Immersione e Psiche

13 di Novembre, 2020 - Attività subacquee - Commento -

La mente, con i suoi meandri, di un subacqueo

Valentina Cornacchione

Forse se ne parla poco, ma le condizioni nervose e psico-sensoriali dei sommozzatori sono di grandissima importanza.

La superficie di contatto dell'aria atmosferica con l'acqua è una linea reale che, varcata, dà l'impressione di muoversi ed agire al di fuori di qualsiasi schema consueto, sia fisico che spirituale. Il subacqueo o apneista che sia, come prima sensazione sente di essere come una lastra fotografica da impressionare, un essere con più o meno esperienza desideroso di averne sempre più, capace di assimilare, a volte disposto a subire i sacrifici fisici più impensati pur di soddisfare quei desideri. Appare evidente che coloro che si dedicano ad attività subacquee, sia in modo professionale che dilettantistico, debbano possedere accanto ad adeguate conoscenze tecniche, anche un' adatta predisposizione psichica.

Prima di tutto ritengo opportuno fare una distinzione tra il subacqueo che fa immersioni in apnea (detto anche quindi apneista) e quello che si serve dell'autorespiratore. Nonostante l'ambiente nel quale si muovono i due soggetti sia lo stesso, i mezzi fisici a loro disposizione sono completamente diversi: l'apneista infatti, per raggiungere le profondità desiderate, dispone di un tempo molto limitato (in media un minuto, un minuto e mezzo) d'immersione. Più il suo fisico è allenato alla pratica, più tempo riesce a stare in apnea.

Il sommozzatore che fa uso di bombole invece ha molto più tempo a disposizione, la sua permanenza sott'acqua è condizionata solo dal rispetto di certe regole di carattere fisico (profondità e tempo d'immersione, capacità delle bombole).

Da un punto di vista psicologico direi sia più interessante il punto di vista dell'apneista per la complessità degli elementi a cui deve tener conto e per le difficoltà della tecnica necessaria. Sofferenza fisica, dolore e bisogno impellente di respirare sono elementi imprescindibili. L'apneista che si immerge dopo una importante iperventilazione infatti, è in condizioni di coscienza alterata. Dopo i primi metri di immersione effettuati in una specie di torpore, la coscienza riacquista la propria lucidità.

Raggiunta la quota d'immersione desiderata, c'è un lasso di tempo che normalmente oscilla tra i 20 e i 40 secondi in cui il subacqueo si muove padrone di sé, libero del proprio peso e in uno stato di piacevole benessere fisico. Passato questo periodo di tempo, quando ancora ci sarebbe la possibilità fisica di rimanere in immersione, qualcosa di indefinito riconducibile all'atavico istinto di conservazione spinge l'apneista a risalire. A volte succede che la volontà forzi al massimo la capacità fisica spingendo il subacqueo a prolungare l'apnea finchè non insorgano gli stimoli della respirazione. Questa leggerezza è ripagata con un'atroce sofferenza fisica e allora ecco che la superficie dell'acqua si presenta come un traguardo irraggiungibile e come il miraggio di un desiderio irrefrenabile di vita.

A volte durante quei brevi secondi di risalita, che sembrano interminabili per l'apneista, si giura a se stessi di abbandonare questa pratica così angosciosa mentre insorge il desiderio di un'attività tranquilla, normale, nasce il proposito di non procurarsi mai più una situazione come quella. Ed ecco che, arrivati in superficie, l'apneista respira a pieni polmoni e compie ampi movimenti, in un'esplosione quasi di gioia.

Ma il momento psicologico sopra descritto viene rapidamente cancellato ed il subacqueo, riacquistata la propria calma con un ritmo respiratorio normale, è di nuovo disposto ad affrontare i rischi di pochi minuti prima.

A puro titolo di curiosità merita menzione la frequenza con cui, nei cultori di questa attività, si verificano dei piccoli incidenti che potrebbero essere facilmente evitati quali abrasioni e ferite da taglio, contusioni eccetera. Sembrerebbe di trovarsi di fronte a quel fenomeno di psico-.patologia che va sotto il nome di “predisposizione all'infortunio” che non sarebbe altro che una necessità inconscia di procurarsi un incidente per soddisfare, sia pure a costo di sofferenze e privazioni sul piano cosciente, un' ultima esigenza quasi auto-punitiva quasi per sentirsi più "pionieri". Questo fenomeno si osservava spesso negli anni '80 durante la devastante pesca subacquea sportiva, che già di per se stessa era sofferenza e privazione (non solo per l'uomo, oggi potremmo aggiungere).

Spesso, soprattutto per chi è alle prime armi, dalla visione del fondo marino deriva un'emozione non tanto per la meraviglia di quanto si osserva quanto per l'immaginazione di quanto si potrebbe osservare. Queste prime impressioni euforiche e quasi di esaltazione, sono poi frustrate dalla constatazione dei limiti fisici che impediscono il contatto prolungato con questo nuovo e affascinante mondo. Non se ne farebbe mai più a meno insomma.

Un elemento importante nella psicologia del subacqueo, diretta conseguenza dell'ambiente in cui egli si muove, è l'elemento “pericolo” dovuto alla fauna che in questo ambiente vive, poco conosciuta nelle sue espressioni talvolta “aggressive”, e alla profondità in cui si spinge il l'uomo. La cattiva gestione di quest'ultima è proprio la maggior responsabile dei gravi e noti incidenti.

Anche le condizioni atmosferiche influiscono sulla psiche del sommozzatore in maniera positiva o negativa: una giornata luminosa con mare calmo mette il subacqueo a proprio agio e nelle condizioni di compiere serenamente il proprio lavoro. Una giornata con cielo coperto, mare un po' opaco, crea viceversa uno stato di apprensione ed insicurezza.

Il “distacco” dal mondo in cui vive il subacqueo, avviene non appena egli calza le pinne e mette la maschera, anticipando così l'emozione che sa di provare non appena verrà in contatto con l'ambiente sottomarino. Come se un sipario immaginario calasse fra lui e il mondo che sta per lasciare: il ritmo del movimento in acqua è diverso da quello sulla terra ferma, è rallentato, morbido, si inserisce in un mondo che ha un'atmosfera completamente diversa. Silenzio, colori attenuati e opalescenti costituiscono il sottofondo di questa nuova melodia cinetica dalla quale, spesso, vorremo staccarci il più tardi possibile.


Fotografie di Claudio Sisto



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