Le cause dell'eutrofizzazione e il problema della siccità

06 di Giugno, 2022 - Ambiente - Commento -

Articolo di Marta Bello e foto di Valentina Cornacchione

L'acqua è l'elemento vitale per eccellenza, il più prezioso e ancestrale per la vita. Il pianeta su cui abitiamo è l’unico pianeta del sistema solare ad avere acqua liquida in superficie. Sebbene pare che ve ne sia in abbondanza, a causa dell'enorme spreco idrico e l'aumento delle temperature dovuto all'inquinamento globale, è una risorsa sempre più a rischio. La moria di pesci nel Mar Menor e il Tevere in secca a fine maggio sono solo alcune, chiarissime, prove della necessità di tutelare i corsi d'acqua e gli ecosistemi marini e terresti. L'impatto umano è sempre più pesante per il pianeta: siamo quasi 8 miliardi e le risorse diminuiscono sempre di più. La nostra attività più impattante sul pianeta è proprio l'agricoltura, scopriamo come sta all'origine del fenomeno dell'eutrofizzazione.

Possiamo iniziare il nostro discorso con la questione della gestione delle risorse idriche: l’acqua è un bene pubblico e in quanto risorsa preziosa per la vita, l’obiettivo dovrebbe essere quello di conservarla il più a lungo possibile, utilizzandola senza sprechi.

L’acqua copre il 71% della superficie terreste, di questa il 97% circa è salata e soltanto il 3% è acqua dolce, quindi potenzialmente potabile. Di questa, però, il 68% circa è in forma ghiacciata. La quantità di acqua potenzialmente potabile, quindi, si riduce ulteriormente.

Nel 2011 c’è stato un referendum in Italia in cui 27 miliardi di persone hanno votato contro il decreto che imponeva la privatizzazione dell’acqua e le persone hanno votato affinché la gestione dell’acqua fosse pubblica.

Quasi tutta la gestione dell’acqua in Italia avviene in modalità privatistica, questa gestione è in mano a società per azioni, il cui principale obiettivo è seguire le leggi di mercato, e quindi generare maggiore profitto e utile a discapito dell’ambiente (e non solo).

I costi dei servizi di gestione dell’acqua vengono ricoperti interamente dai soldi pubblici, ma le società non investono per migliorare la gestione dell’acqua come risorsa, ad esempio lavorando sugli acquedotti e preservandola come bene naturale preziosissimo alla vita. Questo avviene perché investire in questo senso richiederebbe anni, decenni, per veder fiorire dei profitti.

Quindi l’attuale gestione dell’acqua non tiene conto dell’importanza che questa ha: ad esempio a Roma perdiamo il 45% dell’acqua potabile nelle falde della rete idrica.

È invece fondamentale, nel nostro periodo storico e climatico, tutelare le risorse rimaste. Vediamo già chiaramente quale sarà l’emergenza dei prossimi anni: la siccità. Sarà gravissima e trasversale, già lo notiamo dalle sorgenti che si ricaricano a fatica, dalla scarsità di pioggia e dai fiumi in secca.

Proviamo a risalire all’origine del problema: sicuramente il disturbo antropico (umano) ha causato una situazione molto grave e l’impatto ambientale è sempre più devastante. Fra le attività umane, il principale settore che impatta l’ambiente e richiede più acqua di tutte le altre, è l’agricoltura.

In particolar modo, l’Italia fa un uso massiccio di acqua nell’irrigazione dei campi, molta di più rispetto ad altri paesi europei. Tutta questa acqua e questi campi coltivati, a cosa, anzi, a chi sono destinati? Circa il 60% dei terreni sono destinati all'alimentazione degli animali negli allevamenti intensivi.

Questo è ancora più vero per i cereali: in tutta Europa, solo il 22% dei cereali coltivati sono destinati al consumo umano, tutto il resto diviene mangimistica. Dovremmo usare l’acqua in modo più responsabile, attualmente abbiamo una carenza di acqua e territori naturali. La gestione delle risorse dovrebbe portare ad usarle in modo più efficace.

In questo periodo, nella Pianura Padana c’è grande siccità, cosa che a Maggio non dovrebbe assolutamente verificarsi. In quei territori viene coltivato il mais, il quale è la seconda coltivazione che richiede più acqua (la prima è il riso, che deve essere sommerso) ed è alla base dei mangimi per animali negli allevamenti intensivi. Ovviamente questo è insufficiente, perché la maggior parte del mais lo importiamo dal Brasile.

Per consumare meno acqua e terreni, dunque risorse, dovremmo semplicemente non mangiare carne, così che cibandoci direttamente noi di quei cereali e potendo usufruire di quei campi, si accorcia la filiera e lo spreco.

L’industria zootecnica è quella che ha più impatto sia sulle acque sotterranee sia quelle di superficie. 

Con queste informazioni, passiamo all’inquinamento delle acque: le due sostanze che più inquinano sono nitrati e fosfati.

Iniziamo dalle prime sostanze: azoto e ammoniaca nell’ambiente diventano nitrati, al punto da poter rendere anche le acque non potabili. Questi nitrati si trovano nei pesticidi usati nelle coltivazioni agricole, di cui ricordiamo, il 60% serve a nutrire gli animali che poi diverranno, solo alla fine della filiera industriale, carne da mangiare.

I pesticidi, dunque, rilasciano nell’ambiente azoto e fosforo, attraverso la terra e il flusso delle acque d’irrigazione che poi finiscono nei corsi d’acqua e sfociano nel mare. Azoto e fosfato di per sé sono nutrienti, ma quando ve ne sono in sovrabbondanza, le alghe proliferano in eccesso e i batteri tentano di fermare questo processo attraverso l’uso dell’ossigeno.



In conclusione, tutto l’ossigeno viene consumato e i pesci soffocano, proprio per mancanza di ossigeno.

Questo si chiama processo di Eutrofizzazione (dal Greco eutrophia eu: “buono” e trophè: “nutrimento”.) delle acque.



Quindi, sembra che l’industria della carne non abbia nulla a che fare con alcuni processi di degradamento delle acque, dei fiumi e dei mari, ma se invece noi risaliamo alle radici della causa dell’eutrofizzazione, ci accorgiamo che la causa principale è proprio l’industria zootecnica.

Un altro fattore altamente inquinante e pericoloso riguarda gli antibiotici: in Italia, la maggior parte di antibiotici vengono consumati dagli animali negli allevamenti intensivi, che possono così sviluppare batteri antibiotico-resistenti che poi rilasciano in natura con i loro fluidi corporei. In particolare, i loro fluidi di scarto finiscono in mare, dove purtroppo finisce tutto, e questi batteri antibiotico resistenti possono causare gravissimi danni agli ecosistemi marini provocando alterazioni degli equilibri naturali negli ecosistemi.

L’eutrofizzazione, comunque, causa delle zone morte nelle acque e nei mari che mettono in forte rischio la flora e la fauna acquatica e marina. Il caso più recente e grave è quello della moria di pesci nella laguna del Mar Menor: lo scorso 18 Maggio sono stati ritrovati morti centinaia di pesci e crostacei, anche di piccole dimensioni, sulle spiagge del Mar Menor e la causa accertata è stata proprio quella di mancanza di ossigeno per i pesci.

Questa è una laguna salata che si trova nel sud-est della Spagna e da tempo è considerato uno degli ecosistemi più fragili di tutto il Mediterraneo, sebbene la sua estrema fragilità sia accertata, non si pone cura e attenzione nella sua conservazione. Questo avvenimento è avvenuto in concomitanza di alte temperature, con massime che superavano i 30°C. Biologi ed abitanti della regione della Murcia sono molto preoccupati e secondo gli ultimi dettagli diffusi dai media iberici, sono stati raccolti almeno 250 chili di animali marini morti. 

La causa è proprio quella da cui siamo partiti all’inizio: le acque reflue delle attività agricole intensive fluiscono nei corsi d’acqua, ed essendo piene di pesticidi, causano sempre più frequentemente fenomeni di eutrofizzazione dovuti al fenomeno di anossia (cioè mancanza d’ossigeno).

I fertilizzanti servono, anche qui, a rendere il più efficiente possibile la produzione agricola, per generare più profitto possibile al minor costo, al fine di nutrire gli animali negli allevamenti intensivi. Dovremmo ridurre e rallentare drasticamente l’impatto dell’agricoltura per salvare gli ecosistemi acquatici e marini; l’unico modo per farlo è diminuire drasticamente il consumo di carne animale. In questo viaggio iniziato con l’agricoltura, il punto ultimo è sempre il mare, e tutti questi diserbanti, pesticidi e antibiotici fluiscono in mare.

In Spagna, come qui a Roma la situazione è grave: il Tevere è già in secca alla fine del mese di maggio. 



Sulle sponde affiorano rifiuti e detriti. L’aumento delle temperature impatta gravemente tutti i corsi d’acqua, causando gravissime perdite di biodiversità.

L’aumento del caldo e la scarsità di piogge portano ad un Tevere in secca come possiamo osservare in questi giorni. A questo, si aggiungono altri aspetti preoccupanti come la grande proliferazione di alghe e la presenza di specie non autoctone del fiume.


Con i fiumi in secca, il rischio desertificazione e siccità aumenta in Italia e nel mondo.


Grazie a Simona, che ci ha raccontato tutto ciò nel giardino della Laboratoria Ecologista Berta Caceres.

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