I Coralli

23 di Novembre, 2020 - Subacquea - Commento -

Ornamenti di scheletri

Valentina Cornacchione 

Fin dai tempi antichi il corallo ha esercitato un fascino intenso per la sua bellezza, inalterabilità e per le sue strane forme. A lui attribuivano proprietà magiche e taumaturgiche e fino a qualche decennio fa, quando ancora era concesso pescarlo, veniva usato come amuleto e portafortuna. Cosa che non tutti sanno, è che il corallo ha decorato (e forse ancora decora) anche i mari italiani. Per anni ha costituito la materia prima di un importante artigianato tipico, il cui centro più noto era Torre del greco (Napoli), con una tradizione così antica da perdersi nel tempo.

A ragione quindi, veniva considerata la capitale del corallo, sia per il commercio del materiale grezzo che per la sua lavorazione artistica. I luoghi maggiormente attenzionati per questa pratica nei mari della nostra Penisola erano le Bocche di Bonifacio in Sardegna, all'Argentario, Santa Marinella e Montaldo.

C'è da fare una differenza sul tipo di corallo che si trova per di più nel Mar Mediterraneo, rispetto a quello che si trova nei mari tropicali: il suo nome scientifico è Corallium Rubrum, appartenente agli Ottocoralli. Fondamentalmente è uno scheletro calcareo compatto ed omogeneo (adatto alla lavorazione artigianale quindi), ricorperto da una membrana chiamata sarcosoma, nella quale sono disposti dei piccoli individui (polipi) dalla struttura di un sacco con la bocca contornata da piccoli tentacoli retrattili. Tanto il sarcosoma quanto lo scheletro sono di colore rosso, mentre i polipi sono bianchi.


(foto Olschki)

Negli anni addietro era diffusa la teoria che il corallo fosse molle in profondità e si solidificasse venendo in superficie. I primi tuffatori diffusero inoltre la notizia che anche il suo colore in profondità fosse diverso: esso sarebbe stato cupo, con tonalità verdastre. Quest'ultimo mito si sfatò quando si comprese la complessità della luce che, attraversando l'acqua a diverse profondità, faceva mutare apparentemente i colori che distinguiamo grazie alla luce solare. Tecnicamente, la lunghezza d'onda di ogni colore determina la sua “sopravvivenza” sott'acqua: non a caso il primo colore a risentirne è il rosso il quale, avendo una lunghezza d'onda maggiore, diventa già a pochi metri di profondità (circa 10) di un colore molto scuro e quasi verdastro.

Il corallo veniva pescato da tempi remoti con “l'ingegno”, un attrezzo rudimentale fatto a guisa di pesante croce di legno munita di brandelli di rete che veniva calato sui fondali dove raschiava gli scogli strappando ogni cosa, raccogliendo quanto restava impigliato nelle sue reti. Per immaginarci quanti danni avessero fatto con un lavoro del genere, basti pensare che già negli anni '60 le famose barche “coralline” erano sempre meno, i marinai le abbandonavano a causa degli scarsi guadagni che procuravano spazzando fondali sempre più poveri.

Così nacque una nuova figura leggendaria di pescatore, che provenendo dalla subacquea era in grado di raggiungere il corallo nelle profondità, raccogliendolo ramo per ramo fin dentro alle fessure e alle asperità del fondale.

(foto Ripa)

(foto Ripa)

Così, l'artigianato del corallo in quegli anni si teneva in piedi “grazie” al lavoro del corallaro. Consapevoli oggi dei danni che venivano apportati ai fondali marini con questo lavoro, dal punto di vista fisico però il corallaro è una figura interessante: in media compiva due immersioni al giorno, spesso per molti mesi all'anno, a profondità comprese fra gli 80 e i 100 metri se non oltre, respirando aria compressa oltre ai limiti noti per ogni sommozzatore dell'epoca. Egli così ha indicato dei limiti fisiologici nuovi e ben precisi, e delle tecniche di massima importanza che la scienza ancora non aveva ben sondato.

Pescare corallo non era una tecnica degli ultimi decenni: ci sono raffigurazioni anche molto antiche di tuffatori in apnea ed è noto che da tempo i palombari, specialmente greci dediti alla pesca di spugne, raccoglievano saltuariamente corallo.

Tanti furono anche i famosi campioni di pesca subacquea che si sono lasciati attirare dall'idea di questa avventura e che misero al servizio della loro passione la somma di esperienze acquistate in lunghi anni di pratica subacquea riuscendo ad ottenere buoni risultati, e soprattutto portando in un mondo allora dominato dalla improvvisazione e talvolta dall'avidità il loro senso sportivo e di responsabilità, agevolando forse così dei miglioramenti sociali tra i corallari.

Trovare il corallo non era cosa semplice, poiché non gli si può tutt'ora attribuire un habitat preciso, vivendo nei fondali di pochi metri, nelle grotte, fin sui cento metri e oltre, in acque limpide o torbide.

 Bisognava cercarlo quindi seguendo l'istinto e le vaghe informazioni che trapelavano tra i corallari, ma per raccoglierlo in gran quantità e di buona qualità era ormai sicuro che ci si sarebbe dovuti spingere a profondità dell'ordine dei cento metri.

Una volta che individuavano un banco più o meno ricco ci si preparava indossando la muta, indispensabile per lavorare alle basse temperature in profondità e per trascorrere i lunghi tempi di decompressione, scendendo sul fondo con un cesto col quale raccogliere i rami, sempre spinti dall'urgenza di far presto perchè a pochi minuti di lavoro effettivo alle profondità note, corrispondevano lunghe soste di decompressione che riducevano maggiormente i reali tempi di lavoro.

L'attrezzatura da immersione del corallaro era ridotta all'essenziale: una buona muta per combattere il freddo, pinne (solitamente erano abbastanza rigide), maschera, profondimetro e orologio. Alcuni portavano anche la tabella di decompressione che li aiutava a calcolare la decompressione, anche se quasi tutti avevano i dati utili ben impressi nella mente e si regolavano in base alle loro esperienze. Indispensabile era un buon coltello tagliente: in profondità, nella luce incerta e nella concentrazione necessaria per raccogliere il corallo, era abbastanza facile restare impigliati in brandelli di rete perdute attaccate agli scogli o legarsi con le sagoline dei pedagni, non riuscendo quindi a risalire e perdendo tempo prezioso per il consumo dell'aria. In questi casi spesso solo una lama poteva veramente risolvere una situazione dai risvolti potenzialmente tragici.

Il pericolo tutta via era una costante del lavoro: respirando aria compressa era (ed è tutt'ora) possibile andare incontro alla famosa ebbrezza d'azoto a partire dalle profondità di circa 30-40 metri, mentre a 80 metri è praticamente inevitabile.

La resistenza psicofisica dei corallari quindi era dovuta all'ottimo grado di allenamento, iniziando per gradi e valutando sempre le immersioni compiute. L'unica tecnica che si può dire usassero questi profondisti era quella della ventilazione profonda, della respirazione senza momenti di apnea, tenendo sempre presente la necessità di non stancarsi e di non compiere sforzi Si può dire quindi che l'immersione di un corallaro esperto era un capolavoro di risparmio di energie.

Malgrado la tecnica e l'allenamento tuttavia anche i più esperti non erano immuni da “stonature”: erano momenti terribili, difficilmente raccontabili, in cui nella semi-coscienza si sentiva quasi la vita spegnersi il più delle volte senza angoscia, quasi in stato di benessere fisico. La paura e lo smarrimento sopraggiungevano dopo infatti, quando risaliti in qualche modo il cervello si snebbiava e inquadrava in pericolo corso. Chi poteva, infatti, aiutare un uomo svenuto a 90 metri di profondità? Come sarebbero potuti arrivare in tempo e portarlo in superficie in sicurezza? Per questi motivi, nonostante la pericolosità dell'immersione in solitaria, pochi si immergevano in coppia. Lo si trovava (giustamente) di scarsa utilità ai fini della sicurezza.

Ogni minuti passato a quelle profondità comportava sempre più gravi problemi di autonomia, di decompressione e di efficienza lavorativa. Con l'aumentare del tempo di esposizione aumentavano infatti gli effetti dell'ebbrezza d'azoto ed il lavoro si faceva sempre più lento, faticoso e pericoloso. Una volta risaliti in superficie con tutte le manovre di decompressione, l'ansia non era finita: bastava un dolore strano a dover far tornare il corallaro sott'acqua, in qualsiasi momento del giorno o della notte, per “curarsi”. Lo aspettavano così altre interminabili ore di freddo e di solitudine, magari al buio della sera e poco fuori dal porto, quando ormai tutti erano rientrati e riposavano. Qualche corallaro aveva una camera di decompressione portatile a bordo della barca, mentre molti si recavano alla camera multipla presso la Marina Militare alla Maddalena.

Nonostante tutto però quasi ogni anni qualcuno perdeva la vita: era il tributo necessario per una vita trascorsa ai limiti dell'impossibile.

Qualcuno, dopo un periodo più o meno lungo di attività, riusciva ad abbandonare il corallo ed allontanarsi da questo genere di vita. Erano pochi quelli che sapevano rinunciare e riuscivano a capire che quest'attività non poteva essere permessa loro per lungo tempo e che forse, a conti fatti, non n valeva neppure la pena.

(foto Olschki)

Quanto ai guadagni, si è poi visto che non sono mai stati tali da giustificare il rischio continuo della propria vita. In conclusione, l'attività di pesca dei coralli ha portato solo danni ambientali e l'impoverimento dei mari, ma grazie alla tecnica e alla resistenza fisica degli uomini del corallo, la subacquea ha avuto nuove strade da scoprire e nuove tecniche da studiare, facendola arrivare alle conoscenze e alle competenze dei giorni nostri.  



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