Eleonora de Sabata, la racconta-storie dei mari

07 di Aprile, 2021 - Attività subacquee - Commento -

a cura di Valentina Cornacchione, fotografie di Eleonora de Sabata 

"La chiave di volta è mostrare la realtà quotidiana, scuotere la gente ma fargli vedere anche la soluzione."

Eleonora mi si presenta come una persona gentile, schietta e determinata ma con una sensibilità rara. Aveva appena concluso un incontro in cui si parlava del problema delle retine delle cozze (gli allevamenti di cozze si sviluppano su dei filari, che poi purtroppo vengono in gran parte dispersi il mare). Quindi si entra subito nel nocciolo della questione: il problema, anzi I problemi, ci sono e ce li abbiamo sotto casa. Per iniziare, abbiamo fatto un grande salto indietro e abbiamo iniziato a parlare delle sue origini.


Com'è nata la passione per questo lavoro? A che età e perché hai iniziato a immergerti?

La passione ce l'ho da sempre, e mi immergo da sempre. Papà e Mamma mi portavano sempre al mare, in barca, poi a 21 anni ho iniziato a seguire il mio fidanzato dell'epoca sott'acqua facendo le fotografie per i giornali. Nonostante poi abbiamo preso strade diverse, entrambi ci siamo tenuti il mestiere. Scrivevo rubriche per giornali e riviste di mare (tra cui Mondo Sommerso), e a volte scrivevo con lo pseudonimo di Sebastian Crab! Dal personaggio del cartone animato della Sirenetta, il granchietto. C'era molto questa cosa (anche per necessità di lavoro) di trovarsi degli pseudonimi per le varie rubriche, e la fantasia galoppava alla ricerca di nomi originali e anche simpatici! Quindi in pratica facevo la “paparazza del mare”, perché mi occupavo di qualsiasi cosa: mi piace scrivere le storie degli animali del mare. Mi sento una racconta-storie dei mari.




Nel corso della tua carriera, ti hanno mai discriminato perché donna?

Ovviamente. Era una gran fatica inizialmente, ogni volta che facevo un servizio mi vedevano arrivare e pensavano che ne sapessi poco. Alla fine si ricredevano, anche perché per necessità ho dovuto imparare ad immergermi a qualunque condizione, mare mosso, mare calmo, dovevo andare in acqua con qualsiasi tempo. Anche perché, pagandomi gli spostamenti di tasca propria, ed avendo un numero limitato di scatti (le pellicole hanno 36 scatti e quei 36 scatti dovevano bastare), mi sono fatta molta esperienza in mare. All'inizio ovviamente dispiace essere discriminate, ma alla fine le soddisfazioni importanti sono altre: portare a casa un bel lavoro, e sapere che ogni volta che si lavora su un articolo si cresce. Dietro ad un articolo ci sono tante domande e curiosità che ci si pone, e quindi è necessario e di grande aiuto avere l'umiltà di confrontarsi con persone che ne sanno più di te. Soprattutto sono le ore che si passano in mare e non i brevetti alla fine che fanno la differenza in un subacqueo, perché si ha modo di sperimentare una serie di condizioni diverse che hai capito come affrontare. Il mare è la vera maestra. E dopo 35 anni, ancora capisco qualcosa in più, aggiungo un tassello in più a quella che poi è la Cultura del mare.


Quali sono i lavori o progetti che ti hanno coinvolto di più, non solo professionalmente ma emotivamente?

Tutti. Soprattutto l’ultimo (come sempre). Gli squali sono uno dei temi principali della mia carriera. Mi ricordo in Turchia quando nuotando tra gli squali grigi e facendo a loro foto e filmati abbiamo intuito che ogni animale era diverso; quindi insieme agli scienziati abbiamo “identificato” ognuno di loro tramite le fotografie, e alla fine si è capito che ogni anno erano sempre loro. Unendo la capacità di fare fotografie subacquee e la curiosità è venuta fuori un’associazione, MedSharks, che studia gli squali e avanza progetti di ricerca, come per esempio il Progetto Stellaris, che si occupa di uno “squaletto” ( gattuccio maggiore, o gattopardo Scyliorhinus stellaris, ndr)che nel Golfo di Napoli depone tantissime uova. Quindi ci siamo messi a marcare le uova con i cartellini per capire quanto tempo ci mettevano quelle uova a schiudersi. Alla fine abbiamo marcato 300 uova, e abbiamo stabilito che i gattucci ci mettono 6-8 mesi a uscire dall’uovo. Questa è stata un’occasione per migliorare le conoscenze su questo squalo mediante una campagna di sensibilizzazione con i diving, è stato un ottimo binomio tra ricerca e sensibilizzazione.

Come mai però la gente sembra così poco attratta dagli squali e propende più verso altri animali marini? Sembra che sia ancora nell’aria la concezione “malvagia” dello squalo, come predatore umano, quando invece è sì un predatore dei mari ma soprattutto un animale molto importante per l’equilibrio dell’ecosistema marino. Perché secondo te si parla più di balene e delfini e meno di quali? E’ un fatto estetico, emotivo, o c’è dell’altro?

Beh, il delfino ha la faccia che sembra sorrida, quindi già sta più simpatico per questo. Poi tutti i cetacei devono salire in superficie per respirare, quindi si rendono anche più visibili all’uomo, mentre lo squalo no. Inoltre negli anni c’è stato molto terrorismo mediatico sullo squalo, ma tu lo sai per esempio come funzionano le famose gabbie da cui vedi lo squalo bianco? Prima di tutto si butta del sangue per avvicinarli, poi buttano un pezzo di carne. A quel punto lo squalo “assaggia” il pezzetto di carne per capire di cosa si tratta. A quel punto si cala la gabbia, ma lo squalo scappa! Una volta che si è riavvicinato ti invitano a buttarti in acqua, raccomandandoti di non urlare perché altrimenti scappa. Quindi non è vero che attaccano volontariamente, anzi sono molto schivi nonostante siano animali curiosi.


Durante questi anni di attività, hai visto il mare trasformarsi?

Sì. Nel male e nel bene. Ovviamente purtroppo c’è più plastica, ed è un fenomeno di cui fino a 10 anni fa non avevo prestato particolare attenzione. La prima mostra sulla plastica la feci nel 2011, quindi sono 10/15 anni che ho studiato di più la questione. Sicuramente quando ho iniziato a immergermi non c’era tutto questo usa e getta, e quando capita che mi deprimo su questo aspetto c’è una cosa che mi tira su di morale e mi fa tornare speranzosa: quando ero bambina tornavo dalla spiaggia con i piedi macchiati di catrame! Ora questa cosa non c’è più. Questo è stato anche grazie alle leggi che hanno proibito i lavaggi delle sentine e delle cisterne delle petroliere buttando tutto in mare. Quindi le cose possono cambiare, ed è possibile cambiare. Tutto è modificabile, anche grazie al lavoro che fanno i volontari e le associazioni raccogliendo la plastica sulla spiaggia: una volta raccolta si cataloga e si tirano le somme su cosa si trova maggiormente, non a caso la direttiva Europea sulla plastica monouso si è basata sui ritrovamenti in spiaggia. Tutto sta nell’applicare queste leggi e far capire a ciascuno di noi che non si gestisce tutta questa plastica. Io consiglio a tutti di farsi una giornata sulla spiaggia a raccogliere plastica, ti cambia assolutamente. Quindi noi dobbiamo sì fare scelte diverse, mentre le aziende dovrebbero studiare il prodotto dalla creazione allo smaltimento. Un esempio sono le capsule del caffè. Quante persone si fanno il caffè in capsule? Tantissime. Eppure questo prodotto va nell’indifferenziata, quindi genera una quantità di rifiuti mostruosa.

La situazione si cambia tutti insieme: ci vuole una legge, ci vuole l’azienda che pensa a lungo raggio e ci vogliamo noi consapevoli che la plastica non si ricicla all’infinito.



Pensi che tutti questi animali marini che la cronaca e le associazioni riportano morti a causa della plastica, possa smuovere gli animi delle persone e far capire che il problema è attuale e gravissimo?

E’ il mio obbiettivo da più di 10 anni, è un problema grosso. Ho fondato un progetto europeo per questo problema che si chiama Clean Sea Life che si occupa di sensibilizzazione: lo scopo è portare gli italiani a pensare che il problema non è solo estetico, ma anche letale. Il progetto presta attenzione alle coste italiane e all’impatto che la plastica ha sui nostri animali. Per quanto riguarda Roma, il problema rifiuti è evidente, inoltre la città è invasa da gabbiani e cani che aprono i sacchetti fuori dai secchioni e spargono tutto in giro. La chiave di volta è mostrare la realtà quotidiana, scuotere la gente ma fargli vedere anche la soluzione.


Hai altri progetti per il futuro?

Clean Sea Life è appena terminato, e ne sono super orgogliosa. Ora ho in costruzione un altro progetto sempre sugli squali.


Eleonora mi ha dato speranza. Ho attaccato il telefono con un sorriso, consapevole che questa non è stata solo un’intervista per me, ma un insegnamento su tante cose, come saper vedere le cose con occhio critico, pragmatico mantenendo lo stupore e la curiosità di quando si è bambini. I suoi lavori e la sua passione sono la prova che cambiare si può. I problemi che inquinano e uccidono il mare ci bagnano ancora i piedi sul bagnasciuga, anche se non sono neri come il catrame degli anni passati. La voglia che Eleonora mi ha trasmesso vorrei che bagnasse anche le menti nostri dei lettori: osservatevi intorno, cogliete la bellezza che vi circonda e combattete affinché un giorno da anziani possiate sedervi in riva al mare e guardare con occhi sereni il blu limpido e profondo che si riflette nei vostri cuori.

http://www.eleonoradesabata.it/

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