Intervista ad Alessandro Marroni sulla medicina subacquea

21 di Luglio, 2022 - Subacquea - Commento -

Articolo di Marta Bello, foto di Alessandro Marroni

Abbiamo incontrato Alessandro Marroni, medico subacqueo specializzato nella terapia iperbarica, che si è raccontato e ci ha raccontato questo mondo offrendoci anche dei consigli su come svolgere delle immersioni in sicurezza.


Ci può dire in breve chi è e la sua storia professionale?

Sono Alessandro Marroni e sono un medico anestesista-rianimatore, medico del lavoro, ma soprattutto medico specialista in medicina subacquea iperbarica.

Fin dal 1971, al momento della laurea, ho lavorato nella medicina subacquea, prima come assistente dei Professori Zannini e Odaglia, all’Istituto di Medicina del Lavoro di Genova, poi come responsabile dei lavori subacquei della Saipem, gruppo Eni, inclusi lavori in alto fondale e saturazione, fra cui mi piace ricordare la saturazione ininterrotta per 14 mesi, per il recupero degli oltre 900 bidoni di piombo tetraetile affondati con la Nave Cavtat davanti a Otranto.

Occupandomi di medicina subacquea e lavorando come medico iperbarico ho anche avviato diversi centri di terapia iperbarica, fino a quando, negli anni ’80, ho contribuito all’inizio della prima scuola di specializzazione in medicina subacquea al mondo, creata dal Prof. Piergiorgio Data all’Università di Chieti. Da qui è scaturito il progetto di un centro iperbarico molto innovativo, a Teramo, che ho progettato, attivato e diretto conducendo attività terapeutiche, di ricerca, addestramento all’immersione anche in saturazione e, per la prima volta al mondo, di neuro-riabilitazione in acqua ed in iperbarismo.

In parallelo, nei primi anni ’80, ho fondato quella che oggi è diventata, la Fondazione DAN Europe inaugurata ufficialmente nel 1983, ma già operativa dal 1980. DAN Europe è adesso una Fondazione Internazionale, riconosciuta come Istituzione di Ricerca, si occupa di assistenza medica di emergenza, di ricerca e medicina subacquea nonché di educazione alla sicurezza dell’immersione attraverso corsi di primo soccorso, di sicurezza, valutazione e prevenzione dei rischi.

DAN Europe, di cui sono Fondatore e che tutt'ora presiedo, fa parte della International DAN Federation, che assiste circa 500.000 persone in tutto il mondo, di cui oltre 100.000 nella zona in cui è responsabile DAN Europe.



Ha partecipato alla nascita di altre società scientifiche subacquee ed a altre attività nell’ambito medico subacqueo-iperbarico?

Il CIRSS “Comitato italiano ricerca e studi subacquei” è una gruppo polidisciplinare per la ricerca subacquea di cui sono un fondatore ed ho fatto parte attiva negli anni ’70 e che ha poi continuato il suo percorso; dal 1985 in poi io ho preso altre strade, sia pure con occasionali collaborazioni.

Lo ECHM _ European Committee for Hyperbaric Medicine, di cui sono Fondatore e vicepresidente, è l’istituzione che stabilisce le linee guida europee per la pratica clinica della terapia iperbarica nonché i criteri di insegnamento ed accreditamento degli specialisti.

Dagli anni '80 sono docente universitario a contratto, prima a Chieti ed Ancona, poi presso i master di medicina subacquea iperbarica delle Università di Catania, Padova e Pisa: i tre master di medicina subacquea iperbarica attualmente attivi in Italia. Insegno, inoltre, alla International School of Baromedicine dell’Università di Belgrado, di cui sono uno stabile Visiting Professor, ed ho ideato, avviato e dirigo il primo corso di laurea in Gestione della Sicurezza Subacquea al mondo, iniziato due anni fa presso la International School of Diving Safety and Medicine: un' iniziativa congiunta fra DAN Europe Foundation e l’Institute of Tourism Studies di Malta.

Sono autore di oltre 250 pubblicazioni scientifiche internazionali in medicina subacquea e iperbarica, ultimamente sto partecipando con la fondazione DAN Europe a molti programmi di ricerca medica, di sicurezza e di protezione dell’ambiente marino finanziati dall’Unione Europea.



Mi racconta qual è stata l’esperienza subacquea più significativa?

Non è facile, perché vado sott’acqua da quando avevo otto anni. Sono ben più di sessant’anni che mi immergo, ne ho combinate un po’ di tutti i colori: prudenti e anche non prudenti, soprattutto nei primi anni, quando ero molto giovane. Diciamo che, a livello di immersione personale, l’esperienza più interessante è stata quella che ha unito la ricerca all’immersione impegnativa: quando ho assistito da un punto di vista sia medico che di ricerca il record di apnea del 1973 di Jacques Mayol.

Ho potuto condurre test psicometrici e della funzione cardiaca fino a 86 metri di profondità, dove ero sceso prima di lui e lo attendevo per sottoporlo ai test, per poi risalire seguendo le tabelle di decompressione, infatti, il giorno del record non ho potuto assistere alla sua emersione trionfale!

Da un punto di vista subacqueo attivo è stata una delle esperienze più memorabili, insieme a tantissime immersioni anche complesse in posti strani, visto che ho girato più o meno tutto il mondo immergendomi in tanti mari. Questa però, è stata un’esperienza abbastanza estrema anche perché all’epoca non era così comune andare giù in miscela, e un’immersione a -86 in aria non si poteva proprio dire leggera!



Quali sono i principali fattori di rischio durante le immersioni?

Non conoscere bene quello che si fa, non rispettare il proprio livello di esperienza, il proprio stato di salute e soprattutto non calibrare l’immersione in base alla propria esperienza. Lo stato di forma fisica e di capacità di performance aerobica sono fondamentali.

Gli incidenti subacquei capitano principalmente per scarsa conoscenza o attenzione a questi essenziali elementi. Naturalmente esiste anche l’incidente “imponderabile”, ma non è il più frequente. Il fattore più ricorrente, alla fine, dipende in gran parte dall’individuo.

Può essere che gli algoritmi e i protocolli che si seguono non fossero giusti in partenza oppure che siano venuti meno i punti essenziali della prevenzione ma è necessario conservare la consapevolezza del fatto che si sta penetrando in un ambiente che non è compatibile con la vita umana e quindi richiede conoscenza, prudenza e capacità tecniche specifiche. Per avere tutto questo bisogna sapere quali sono i propri limiti, addestrarsi con istruttori preparati e mantenere un adeguato stato di preparazione sia tecnica che fisica.



Cos’è la pratica medica subacquea?

Un medico che si occupa di medicina subacquea ovviamente deve conoscere quali sono le patologie più comuni a cui può andare incontro un subacqueo, ma per conoscere queste patologie, deve conoscere le variabili che l’ambiente subacqueo impone alla persona che lo penetra.

È necessario anche conoscere le reazioni dei diversi organi all’immersione, quindi non esiste solo la figura del medico subacqueo per così dire “generico”, ma anche lo specialista che si occupa degli aspetti otorinolaringoiatrici, degli aspetti polmonari, cardiaci, neurologici, oftalmologici e via dicendo; in sintesi: ogni specialità medica ha il suo “lato subacqueo”.

Quando ci immergiamo, tutti i nostri organi sono esposti allo stress dell’immersione e se ci sono patologie o disfunzioni dell’uno o dell’altro organo, ovviamente se ne occupa prima il medico subacqueo “generico” e poi, quando serve, lo specialista.



Cosa accomuna queste figure?

Sicuramente la conoscenza delle patologie strettamente legate all’immersione, ma soprattutto la conoscenza dell’ambiente straordinario in cui questa si svolge, quindi: la conoscenza delle variabili fisiche che determinano la risposta fisiologica e fisiopatologica di un organismo che vive tutta la sua vita in costanza di pressione, ma che quando si immerge si sottopone a variazioni di pressione che non si raggiungono nemmeno durante le attività nello spazio.

Nell’arco di minuti, questa costanza di pressione viene stravolta e la persona si trova a pressione 3-4-10 volte maggiore, in base alla profondità a cui si immerge, una pressione non solo superiore a quelle a cui vive normalmente, ma a cui deve ritornare in sicurezza, e qui insorgono i problemi! Questi, dal punto di vista della medicina subacquea, sono essenzialmente due:

1. il primo è il “disbarismo”: il medico subacqueo deve sapere quali sono le risposte dell’organismo alle variazioni di pressione e le possibili patologie correlate.

2. Il secondo è, molto semplicemente, l’acqua, dato che noi viviamo in un ambiente aereo e l’immersione in acqua comporta risposte fisiologiche e fisiopatologiche particolari che devono essere conosciute.



Cos’è la terapia iperbarica?

È tutt’altra cosa, non ha a che fare con l’acqua, bensì con pressione ed ossigeno. Si può dire che nasce dall’utilizzo terapeutico della pressione. Le prime terapie iperbariche sono state usate per curare i palombari ed i cassonisti nei primi anni del ‘900; erano periodi in cui le patologie da decompressione, cioè da esposizione a pressione e ritorno non corretto alla pressione atmosferica, non erano ancora ben conosciute.

All’inizio non si sapeva molto dell’origine e dei meccanismi di evoluzione dei sintomi e si curava ricorrendo alla pressione: il palombaro o il lavoratore del cassone era stato a pressione ed era tornato nell’ambiente aereo in modo non idoneo, magari troppo velocemente? Veniva riportato in pressione perché si notava un “sollievo” dei sintomi e poi si ritornava a pressione atmosferica più lentamente, ma ancora in modo empirico. La terapia iperbarica è iniziata, quindi, nel vero significato della parola: “aumento della pressione” ma poi gli studi hanno dimostrato che entravano in gioco anche altri importanti aspetti.

In particolare, gli studi di Paul Bert hanno chiarito il ruolo dell’ossigeno ed i suoi effetti se somministrato a pressione elevata. Stiamo parlando di un processo iniziato agli inizi del ‘900 che è ancora in corso e ben lungi dall’essere ultimato, a mio avviso, viste le continue nuove conoscenze che il suo utilizzo clinico e la ricerca stanno producendo.

Si è cominciato con la semplice applicazione della pressione per gli scopi che dicevo e ci sono stati anche, nei primi anni del ‘900, dei tentativi negli USA, ma anche in Italia, di terapia iperbarica con uso di semplice aria compressa per patologie polmonari. Solo dopo la Seconda guerra mondiale è iniziato lo sviluppo della terapia iperbarica moderna, la attuale “ossigeno-terapia iperbarica - OTI”.

Credo che stiamo iniziando solo ora a capire i meccanismi più intimi e profondi di questa forma di cura.

L’OTI si basa su due elementi: l’applicazione della pressione e la respirazione di ossigeno puro. Serve un contenitore a pressione, cioè una camera iperbarica che consenta l’aumento dell’esposizione a pressione del paziente e la respirazione di ossigeno puro a quella determinata pressione. Questo può avvenire in piccole camere che ospitano una sola persona (in Europa sono più rare mentre sono più comuni negli Stati Uniti) oppure in grandi camere multiposto, che vengono compresse con aria mentre il paziente respira ossigeno attraverso speciali maschere.Questo evita che i pazienti siano immersi in un’atmosfera di ossigeno puro che presenta grandi rischi, soprattutto di incendio.

Lo scopo della terapia è quello di sfruttare le leggi fisiche, cioè la maggiore solubilità dell’ossigeno a pressione nei liquidi (sangue) e nei tessuti dell’organismo per ottenere una maggiore ossigenazione delle aree o delle funzioni sofferenti in quei casi e per quelle patologie in cui vi sia una corretta e scientificamente giustificata indicazione per la terapia iperbarica, secondo le attuali linee guida internazionali.

Ci sono società scientifiche dedicate che si occupano di questi aspetti, come, in Italia, la Società italiana di Medicina Subacquea e Iperbarica, SIMSI, di cui sono un fondatore e sono stato il primo segretario, che ha emesso linee guida specifiche che determinano quali sono le patologie che possono essere curate con questa tecnica terapeutica ove l’ossigeno è il farmaco e la pressione è lo strumento per ottenerne il corretto dosaggio. Questo non perché con la pressione aumenta l’ossigeno trasportato dai globuli rossi e dall’emoglobina, quantità che non aumenta in modo significativo con la pressione, ma perché il gas ossigeno si discioglie nel plasma, la componente liquida del sangue, proporzionalmente all’aumento della pressione ambiente, e dal plasma viene convogliato fino alle zone sofferenti che possono così disporre di maggiori quantità di ossigeno, il carburante della vita, per agevolare la guarigione di patologie che dipendono dalla carenza di ossigenazione.



Come si lega questo alla malattia da decompressione?

La malattia da decompressione è una forma particolare di disbarismo, è quello da cui è nato tutto.

La patologia nasce dalla non corretta decompressione perché così come l’ossigeno si scioglie a pressione nelle componenti liquide del sangue, anche gli altri gas che compongono la miscela che respiriamo, in particolare l’azoto se respiriamo aria, si sciolgono nelle componenti liquide del nostro organismo: sangue e tessuti. Quindi, a mano a mano che scendiamo sott’acqua e ci esponiamo a pressione, assumiamo questo eccesso di gas che si scioglie nei tessuti, in proporzione all’aumento della pressione (ci sono delle leggi fisiche specifiche che determinano l’evoluzione di questo fenomeno).

Questo processo di dissoluzione dei gas nell’organismo necessita di un certo tempo per avverarsi, così come necessita di un certo tempo per tornare allo stato precedente e quindi riequilibrarsi alla pressione ambiente. Abbiamo quindi due processi: uno è quello dell’assorbimento o saturazione, l’altro è quello del rilascio dell’eccesso assorbito o desaturazione.

Perché avviene tutto questo?

Perché il gas mira all’equilibrio con la pressione ambiente e questo si ottiene con l’assorbimento (saturazione) in fase di compressione e con il rilascio (desaturazione) in fase di decompressione. Ad esempio, noi adesso abbiamo i gas sciolti nel nostro organismo che sono in equilibrio con la pressione degli stessi gas dell’aria che respiriamo. Quindi, se l’aria è composta da azoto e ossigeno, noi abbiamo l’azoto e l’ossigeno disciolto nel nostro organismo in equilibrio di pressione con quello che c’è fuori. Se andiamo sott’acqua, la pressione fuori aumenta mentre i nostri valori interni sono rimasti quelli dell’ambiente aereo, si verifica una differenza di pressione e quindi assorbiamo per arrivare al famoso equilibrio di cui abbiamo parlato.

Quando risaliamo in superficie la pressione esterna diminuisce, ma noi abbiamo assorbito; quindi, ne abbiamo di più e lo dobbiamo rilasciare ed eliminare. Se questa eliminazione non viene fatta nei tempi e nei modi corretti, i gas in eccesso di pressione non vengono disciolti gradualmente fino ad arrivare ai polmoni ed essere espirati, ma si “equilibrano” in modo tumultuoso, in forma di bolle gassose all’interno tessuti e nel sangue. Questa è essenzialmente, sia pure espressa in termini semplicistici, la malattia da decompressione che si accompagna a svariate manifestazioni cliniche, perché queste bolle non sono innocue: non solo determinano disturbi di origine meccanica, come ostruzione vascolare o distorsione di un tessuto, ma rappresentano anche un fattore di disturbo biologico e quindi scatenano reazioni da corpo estraneo da parte dell’organismo, simili a quelle dell’infiammazione.

Ecco che entra in gioco la terapia iperbarica perché da una parte comprime e quindi riduce il volume delle bolle per compressione fisica - ricordate la “quota di sollievo” di cui parlavo prima - dall’altra, somministrando ossigeno, si ottiene un’azione terapeutica su due fronti: farmacologicamente agisce favorevolmente contro carenze di ossigeno da ostruzione vascolare o sofferenza dei tessuti e contrasta le reazioni infiammatorie; in secondo luogo agisce rimpiazzando l’azoto nelle bolle gassose riducendole ulteriormente di volume. Così l’azoto è facilitato ad uscire dall’organismo per questa differenza tra il “non azoto” in quello che respiriamo che è solo ossigeno e il “troppo azoto” nei nostri tessuti.

In linea di massima i fenomeni sono questi e, in termini semplici, sono questi i motivi per cui si usa la ossigeno-terapia iperbarica nella malattia da decompressione.


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