Etruschi: popolo di navigatori e pirati "buoni"

29 di Giugno, 2021 - Storia - Commento -

di Valentina Cornacchione e Magda Vuono

Il legame indissolubile tra Etruschi e mare

Nel mondo antico si diceva che gli Etruschi fossero arrivati in Italia dal mar Egeo dopo un lungo viaggio per mare. Nonostante non sia ancora limpida la loro origine precisa, un fatto è certo: il legame tra etruschi e mare è antico e stretto.

Caere, Gravisca (Tarquinia), Populna (Populonia), Velx (Vulci), erano solo alcune delle città più importanti dell’epoca etrusca e tutte si trovano lungo il litorale del mar Tirreno. Per di più non si affacciavano direttamente sul mare, ma vi sono collegate direttamente tramite strade (a parte Popluna che si affacciava direttamente sul Golfo di Baratti); questo collegamento permetteva loro di ripararsi probabilmente dai pericoli che il mare porta.

Poi ci sono centri come Veio e Volterra che sono collegate al mare tramite strade naturali come le valli del fiume Tevere e Cecina.

Perché si è certi del forte legame marittimo degli etruschi? Basta guardare le antiche importazioni. Negli antichi contesti villanoviani ci sono manufatti che lasciano intendere relazioni di oltre-mare come uno specchio di bronzo di tipologia egeo-cipriota a Tarquinia, oppure una statuetta, strumenti musicali di bronzo provenienti dalla Sardegna a Vulci.

Modellini navi vasi villanoviani, ritrovati a Poggio dell’ Impiccato e conservati nel Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia, foto di Mandolesi-Castello


Gli etruschi erano una vera e propria potenza marittima, così potente che il mare Tirreno prende il nome dal suo etnico presso i Greci, e l’Adriatico da Adria, considerata città etrusca da molti scrittori antichi.

Non c’è da stupirsi se si sentono nominare gli etruschi come pirati. Cicerone ce li ricorda con queste parole: “i barbari invero non erano navigatori all’infuori degli Etruschi e dei Fenici, questi per commercio e quelli per pirateria.”

Anche Omero parla della pirateria etrusca, precisamente nell’inno a Dioniso tra la seconda metà del VI e i primi del V a.C.: parla di alcuni pirati che rapirono un bel giovane chiedendone il prezzo del riscatto, ma non si accorsero che il giovane in questione era il bel Dioniso. Durante il suo viaggio in balia degli etruschi, Dionisio avrebbe viaggiato “verso l’Egitto, verso Cipro, verso il paese degli Iperborei”. Per punizione egli li trasformò in delfini.


Kylix di Exekias di origine attica (Grecia) ritrovata in Etruria, a Vulci (530 a.C.). Rappresenta la scena conclusiva del mito: Dioniso è sulla nave, con la vite che è cresciuta intorno all’albero e i pirati-delfini che nuotano intorno. È conservata al Staatliche Antikensammlungen di Monaco di Baviera.


Da questo racconto si evincono due cose: primo, gli etruschi erano abili predoni ed esperti navigatori; secondo, la pirateria e il commercio potevano andare a braccetto. Del resto, la pirateria anticamente non era nemmeno vista come attività illegale e distruttiva come la intendiamo noi a giorni nostri. Era più un lavoro come un altro.

I Capitani di ciurme, traendo ricchezze e guadagni attraverso le razzie per se stessi e per i più deboli, si comportavano sul mare come i ricchi sulla terraferma. In quel periodo il Tirreno era un mare molto trafficato, si potevano incontrare navi puniche, greche, certamente etrusche impegnate in scambi commerciali. L’attività in mare, nel senso piratesco e commerciale, quindi era fiorente. Poeticamente parlando, gli etruschi erano un po’ i Robin Hood dei mari. Un’azione che comunque presto la legge “democratica” delle città-stato condannerà.

Una delle scoperte più emozionanti fu trovare vasi a forma di imbarcazioni ed illustrazioni raffiguranti navi e pesci affermate nel repertorio figurativo etrusco già nell’epoca villanoviana (la più antica della civiltà etrusca, per i non addetti ai lavori). Le prime rappresentazioni di battaglie navali risalgono al VII secolo a.C.

Intanto la voce della loro potenza arrivò fino in Sicilia, dove un certo Diodoro Siculo disse che subito dopo la fondazione della colonia cnida a Lipari intorno al 580 a.C., la popolazione si “divise” in due fazioni: chi si sarebbe dedicato all’agricoltura e chi avrebbe difeso l’Isola dalle razzie dei pirati etruschi.

Ma il mare non porta solo scorribande: tra il VII e il V secolo a.C. l’Etruria, disponendo di prodotti apprezzati sul mercato internazionale nel campo agricolo, boschivo e minerario, diventò il punto di approdo di raffinati manufatti dell’artigianato del vicino oriente ed ellenico (merce arrivata via mare quindi). E si sa, come si spostano le merci si spostano anche gli uomini. Ecco quindi l’interazione di uomini, idee, maestranze provenienti da luoghi diversi. Si introdussero nuove tecniche di lavorazione della ceramica, si organizzò in modo più ottimale il lavoro artigianale e contadino.

Tutto ciò creò una produzione di materiali e beni di alta qualità e in quantità tale da competere a livello internazionale nel commercio nel Mediterraneo.

Le grandi metropoli marittime etrusche meridionali urbanizzarono la zona costiera e vi si impiantarono degli importantissimi porti: stiamo parlando di Pyrgi per Caere, Gravisca per Tarquinia, Regae per Vulci.

A Pyrgi e Gravisca si edificarono grandi santuari appartenenti alle infrastrutture portuali: qui il contatto tra autoctono e straniero era diretto e continuo, in cui oltre allo scambio di merce avveniva lo scambio di culture. In questo periodo si sottolineò anche il grande scambio commerciale minerario e metallotecnico tra etruschi e sardi: sono stati trovati pugnali, spade, asce, bottoni, eccetera di manufattura sarda nell’etruria costiera e in contesti coevi manufatti etruschi come rasoi, fibule, spade, buccheri eccetera nella Sardegna settentrionale.

Dalla fine del VII secolo a.C. gli etruschi si spostarono da Caere e da Vulci verso la Francia meridionale, la Catalogna, la Spagna meridionale, la Corsica, la Sardegna, Cartagine, la Sicilia, l’Italia meridionale tirrenica. Le navi etrusche contenevano dalle anfore da trasporto di impasto ai vasi di bucchero per attingere e versare, senza che mancassero prodotti di cosmesi come contenitori di profumi etrusco-corinzi.


Rotte commerciali


Dai ritrovamenti archeologici di antiche navi, come quella trovata presso l’Isola del Giglio, si poteva capire cosa conteneva una nave “tipo” etrusca in uno dei suoi viaggi: ceramica corinzia arcaica e media, greco-orientale, anfore da trasporto greche ed etrusche contenenti cibo (furono trovati all’interno noccioli di olive), flauti di legno, lingotti di rame e piombo di origine etrusca.

Anche il relitto trovato a Cap d’Antibes conteneva un carico etrusco e una lucerna punica con segni di usura, dando una sorta di indizio sulla composizione dell’equipaggio.

Per citare solo pochi relitti, ma certamente tra i più significativi, si può accennare al relitto di Bon Porté 1, che è stato individuato nella baia di Ramatuelle, alla profondità di -48m circa ed è testimone dell’inizio delle produzioni vinicole e anforiche commerciate con Marsiglia, che appaiono intorno al 540 a.C.. Comunque la maggior parte del carico di questo importante relitto è ancora composto per la maggior parte da contenitori etruschi. Particolare presenza di anfore prodotte nell’area vulcense con la peculiare caratteristica di avere il fondo piatto.

Per quanto riguarda la fase arcaica dell’espansione commerciale il ritrovamento di valore inestimabile è avvenuto nel 1999. Si tratta del relitto del Grand Ribaud F. individuato nelle acque della presqu’ile de Giens alla incredibile profondità di 58-62 metri. Sebbene la profondità così elevata potesse rappresentare un ostacolo il relitto è stato documentato durante due campagne di scavo condotte tra il 2000 e il 2001. Le operazioni di scavo sono state effettuate da Dipartimento delle ricerche archeologiche subacquee del prestigioso DRASSM di Marsiglia in collaborazione della Comex, società specializzata in lavori ad alta profondità. Le indagini hanno permesso di mettere in luce il relitto d una nave etrusca con un carico considerevole, praticamente intatto. Questa peculiarità ha permesso di ampliare notevolmente la conoscenza del commercio etrusco, in particolare quello della fase arcaica fino a quel momento scarsamente conosciuto. Come nella maggior parte dei relitti studiati anche in questo caso il carico era composto prevalentemente da anfore. Questi contenitori erano sapientemente stivati all’interno dell’imbarcazione, in modo da permettere il trasporto del maggior numero di esemplari. Particolare interesse hanno riscosso le tracce di usura presenti sulla parete esterna delle anfore. L’ipotesi più accreditata è che questi segni fossero causati da cime utilizzate per legare tra loro i recipienti, in modo sia di limitare i danni sia aumentare il più possibile il numero di contenitori trasportati. Grazie ad un calcolo realizzato ipotizzando nella stiva ben quattro file di anfore sovrapposte è stato possibile valutare che il carico fosse di circa 700-800 contenitori. Si trattò quindi di una imbarcazione di eccezionali dimensioni per l’epoca arcaica (gli standard degli altri relitti della stessa epoca è di circa 100-200 anfore). Tutte le anfore individuate erano di produzione etrusca, databile all’arco cronologico tra il VI e la fine del V secolo a.C.: Questi contenitori presentavano un rivestimento interno di pece e sono state ritrovate perfino ancora sigillate con il tappo in sughero, fissato con “catrame” ricavato da conifere.


Anfora vinaria etrusca, esposta presso il Museo Archeologico di Piombino.

Oltre alle anfore una parte consistente del carico era composta da bacini di bronzo, ritrovati ancora impilati. Questi oggetti presentano sull’orlo la tipica decorazione costituita da una perlinatura, tecnica per cui gli etruschi erano particolarmente famosi. Infine si delinea meglio il tipo di commercio che gli etruschi praticavano lungo Massaliote grazie al rinvenimento nel carico dell’imbarcazione di alcuni frammenti di coppe attiche a vernice nera. Questo dimostra inequivocabilmente che gli etruschi arrivassero su queste cose per commerciare principalmente il vino e gli oggetti preziosi del loro artigianato e solo in minima parte oggetti di provenienza greca.

Per tornare all’evoluzione dello sviluppo commerciale: nella prima metà del VI secolo a.C. si assistette ad una suddivisione delle aree di controllo nel mar Tirreno: la parte nord e lo stretto di Messina era di competenza dei Focei, la parte centrale degli Etruschi e la parte sud-occidentale con la Sardegna dai Cartaginesi.

L’arrivo di nuovi coloni Foceni ad Aleria intorno al 545 a.C., che fecero razzie e portarono squilibri nelle popolazioni locali, sfociò in uno scontro navale nel mare Sardo contro Etruschi e Cartaginesi. La battaglia finì con la perdita della flotta da parte dei Foceni che abbandonarono la Corsica, facendola passare sotto il controllo etrusco.

Questo non precluse l’attività commerciale tra Grecia ed Etruria: dalla Grecia arrivarono artisti che dipinsero tombe e vasi etruschi, inoltre nel santuario di Pyrgi si compose una dedica in etrusco e in punico alla dea Uni-Astarte.

Con l’avanzare degli anni la talassocrazia etrusca e le attività a lei connessa subirono nel giro di un secolo una serie di colpi che ne segnarono la fine.

Una serie di scontri e di disfatte portarono il tramonto dell’Etruria, che combatté fino all’ultimo per riaffermarsi come potenza. Intanto nel 384 a.C. il porto di Pyrgi venne saccheggiato dai Siracusani capeggiati da Dionigi, il quale rivendicò quest’azione come pretesto per liberare il mar Tirreno dai pirati etruschi.

Se è vero che la storia la scrive chi vince, non è da escludere che ci sia stata una tendenza della storiografia antica a “demonizzare” la pirateria, qualora ci sia stata, etrusca. Come si è detto prima, la pirateria nell’antichità non aveva per forza un’accezione negativa dal punto di vista etico e giuridico come immaginiamo noi.

Nel IV secolo le città etrusche iniziarono a fare i conti con la nuova potenza che si stava affermando sempre più: Roma.

Più che una clamorosa sconfitta, gli etruschi si dissolsero tra i romani: questi ripresero molte caratteristiche religiose, culturali ed architettoniche dal popolo etrusco, facendo sì che questo antico popolo di pirati si alleasse con loro anche nelle loro battaglie, fornendo a Roma materiali per la costruzione di navi come legname, pece, lino per le vele… Ma non le loro navi.

Restarono a terra, ma continuarono a lavorare per il mare, eco di grandi viaggi, scoperte culturali e commerciali ancora raccontate nelle illustrazioni di antichi vasi e tombe di questo popolo così all’avanguardia quanto ancora così misterioso, come le sue acque.

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