La battuta di pesca al pesce serra

14 di Ottobre, 2020 - Racconti di mare - Commento -

Quei fantastici anni '80

La battuta di pesca al pesce serra

Il mese di agosto apriva ufficialmente la caccia al pesce serra e nel porticciolo della Cooperativa, tutti fremevano.

Mi aggiravo nell'arenile, sì perchè nel frattempo il porto grande venne chiuso per lavori di ampliamento e tutta la marina piccola delle imbarcazioni da diporto venne dislocata su alcune aree di spiaggia della città Nettunese, così noi ci trasferimmo in via Eolo nel quartiere di creta rossa. Proprio qui, in questo piccolo spazio l'attività dei vacanzieri estivi possessori di natanti dalle più variegate forme e marche, fremeva per i preparativi della attrezzatura per catturare le povere bestie che proprio in piena estate decidono di avvicinarsi alla costa per motivi “amorosi”.

Il pesce serra, predatore intelligente ed astuto, impegnava negli anni 80 i pescatori della “domenica” neanche fosse Moby Dyck, ed i fine settimana diventavano un appuntamento comico ed assurdo durante il quale si osservavano stranezze di tutti i tipi. Mentre appunto passeggiavo sulla spiaggetta ricolma di barchette armate come pescherecci del mare di Bering mi divertivo ad ascoltare i discorsi dei “comandanti” che facevano a gara a chi avrebbe pescato il pesce serra più grande usando esche misteriose, comprate in segretissimi negozi che dovevano rimanere celati onde evitare la concorrenza sulla cattura più ardita.

Al tramanonto flottiglie di barche rientravano dalla “battuta di pesca al pesce serra”, stralunati equipaggi, esausti e cotti dal sol leone toccavano terra ricordando le gesta delle tre caravelle, qualcuno a mani vuote e qualcun altro con miseri bottini; addirittura qualcuno aveva optato per andar a fare cozze al pontile della centrale nucleare di Latina. Ma la magia rimaneva, si respirava serenità e le persone erano felici di aver passato un fine settimana in barca, lasciando alle spalle lo stress cittadino e gli impegni lavorativi.

Lunedì tornava la calma e lì entrava in gioco Checco, che si era preventivamente preparato l'esca con le agulie (il pesce serra ne è ghiotto) e alle sette di mattina in punto mi chiamava per accompagnarlo nella sua battuta di pesca. Non c'era tempo da perdere quindi mi procuravo un tozzo di pane secco ed un po di frutta e correvo in spiaggia verso il “Corto Maltese”, il gommone di servizio che all'occorrenza diventava barca da pesca. Con noi più delle volte veniva anche il Sor Umberto, un ruvido nettunese doc, ma pieno di bontà altruista se pur celata dai modi bruschi nel rivolgersi alle umane presenze.

Bene, tolti gli ormeggi il Comandante Checco indirizzava la prua verso la destinazione scelta dalla sua esperienza, e appena pronti mi consegnava il timone e si metteva a pescare con le sue fantastiche canne da traina. Io mi sentivo orgoglioso di governare il Corto Maltese ed eseguivo gli ordini come un vero timoniere di chissà quale antico veliero che solcava gli oceani alla ricerche di terre inesplorate.

Il mare piatto, dal colore argentato ci regalava paesaggi mozza fiato, le uniche increspature erano prodotte dal nostro passaggio, il sole non ancora alto ma già prepotente ci ricordava che eravamo in piena estate, ma la “battuta di pesca al pesce serra” ti faceva dimenticare ogni cosa. Checco forte di un' esperienza acquisita con la costanza sapeva dove immergere le sue esche, ed infatti ecco che la canna si piegava e cominciava la lotta tra la preda acquatica e il predatore umano. Insomma le esche di Checco erano infallibili, si tornava nel porticciolo verso l'ora di pranzo con la stiva piena di pescato.

La sera era festa, si preparava la brace ed i componenti della cooperativa potevano gustarsi del buon pesce fresco attorno ad un tavolone di legno che il giorno fungeva da banco da lavoro, ma la sera diventava banchetto per le feste dedicate al circolo dei “Fratelli della costa”, così ci chiamavamo e ci facevamo chiamare, una piccola tortuga a pochi chilometri da Roma.

(segue)

Claudio Sisto

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