Gli Orchi venuti dall’Inferno

05 di Luglio, 2022 - Mari e fiumi - Commento -

Testo e foto di Stefano Fontani

I Romani chiamarono cosi’ le Orche che duemila anni fa abbondavano nel Mare Nostrvm. 

Probabilmente furono il loro colore, le dimensioni, la forza e risolutezza con cui le vedevano attaccare Balene e altre grosse prede a infondere negli antichi navigatori questo terrore reverenziale che ne suggerì un soprannome tanto spaventoso. 

Dopo duemila anni Orcinus Orca si è tramutato nel nome scientifico identificativo della specie. 

In inglese si chiama Balena assassina. 

Dopo il Capodoglio, anch’esso presente nel Mediterraneo, l’Orca è di fatto il secondo predatore più grande del pianeta, ma forse il più versatile ed efficiente. 

Sa cacciare sulla spiaggia come a 1000 metri di profondità, percorrere 200 km al giorno e nuotare spingendo le sue tonnellate di peso fino a 35 nodi di velocità, oltre 60 km/h: impossibile sfuggirle.



L’Orca viene spesso associata al freddo, ai mari glaciali o ai paesaggi norvegesi, ma di Orche in realta’ ne troviamo in tutti i mari del globo e anche nell’assolata Baja California, dove vivo. 

Oggi ne sopravvivono in tutto il mondo forse 30.000, suddivise in clan familiari più o meno erranti composti in genere da non più di 15 esemplari e solo raramente da 30-40, ciascuno con un proprio dialetto tramandato meticolosamente di madre in figlio composto da decine e decine di veri e propri vocaboli differenti. 

I loro intrecci sociali sono forti e durano tutta la vita. 

Sono ben conosciuti i rituali funebri che vedono le madri portare sul muso per giorni interi il corpo del piccolo morto seguite senza emettere suoni dal resto della famiglia. 

Un adulto dispone di circa 50 denti disposti a cerniera, lunghi 8 cm e pesanti in certi casi fino a 1 kg! 

Con un morso 100 volte più forte di quello di un uomo, le Orche possono mangiare praticamente tutti gli animali che si trovano in mare e sulle spiagge: pinguini, calamari giganti, lontre, squali di ogni dimensione, grossi tonni, delfini, foche, mobule, mante giganti, leoni marini, elefanti marini, balene, capodogli e persino tartarughe che possono facilmente tranciare a meta’ come fossero grossi biscotti. 

Ma a dispetto di questa apparente ferocia, necessaria per mantenere nel caso dei maschi più grandi 9 metri di muscoli e 5 tonnellate di stazza, le Orche in mare non sono mai state un pericolo per l’uomo. 

Ad oggi non esistono infatti attacchi registrati in acque aperte operati direttamente a danno di persone. 

Cerchiamo di capire perché, o perlomeno cercherò di esporre la mia teoria.

Cominciamo con il dire che in vasche chiuse le Orche hanno ucciso volontariamente nel corso di 35 anni oltre 30 persone tra inservienti, addestratori, pubblico o anche ubriachi caduti di notte nelle loro piscine. 

E’ facile dedurre che un animale molto più intelligente di uno scimpanzè, con un’intensa vita sociale fatta di un articolato linguaggio composto da un complesso vocabolario, strette relazioni parentali, amici, strategie di caccia, rituali funerari e giochi, una volta sottoposto nei delfinari a ricatti, violenze, privazioni affettive, punizioni ed esercizi obbligatori in cambio di cibo possa sviluppare odio e risentimento per l’uomo fino a stressarsi a livelli che sfociano nella pazzia, nella vendetta o, molto più frequentemente, nella depressione che conduce alla morte. 

Se in natura un’Orca è vissuta 80 anni, in cattività il record è stato di soli 30... 

Difficile anche per un uomo vivere più di 30 anni in queste condizioni, spesso iniziando dalla nascita. 

L’aspettativa di vita di un delfino Tursiope in natura è invece stabilita in 50 anni, ma solo 20 in vasca. 

Purtroppo la natura ha donato loro una somatica caratterizzata da un bel sorriso felice e noi non ce ne rendiamo conto, ma il loro cuore soffre terribilmente e di notte piangono spesso nel silenzio buio dell’acqua clorificata che ne provoca ustioni inguaribili agli occhi. 

Quando avevo 20 anni entrai nel Sea World di San Diego. 

Shamu era “addomesticata” come un gatto, negli applausi del pubblico leggevo anche il delirio dell’uomo nel godere del controllo della potenza di un animale così possente in una sorta di grottesca tauromachia marina. 

La sottomissione di un diavolo, il suo annullamento. 

Anni fa sono stato ospite di un’addestratrice in un delfinario messicano di Puerto Vallarta per un intero pomeriggio, le ho fatto tante domande e mi ha raccontato e ho visto con i miei occhi la loro routine giornaliera fatta di coercizione e tempi scanditi come in un lager. 

Inaccettabile che sia permesso guadagnare da tutta questa terribile sofferenza. 

L’addomesticamento di un animale si crede possa essere “geneticamente accettato” senza più sofferenza da una specie solo dopo migliaia di anni, come avvenuto con bestiame, cavalli e cani. 

Rinchiudere un delfino o un’orca in una piscina è un delitto disumano. 

Il Messico, uno dei paesi con maggior numero di delfinari attivi, 5 anni fa ha vietato per sempre l’apertura di nuovi stabilimenti e la cattura o compravendita di mammiferi marini selvaggi. 

Sono attualmente 270 i delfini rinchiusi in cattività sparsi nel paese. 

Ma nessuna orca.



Tutti i Cetacei sono notoriamente vendicativi, come più volte è stato documentato in passato. 

Il caso più celebre è sicuramente quello di Moby Dick, un grosso Capodoglio che nel 1820, nel Pacifico cileno, attaccò e affondò la baleniera Essex facendo naufragare i 20 balenieri per 3 mesi. 

Solo 8 di questi giunsero a terra. 

Nei giorni prima la Essex aveva avvicinato e attaccato il branco di Moby Dick, riconosciuto per il suo colore molto chiaro.

Tanti anni fa ricordo che in Nuova Zelanda durante le sue operazioni in alto mare, l’elica di un peschereccio feri’ una femmina, probabilmente troppo vicina all’imbarcazione in cerca di qualche preda sfuggita dalle reti. 

Con colpi possenti di coda il maschio ha affondato il peschereccio sfondandone il fasciame spesso 7 cm. 

Un mese dopo, nello stesso punto di mare, un altro equipaggio di sei persone fu tratto in salvo per una falla creata nello stesso modo. 

Una nuova vendetta. 

Il capitano di una lancia della Laguna di San Ignacio che accompagna ogni anno turisti a vedere Balene grigie, mi ha raccontato una volta di aver accidentalmente urtato il capo di una balena semi affiorante durante la navigazione. 

Mi disse di essere dovuto scappare per un bel tratto in piena velocità perché la balena li stava letteralmente inseguendo e, anche se per brevi tratti, una Balena grigia può raggiungere con le sue 25 tonnellate di peso l’incredibile velocità di 30 km/h! 

Abituato alla gentilezza di questi giganti non credette ai suoi occhi. 

Dallo scorso anno, infine, numerosi attacchi di Orche documentati anche in video a carico di barche a vela all’interno del settore Alboran in prossimità dello stretto di Gibilterra, fanno pensare alla “vendetta” e insofferenza di un Pod di Orche che ha visto colpire o uccidere un membro del proprio gruppo, forse un cucciolo, notoriamente molto vulnerabili. 

Tutti gli attacchi causano nella maggior parte dei casi danni al timone e in almeno tre casi questo è stato addirittura divelto. 

Sarà forse stato proprio un timone a ferire il membro del gruppo? 

Altri ad aver raccontato di attacchi di Orche alle proprie barche sono stati anche i velisti Giorgio Falck e Ambrogio Fogar.

Il primo nel 1976 raccontò che durante una regata nella Manica, il suo Guia III venne violentemente attaccato da un gruppo di cinque Orche. 

A colpi ripetuti di coda Il branco sfonda lo scafo spesso 3 centimetri e mezzo e apre una grande falla che ne provoca l’affondamento in pochi minuti. 

Ma nessun attacco viene compiuto dalle orche ai componenti dell’equipaggio che vengono tratti in salvo dalla Guardia Costiera inglese poco dopo. 

Fogar raccontò invece di essere stato affondato nello stesso modo 2 anni dopo a nord delle Isole Falkland mentre era impegnato nella prima circumnavigazione a vela dell’Antartide accompagnato dall’amico giornalista Mario Mancini. 

In 4 minuti si ritrovano in mare, le Orche anche in questa occasione non li attaccano e loro sopravvivono su una zattera di salvataggio finché un mercantile greco li avvista 74 giorni dopo. 

Ma la sorte è inclemente e pochissimi giorni dopo Mancini muore a bordo della nave a causa di una polmonite. 

La maledizione delle orche continua. 

Un’Orca adulta può mangiare anche il 2% del suo peso ogni giorno. 

Parliamo quindi mediamente di 80-100 kg ogni al giorno. 

Ma allora perché nessuno a memoria di uomo è mai stato divorato da un’Orca? 

Innanzitutto il loro ecosonar permette di ricevere una immagine “cerebrale” della nostra densità, della quantità di grasso che abbiamo addosso e della durezza e distribuzione delle ossa. 

Immaginate che sia per noi umani come se “ricordassimo una radiografia”. 

Secondo me siamo davvero poco appetibili per loro, forse un po come mangiare una quaglia cruda per noi umani. 

Hanno ben altro intorno di cui nutrirsi per trovare le calorie di cui hanno bisogno per nutrire i loro possenti addominali.

Ma la componente emotiva è sicuramente pure presente. 

Immagino che per loro siamo dei simpatici e innocui esseri curiosi, più divertenti da osservare, che da sgranocchiare.

Inoltre pensiamo molto e loro lo sentono. 

Le loro capacità telepatiche leggono i nostri pensieri e percepiscono la nostra ammirazione, la benevolenza e certo anche il terrore. 

Sanno che siamo molto intelligenti, forse ci rispettano anche per questo. 

Siamo piccole divinità e in fondo in acqua senza le nostre barche rumorose e pericolose non siamo neanche una minaccia. 

Forti di questa convinzione circa 10 anni fa, nella Baja California messicana, con alcune delle mie guide abbiamo deciso di confidare nella statistica e di entrare in acqua in presenza di Orche “assassine”. 

Qui gli incontri sono sempre più frequenti, dapprima solo stagionalmente con l’arrivo delle balene con i loro balenotteri e ora in maniera regolare durante tutto l’arco dell’anno perché lunghe le coste dell’Oregon e della California americana lontre e leoni marini iniziano a scarseggiare a causa della distruzione del loro habitat. 

Iniziarono Saul e Sergio, i primi a documentare con una macchina subacquea questo incontro magico e tanto adrenalinico nel blu. 

Stavano andando a Isla Espiritu Santo con alcuni turisti e al vederle affiancare la barca entrarono subito in acqua. 

Gli individui regnanti, in genere una coppia, si sono diretti verso di loro fino ai 2-3 metri di distanza per poi nuotare su un fianco per fissarli attentamente nella maschera. 

Da allora sarà successo una decina di volte, stessa dinamica, l’ultima volta a dicembre, cui si riferisce una di queste foto, quando Saul ha regalato a suo figlio Rommel di 8 anni una delle esperienze più belle della vita mettendolo in acqua tra un decina di grandi orche incuriosite. 

Sanno cosa è un cucciolo e cosa rappresenta per la specie, come lo sanno anche cavalli, cani e scimmie, sono certo che mai attaccherebbero un bambino. 

Nella Patagonia Argentina quando i grossi maschi attaccano le otarie sulla battigia, i piccoli che finiscono in mare vengono riaccompagnati dolcemente a riva. 

Potremmo chiamarla tenerezza, ma secondo me questo comportamento potrebbe anche significare una sorta di “risparmio di dispensa”, salvaguardare  prede che loro sanno bene cresceranno ancora. 

Da allora molti altri lo fanno qui in Baja e mai nessuno ha notato segni di nervosismo o minaccia. 

I segni sarebbero certamente evidenti, come nei delfini. 

Vedere un grosso maschio di 7-8 metri dalla pinna dorsale alta fino a 2 metri sfilarti accanto è probabilmente una sensazione anche più forte di quella che si può vivere vedendo un grosso squalo Tigre o un Grande bianco. 

Sono loro secondo me i veri 3 Regnanti del mare, quelli che suscitano rispetto ed è difficile fissare negli occhi, implacabili e ammirati assassini. 

In dieci anni le ho viste solo 3 volte, ma negli ultimi 3 anni sono uscito poco in mare e l’ultima volta che l’ho fatto, a gennaio scorso, le ho incontrate appena 400 metri fuori dal porto di San Jose del Cabo, mentre portavo dei divers a veder balene. 

Abbiamo visto anche loro. 

Due giorni dopo un gruppo di escursionisti è entrato in acqua con lo stesso Pod di orche è ha pubblicato on line dei video spettacolari. Ne vedete qui alcuni fotogrammi.


Quindi, se capitate da queste parti, o se volete scoprire le meraviglie del mar di Cortes, quando uscite in mare per le vostre immersioni incrociate le dita e guardate verso il largo. 

Se vi sembrerà di scorgere il periscopio filante di un sommergibile e se questo ha una lunga forma triangolare o a falcetta come avviene nelle femmine, aguzzante lo sguardo: se è nero ed è seguito da uno sbuffo breve e potente prendete subito maschera e pinne e preparatevi a uno degli incontri più sorprendenti possibili sull’intero pianeta. 

E ovviamente non entrate mai o mai più in un delfinario: la vita di un animale è troppo preziosa per pagare e guardarne una spegnersi applaudendo.


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