Immersioni subacquee e gravidanza: un momento a cui prestare attenzione

24 di Settembre, 2021 - Subacquea - Commento -

di Valentina Cornacchione, fotografie di Claudio Sisto 

Cosa è necessario sapere in (dolce) attesa di tornare nel blu

Abbiamo parlato qualche tempo fa qui di come il ciclo mestruale potrebbe influenzare le immersioni subacquee nelle donne, considerando ritenzione idrica, ipersensibilità al freddo e instabilità neurovegetativa dei fattori che potrebbero aumentare il rischio di MDD (Malattie Da Decompressione). Nonostante ogni corpo reagisce a questa fase della vita a modo suo, non ci sono differenze tra uomo e donna per ciò che riguarda le controindicazioni ad immergersi.

Anche se non sembra esserci formalmente un aumento di sensibilità agli incidenti da decompressione durante il ciclo (anche se ci sono dei dubbi per quanto riguarda la prima parte del ciclo) o durante l’assunzione della pillola anticoncezionale, sappiamo che molti dei sintomi che una donna accusa durante un ciclo particolarmente doloroso o abbondante sono dei fattori predisponenti alla MDD: stanchezza generale, sonno, stress, antecedenti patologici.

Se si tratta di una gravidanza invece, il gioco cambia “purtroppo”: durante questo periodo è certa l’esistenza dei rischi sia per la madre che per il feto, per quest’ultimi sono previsti rischi così importanti da produrre gravi malformazioni o addirittura la morte intrauterina. Quindi la gravidanza non autorizza la pratica dell’immersione subacquea.

Oltre a dirlo uno studio condotto anni fa in Francia da Jean – Louise Ducassé, da cui stiamo traendo le informazioni, lo dicono anche i testi di giurisprudenza: si ammette che la gravidanza sia una condizione che controindica l’immersione subacquea.


Andiamo a scoprire i motivi per cui immergersi non sarebbe un’azione saggia e sicura durante una gravidanza:
- può creare un potenziale disagio per via della nausea;
- si riduce la funzione respiratoria a causa dell’aumento della massa intraddominale;
- possono insorgere o aumentare problemi circolatori soprattutto agli arti inferiori;
- difficoltà nella vestizione;
- alterazione della risposta simpatica.

Per quanto riguarda i problemi di natura prettamente medica, un accumulo di grasso aumenta la suscettibilità agli incidenti MDD e inoltre si potrebbe riscontrare della difficoltà a ristabilire l’equilibrio pressorio del timpano a causa di un edema delle membrane timpaniche.


Per quanto riguarda il feto:

Da come sembra, ad avere la peggio in caso di incidente sarebbe proprio il feto. I rischi maggiori a cui può incorrere sono:
- ipossia;
- iperglicemia;
- ipertermia;
- avvelenamento di origine materna qualora lei inalasse del gas inquinato;
- incidenti di decompressione riportati dalla madre che indurrebbero un’alterazione del flusso sanguigno nella placenta.

Il rischio di gravi malformazioni in rapporto agli incidenti di decompressione della madre potrebbero avvenire nelle prime fasi della gravidanza, mentre il rischio di una nascita prematura o di una morte intrauterina avverrebbero a gravidanza inoltrata.
Le tabelle di decompressione potrebbero scongiurare questi problemi? Non proprio. Le tabelle, che vanno seguite scrupolosamente come se fossero un libro sacro, non sono state progettate per considerare una gravidanza. Non è una questione di genere ma di fisiologia del corpo umano e degli ovvi cambiamenti che esso vive. Le tabelle in circolazione sono progettate per uomini e donne in condizioni “normali” di salute psicofisica.


Soprattutto, le tabelle di decompressione non prevedono il calcolo della desaturazione di azoto da parte dei tessuti fetali.

Addirittura il dottor Ducassé teorizza che lo sviluppo del feto può risentire proprio dell’immersione in sé prevedendo un rischio di scollamento placentale e di anossia fetale.
E se si pensi che, in caso di incidente, la terapia iperbarica possa rimettere in sesto madre e feto, non è così. Gli incidenti al feto possono incorrere anche durante la terapia in camera iperbarica.


Dietro a tutti questi studi ci sono state delle indagini: nel 1980 il dottor Bolton analizzò delle donne subacquee che praticavano l’attività con e senza una situazione di gravidanza. L’aumento di malformazioni fetali era superiore allo 0.05% , il che sembra essere un aumento significativo.

Ancora, nel 1989 dei ricercatori scandinavi hanno ripetuto lo studio, questa volta in Norvegia e Scandinavia, finendo con il definire il rischio di malformazioni in una donna che si immerge in gravidanza 10 volte maggiore rispetto ad una donna non incinta che si immerge.

In conclusione, è certo il rischio di problemi per la madre e per il feto qualora si facesse attività subacquea, quindi in stato di gravidanza si può non autorizzare una donna ad immergersi sia per fini ricreativi che professionali. La gravidanza quindi è una condizione fisiologica che configura una temporanea controindicazione all’attività subacquea.



E’ importante che questi dati scientifici non vengano presi come una sorta di ammissione di “inferiorità” del sesso femminile, perché le donne, nonostante siano entrate nel grande blu più tardi rispetto agli uomini, hanno fatto la storia della subacquea: basti pensare che già 1500 anni fa si ha testimonianza della figlia di Syllias di Sione che tagliò i cavi del gavitello di Xeres sott’acqua in apnea, alla prima fotografa subacquea Sophie de Wilde, alle figlie Patrizia e Rossana di Enzo Maiorca negli anni ’80, ad Angela Bandini negli anni ’90 con i suoi -105m in apnea.


Grazie ad uno studio del 1992 condotto dal dottor Pierre Francois su delle subacquee nei Medi Pirenei, si è capito cosa spingesse le donne ad iniziare l’attività subacquea, forse ancora ritenuta per di più maschile. Principalmente i motivi erano due, per il fascino della scoperta e perché seguivano il loro partner subacqueo. Ma dopo un tempo medio di 5 anni, l’unica cosa che spingeva quelle donne (e credo fortemente anche le donne di adesso) a continuare ad immergersi, era il proprio appagamento personale e professionale.


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