Il prezioso Sulcis

25 di Maggio, 2021 - Archeologia subacquea - Commento -

a cura di Magda Vuono

Il prezioso Sulcis

La Sardegna è sicuramente tra le mete preferiti per gli amanti del mare. Pe le sue lunghe spiagge bianche, che si alternano a cale nascoste sempre bagnate da acque cristalline non ha assolutamente nulla da invidiare alle mete caraibiche. Trascurando, seppur a malincuore, per un momento le zone più battute dal turismo estivo, mi voglio concentrare sulle scoperte effettuate nella zona più sconosciuta dell’isola.

Il Sulcis è la zona che si estende nella parte sud-occidentale della regione, che dal punto di vista geomorfologico presenta una forte caratterizzazione essendo in gran parte delimitato dal mare e oltre che isolato dal resto dell’isola dall’omonimo massiccio montuoso. Questo territorio deve il suo nome all’antica città fenicia di Sulky, la cui fondazione risale addirittura all’ottavo secolo  a.C. Le costruzioni relative a questo periodo sono costituite da strutture realizzate  con pietrame, fango e mattoni in terra cruda. Oltre queste costruzioni è stata ritrovata la necropoli, una cisterna (che in fase di abbandono è stata riempita da grande quantità di ceramica) ed un silos per la conservazione delle scorte alimentari.     

Successivamente, intorno al 500 a.C. l’insediamento fenicio venne occupato dai Cartaginesi, che costruirono la cinta muraria, il tofet (tipico santuario a cielo aperto realizzato sia in epoca fenicia che punica) e la necropoli punica ubicata su un colle, che ancora oggi viene considerata una delle più importanti del Mediterraneo. Quando i romani conquistarono interamente l’isola (intorno al 238 a.C., ovvero tra la prima e la seconda guerra Punica) anche Sulky subì un processo di romanizzazione e nel periodo imperiale acquisì anche il rango di "municipium".

In seguito, in epoca cristiana vennero realizzate le catacombe scavate direttamente nella roccia su cui  in precedenza erano stati realizzati impianti punici ancora oggi visibili sotto il pavimento della chiesa parrocchiale dedicata a Sant'Antioco sulcitano.


Dopo questo brevissimo ma necessario viaggio nella storia sulcitana per avvicinarci ancora meglio alla parte che ci interessa davvero, ovvero le scoperte fatte in mare, occorre sfatare una credenza abbastanza diffusa. Infatti è frequente pensare che il popolo sardo non sia stato un popolo di esperti navigatori. A confutare questa tesi ci sono pervenuti moltissimi nuraghi posti nella fascia costiera a protezione di tutte le spiagge. Queste costruzioni sono presenti anche nelle isole di Carloforte, di Sant’Antioco, oltre che nell’isola di Maldiventre, in quella dei Cavoli a Villasimius. Inoltre i nuraghi disposti lungo la costa erano in collegamento tra loro, posti in posizioni che permettevano un controllo continuo delle imbarcazioni che viaggiavano nel mare sardo. Questa straordinaria organizzazione porta a ipotizzare che questo popolo fosse capace di creare un complesso sistema insediativo collegato, lungo la costa, alla navigazione. Sebbene questa precisazione sia stata necessaria per comprendere al meglio la eccezionalità della cultura sarda, purtroppo per ora non sono ancora state ritrovate in mare reperti relativi al periodo che andava indicativamente dal secondo fino al primo millennio avanti Cristo.


Giungendo finalmente alle scoperte archeologiche avvenute in mare occorre innanzitutto precisare che si tratta in gran parte reperti relativi a relitti di epoca romana individuati principalmente nella zona di Cala Piombo e di Porto Pino.

Per quanto riguarda la zona di Cala Piombo, eccezionale giacimento di ritrovamenti si concentra in gran parte nelle vicinanze della zona delle secca. In una zona dell’ampiezza di cinquanta metri un numero di settanta anfore (del tipo Dressel 20 e Dressel 8) alla profondità di circa 28 metri. Le anfore probabilmente appartenevano al carico di due differenti imbarcazioni, di cui purtroppo non è rimasto nulla. Però grazie al tipo di anfore recuperate è stato possibile ipotizzare che le imbarcazioni fossero navi onerarie (ovvero per il trasporto delle merci) che, negli anni a cavallo tra l'inizio del I° sec. d.C. e circa il 50 d.C. trasportavano dalla Betica la salamoia e l’olio verso l'Italia, seguendo una rotta meridionale di avvicinamento ai mercati italiani



La zona di Porto Pino è stata protagonista un’importante scoperta effettuata intorno agli anni settanta da vari pescatori che, alla profondità di circa sette metri hanno individuato il relitto di una nave mercantile di epoca romana, in una fossata di m. 60 circa di lunghezza, quasi sempre coperta da alghe morte. Del relitto si è scarsamente conservata quasi esclusivamente la poppa. Il carico era costituito da anfore di provenienza africana databili intorno al 2° sec. d.C.; la larghezza dell'insieme del deposito anforaceo e del relitto è di circa m.10. Addirittura uno dei pescatori grazie ai quali è avvenuto il ritrovamento riporta la notizia della presenza di alcune monete di bronzo. 

Mentre le monete sono andate disperse negli anni, il restante materiale fu consegnato alla Guardia di Finanza di S.Antioco. 

Altro ritrovamento eccezionale è avvento in località Punta Tonnara. Qui, tra le posidonie alla profondità di 23 metri, è emerso  un deposito composto da circa 60 giare ovoidali, alcune delle quali risultano ancora tappate. Anche in questo caso non sono rimaste tracce della parte lignea dell’imbarcazione. Inoltre l’interpretazione certa della datazione dell’imbarcazione presenta alcune perplessità dovute alla forma delle anfore, che potrebbero essere di epoca medievale più che di epoca romana.



Infine sempre grazie a ripetuti ritrovamenti effettuati da pescatori è stato individuato nel Golfo di Palma, alla notevole profondità di circa 40 metri, il carico di un relitto in un'area circoscritta di circa 50 metri. Anche in questo caso il materiale recuperato è costituito essenzialmente da frammenti di anfore di cui però non è stata precisata la tipologia.

Queste sono solo alcune delle infinite preziose antichità che le acque del Sulcis conservano, per cui subacquei abbastanza esperti, assistiti da un pizzico di fortuna, potrebbero imbattersi anche casualmente in un carico di anfore affondato secoli prima!

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