Circeo

24 di Novembre, 2020 - Racconti di mare - Commento -

Piero Orlando

Il Brigadiere

A venti anni non si ha timore di nulla e si fanno cose che quell’età permette con l’incoscienza che le è propria. Con questo spirito, io ed il mio compagno di pesca subacquea andavamo in Lambretta da Roma al Circeo in pieno inverno. L’attrezzatura era molto scarsa, quasi inesistente: io possedevo un gilet di neoprene di seconda o terza mano, ricavato da ritagli di materiale incollati con pazienza certosina. Sul gilet indossavo un vecchio maglione di lana infeltrito.

Luciano usava una tuta di gomma impermeabile (si fa per dire) residuo bellico che stringeva in una morsa ferrea il collo, la vita e le caviglie; se anche riusciva a ritardare l’arrivo del freddo per qualche minuto, il contatto con la gomma gli causava abrasioni micidiali, dolorosissime. Il mezzo di trasporto era la mia Lambretta 125 cc. che portava noi due passeggeri e l’attrezzatura sub per cento Km in tre ore e passa. Ci si dava il cambio alla guida ogni venti kilometri per evitare che il guidatore, esposto al vento, arrivasse a destinazione assiderato ancor prima di immergersi. 


Il nostro obiettivo era una zona detta Punta Rossa: c’era una piccola spiaggia con delle cadute di massi che gradatamente si buttavano a mare formando piccole tane. Se si era fortunati, si potevano catturare dei bei cefali e qualche spigola: i pesci erano attirati dall’acqua dolce di un canale vicino che si gettava a mare. Era una zona molto bella e quindi affollatissima nella stagione estiva, ma completamente deserta d’inverno. Noi infatti eravamo soli. Come sempre ci spogliammo nel nostro abituale posto, nascondendo alla meglio i vestiti tra le rocce; infilammo i portafogli con i documenti e i pochi soldi in una fessura tra gli scogli che venne accuratamente richiusa da uno o più sassi. Poi la vestizione con mute e maglioni e in acqua insieme.

D’inverno i primi secondi in mare erano micidiali:

c’era chi li affrontava passivamente, lasciando che le lame di ghiaccio si infilassero nella schiena con lentezza, c’era chi preferiva fare ogni tipo di movimento per avere un contatto rapido su tutto il corpo con il gelo; poi piano piano il fisico reagiva e per un po’ il freddo era dimenticato.  In tutta quella zona il fondo è di sabbia e, per questo motivo, spesso il mare è torbido.

Quel giorno l’acqua, sorprendentemente limpida, consentiva una visione eccezionale: vidi subito a qualche metro da me, sulla sabbia, un grosso cefalo immobile riverso su di un fianco. Più da vicino, mi resi conto che era vivo, anche se si muoveva appena: per catturarlo fu sufficiente infilzarlo con l’arpione senza sparare con il fucile. Lo esaminai attentamente fuori dall’acqua pensando di trovare qualche ferita o qualcosa di altro che potesse giustificare il suo stato, ma il cefalo era apparentemente perfetto, così decisi di infilarlo nel mio portapesci. A quel punto sentii Luciano che mi chiamava a gran voce. Anche lui aveva trovato alcuni cefali moribondi ed una bella spigola di circa un kilo: senza porsi troppi problemi li aveva già tutti infilati nel suo portapesci. Sul fondo ce ne erano ancora altri e, ormai senza più remore, ne prendemmo in quantità tale da avere difficoltà a nuotare con quella collana penzolante di cefali e spigole. Era ormai chiaro che c’era stato sicuramente l’intervento di qualche “bombarolo” che, per qualche motivo, non era stato in grado di recuperare il pescato e lo aveva abbandonato in acqua.  Più per salvare la forma che per altro, continuammo a nuoticchiare per qualche minuto tra gli scogli sotto riva, poi arrivarono le prime avvisaglie di freddo e decidemmo di tornare. In fondo potevamo dichiararci soddisfatti: 15/18 kili di pesce tolti ai delinquenti che buttavano le bombe, senza fatica e senza sparare neppure una volta.

A terra ci godemmo il tepore di un tiepido sole per qualche minuto valutando e contando il bottino: erano 20 cefaloni e tre belle spigole; mai avevamo catturato tanto pesce bianco tutto insieme.  Dopo esserci rivestiti ed aver sistemato i nostri sacchi, andai a prendere i due portafogli, ma, sorpresa, i portafogli erano su di un masso sotto all’abituale nascondiglio, aperti ed in bella vista. Una frenetica ricerca nelle varie taschine confermò che eravamo stati derubati; i documenti, le foto le avevano lasciate, ma eravamo completamente senza un soldo, senza neppure una monetina. Eravamo a cento chilometri da casa, affamati e senza una lira per comprare la miscela per la Lambretta che ci doveva riportare a Roma. Era chiaramente la vendetta dei bombaroli: qualcuno di loro ci aveva visto dalla sua postazione in alto sugli scogli, disturbato, aveva lasciato a mare i pesci bombardati, e per punirci quando noi ci eravamo buttati in acqua aveva rubato le nostre poche ma essenziali 3000 lire e spicci. L’unica cosa da fare era quella di andare al vicino paese del Circeo con la poca miscela residua, denunciare il tutto ai carabinieri e sperare in una soluzione. Alla stazione dei carabinieri l’addetto alla ricezione ci fece accomodare su due sedie vicine ad un tavolo in una stanzetta deserta dove aspettammo una mezz’oretta prima di veder comparire un omone in divisa che, con difficoltà, si accomodò sulla sua sedia. Aveva due occhi furbetti e due baffoni spioventi su una faccia rotonda e rubizza che esprimeva simpatia. Ci fece raccontare tutto senza interrompere e poi, alla fine, ci chiese se volevamo sporgere denuncia. Ripetemmo quanto era successo, mentre lui, questa volta, batteva a macchina con il solo dito indice, ripetendo e sintetizzando il nostro racconto. Ci chiese di firmare alcuni fogli e, dopo averci stretto la mano, ci disse: “Grazie ragazzi per aver fatto il vostro dovere, arrivederci e buon viaggio”.

Ci fu qualche secondo di silenzio, poi Luciano sbottò: “ Ma come lo facciamo il viaggio se non abbiamo i soldi per comprare la miscela?” e io che ero affamato aggiunsi: “E neppure per comprare un panino!” Il brigadiere era perplesso: “Questo effettivamente è un bel problema! Potrei farvi un foglio di via: con quello potete prendere il treno o il pullman e tornare a casa, ma se avete una moto, la dovete lasciare qui. Io non sono autorizzato a darvi del denaro… Non so proprio come aiutarvi in altro modo, mi dispiace, ragazzi.” Io e Luciano eravamo rimasti senza parole, non sapevamo cosa dire e soprattutto cosa fare; guardavamo il brigadiere e lui guardava noi senza dire nulla. Poi gli occhi del carabiniere brillarono di una luce improvvisa accompagnata da un sorrisetto sotto i baffoni: “ Forse, forse, una soluzione la possiamo trovare…”. Tutti e due eravamo nella spasmodica attesa che continuasse. Lui riprese lentamente: “Una cauzione! … vi assegno una cauzione a fondo perduto per il corpo del reato, che ovviamente sono costretto a confiscare…” Poi, vedendo che non capivamo: “I pesci sono il corpo del reato e la cauzione per voi è di 1000 lire. Sono sufficienti 1000 lire di miscela per tornare a Roma? Penso di sì; e così abbiamo risolto tutto.” Io ebbi il coraggio di dire che per la miscela 1000 lire bastavano, ma che non avremmo potuto comprarci neppure un panino.

Ora l’espressione del brigadiere era rattristata, contrita: “Ma poveri ragazzi, come ho fatto a non pensarci prima, sarete affamati; senza offesa, vi prego accettate un piccolo regalo: vi do 500 lire delle mie: è un regalo, non voglio che pensiate a restituirle. Magari, chissà quando, se ripasserete di qua, mi offrirete un bel caffè. Dov’è il pesce?” Gli facemmo vedere le due grosse buste di plastica con il pesce; lui le aprì per osservare meglio: “Che meraviglia!” disse sorridendo mentre mi dava 1500 lire prese dal suo portafoglio. “Ora posso davvero augurarvi buon viaggio, arrivederci ragazzi!” Prima di andarcene “Ma non dobbiamo firmare niente?” provò a chiedere Luciano. “Ma no, no, lasciamo perdere la burocrazia, qualche volta è meglio lasciare da parte le formalità.”

Aveva una espressione felice, era evidentemente contento di averci aiutato e di aver risolto il nostro problema. Ci accompagnò all’ingresso, mentre noi non smettevamo di ringraziarlo. Era veramente un piacere avere a che fare con brave persone! Già al distributore fummo assaliti da più di un dubbio: “Cauzione a fondo perduto? Ma che sarà? Non è che il carabiniere si è inventato tutto? E si è preso tutto il “nostro” pesce?” Mi comparve l’immagine di quel viso sornione e sorridente e quei piccoli occhi furbi e fui certo che il bravo brigadiere ci aveva fregato in pieno.

A venti anni l’età ci sorride, ma ci sono ancora tante cose da imparare, soprattutto da un brigadiere napoletano.


Arrigo Sabbatini



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