoma ad un abito bianco sino alla moderna tuta da sub. Un capo che però è sopravvissuto alla tradizione è stato il velo che usano portare in testa. Sappiamo che il mare è culla di miti, leggende e molta superstizione. Infatti, i loro foulard sono ornati da simboli come il “Seiman” e il “Douman” che sono come dei talismani portafortuna e in grado di cacciare il male.

Solitamente creano anche dei piccoli santuari vicino ai loro luoghi d’immersione e vi si recano dopo ogni immersione a ringraziare gli dèi per averle protette.Infatti, dovevano superare prove fisiche molto dure e resistere alle intemperie sott’acqua senza alcun ausilio. Mishima racconta così: “Le attendeva la sensazione fredda e soffocante di una corsa senza respiro, l’inesprimibile agonia del momento in cui l’acqua penetrava a forza sotto gli occhiali, l’organismo e il subitaneo timore di un collasso che s’impadroniva di tutto il corpo proprio quando un’ostrica era quasi a portata di mano. Le attendevano ogni sorta di incidenti: e le piaghe che si producevano alle punte delle dita dei piedi quando, per risalire in superficie, colpivano scalciando il fondo marino col suo tappeto di conchiglie dagli orli taglienti; e il plumbeo languore che si impossessava dei loro corpi costretti a tuffarsi al limite di ogni resistenza fisica…”


Foto di ©Iwase Yoshiyuki

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