LINOSA (Peppino)

20 di Aprile, 2021 - Racconti di mare - Commento -

a cura di Piero Orlando

Linosa - Peppino

Da dieci giorni eravamo a Linosa nel pieno della nostra avventura subacquea: avventura, perché era davvero un’avventura passare le vacanze estive in quell’isola dove mancava la corrente elettrica, non c’era il porto, mancava ogni struttura turistica, e la poca acqua disponibile era portata dalla nave cisterna militare; c’era però un mare fantastico e, secondo le informazioni ricevute dal parroco, soli altri due turisti (non sub) erano attesi sull’isola. 

Così io ed il mio compagno di pesca Luciano eravamo gli unici subacquei presenti a Linosa nell’agosto del 1962. Avevamo avuto la disponibilità di un barcaiolo, raccomandato dal parroco come un esperto dei fondali, si chiamava Peppino e già aveva accompagnato altri sub prima di noi. Del resto, non è che ci fosse molta scelta, perché, per quanto possa sembrare strano i Linosani non erano pescatori, ma allevatori; il principale reddito era infatti ricavato dai vitelli cresciuti sull’isola e traghettati vivi e legati su di una barca che li trasferiva sul postale ormeggiato al largo. I proprietari di barche erano quindi ben pochi.


Quella mattina il nostro barcaiolo ci aveva accompagnato nella zona nord d’isola, dalla parte opposta del “porto”, se porto poteva essere chiamato un piccolo moletto di cemento, dove due giorni prima Luciano aveva scovato una tana con delle corvine fantastiche. Per me la corvina è uno tra i pesci più belli da vedere in acqua: di colore bronzo dorato, si muove con una eleganza unica, sembra danzare leggera tra le fessure delle rocce dove tenta di nascondersi quando intuisce il pericolo. Noi comunque volevamo solo guardarle: era la prima volta che ci capitavano corvine di quella taglia e così confidenti, eravamo più che gratificati dal solo rimirarle.

C’è anche da dire che ci eravamo imposti di catturare solo una modesta quantità di pesce, quanto bastava per mangiarlo noi e per regalarlo a qualche conoscente locale ed ai finanzieri; questi possedevano un piccolo frigo a gas, l’unico sull’isola ed in cambio del pesce ci consentivano qualche bevuta di birra o di acqua fresca con il limone. Sono passati tanti anni, ma non mi è più capitato di aver trovato così eccezionalmente piacevole bere qualcosa di ghiacciato.


La giornata era splendida, il cielo limpidissimo, il mare calmo e trasparente. Stavo recuperando fiato dopo una immersione, quando mi accorsi che Peppino mi chiamava. Ero relativamente vicino e con qualche colpo di pinne mi avvicinai alla barca, mi resi subito conto che c’era qualche problema: Peppino, sempre silenzioso e discreto, parlava in fretta, in modo concitato. Mi chiedeva di chiamare Luciano perché dovevamo andare via rapidamente: “Viene la tempesta, bisogna tornare, bisogna fare di prescia”. Appena fummo in barca tutti e due, cominciò a remare vigorosamente come mai l’avevamo visto fare. Io e Luciano guardavamo perplessi il mare calmo, il cielo azzurro, ma nessuno dei due osò obiettare o chiedere qualcosa a Peppino che sempre remando con furia borbottava, quasi tra sé e sé, che stava arrivando la tempesta. Pochi minuti ci vollero per capire che qualcosa stava succedendo: il mare si stava increspando, si vedevano le prime gallinelle bianche, la brezza si era trasformato in vento; ora ci davamo il cambio ai remi. Peppino ci incitava a mettercela tutta: dovevamo, secondo lui, passare la punta “Entro una mezz’orata”, altrimenti sarebbero stati guai seri. Ma Peppino era stato ottimista. Il mare diventava rapidamente sempre più grosso, il vento fortissimo, la barca oscillava e spanciava tra sinistri scricchiolii; chi non remava sgottava con ogni mezzo anche se l’acqua che entrava era molto di più di quella che si riusciva a sgottare. Era davvero complicato remare in quelle condizioni e dirigere la barca nella direzione voluta evitando di avvicinarci troppo agli insidiosi scogli della costa, prima della punta non c’era alcuna possibilità di attracco. Poi, quasi improvvisamente, ci rendemmo conto che ce la avevamo fatta; con un po’ di fortuna e con il vento che ci aveva spinto dalla parte giusta, avevamo passato la punta. D’incanto, il mare era diventato calmo ed ora il tragitto che ci separava dal molo era sicuro, con mare piatto protetto dall’isola. In silenzio, cercammo di sistemare le attrezzature sparse nella barca; avevamo perduto un sottomuta e una maschera, ma era andata benissimo: tutti e tre eravamo consapevoli che sarebbe potuta andare molto, molto peggio.

Più tardi, quando eravamo vicino al molo e ormai rilassati, Luciano chiese a Peppino come avesse fatto ad intuire l’arrivo della buriana. Lui ci pensò su un po’ e poi disse “L’odore, l’odore della terra, del continente e … qualcuno me lo disse!!!!” Non c’era bisogno di ulteriori dettagli: sapevamo che Peppino non avrebbe aggiunto altro.

Nei venti giorni successivi imparammo a conoscere ed apprezzare sempre di più il nostro barcaiolo. Ogni mattina, poco dopo l’alba, raggiungeva la nostra tendina spuntando tra le piante di fichi d’india che delimitavano il sentiero e ci offriva una abbondante colazione a base di fichi e di uva che lui irrobustiva con gigantesche fette di pane. Sul precario fornelletto Camping Gaz noi preparavamo il caffè e, dopo breve consulto su dove andare, si scendeva a mare con le borracce dell’acqua, qualche scatoletta e le preziose zollette di zucchero; Peppino ci precedeva sempre con il suo cesto non più colmo di uva, fichi e pane. Era sempre a piedi nudi, cosa impensabile per noi cittadini visto che si camminava quasi sempre su rocce laviche taglienti e infuocate dal sole. Di età indefinibile, il viso scavato dal sole ed il sorriso senza denti, se così poteva chiamarsi il suo ghigno, lo facevano sembrare più vecchio della sua età reale; la sua forza era quella di un giovane ventenne. I pochi capelli erano nascosti da un baschetto nero che non si toglieva quasi mai. L’abbigliamento, sempre lo stesso, prevedeva pantaloni neri arrotolati sotto il ginocchio e camicia verde militare a maniche lunghe. In barca, remando in piedi, instancabile, ci controllava costantemente e se uno di noi si fosse allontanato troppo, richiamava l’attenzione con un grido gutturale potentissimo fino a quando non riteneva di averci nuovamente sotto controllo tutti e due. La sua precisione nella conoscenza dei fondali era stupefacente: ci descriveva massi, tane, cigliate come se li vedesse con i propri occhi anche se mai lo avevamo visto in acqua ed anzi eravamo convinti che non sapesse neppure nuotare.

Nei rari momenti di riposo, in barca o sugli scogli dopo aver mangiato qualcosa, ascoltava con attenzione le nostre discussioni politiche, senza mai dire la sua, ma chiedendo spesso delucidazioni, chiarimenti su qualcosa che diceva di non capire. Era particolarmente interessato alle nostre abitudini di vita a Roma e voleva conoscere tutto sulle nostre case, su come erano fatte, sulla nostra vita da studenti; lo meravigliava il fatto che dovevamo leggere così tanti libri e che, dopo aver studiato, leggevamo anche per il piacere di leggere: una volta confessò che si era dimenticato di come si scriveva, ma che, da giovane, sapeva scrivere e anche leggere!

Di sé diceva poco o niente: noi non abbiamo mai saputo da lui quale fosse la sua famiglia anche se altri Linosani ci fecero capire che la sua vita era stata molto dura e sfortunata. Parlava volentieri solo di Linosa e di quando era stato militare nel Continente, a Palermo.

Il giorno prima della nostra partenza dall’isola, mentre ci aiutava a sistemare i bagagli, gli chiesi quanto voleva per il suo tempo speso come nostro barcaiolo; ci pensò un po’ e poi deciso disse: “datemi 10.000 lire”. La cifra, per trenta giorni in barca a nostra disposizione, ed in più con offerta continua di fichi, uva, pane e, qualche volta di uova, era ridicola anche per quei tempi; ero interdetto e chiamai in soccorso Luciano: tentammo in tutti i modi di convincerlo a prendere di più. Evidentemente eravamo abbastanza allenati solo a trattative al ribasso e, malgrado i nostri sforzi, Peppino non voleva alzare la sua richiesta! Diceva che con noi si era divertito e “acculturato”, che poi gli avevamo dato tanto pesce, che eravamo studenti, senza tanti soldi; quando ci saremmo “laurati”, tornati a Linosa, allora avremmo potuto dargli molto di più. Il giorno dopo, sul moletto c’era mezzo paese a salutarci prima dell’imbarco. Tutto il nostro bagaglio era già sulla barca che ci avrebbe portato al postale, dovevamo salire solo noi; solo allora Peppino si avvicinò e dopo una vigorosa stretta della sua mano callosa e ruvida, si lasciò andare in lungo abbraccio prima con Luciano e poi con me; si soffiava spesso il naso e gli occhi erano lucidi: “Tornate presto, io qua sono” disse mentre la barca si staccava dal molo. Cominciò ad agitare il suo fazzolettone bianco e non si fermò più. Sul molo era ormai rimasto solo lui con il suo fazzoletto bianco che andava ancora su e giù, su e giù fino a quando non riuscimmo più a distinguerlo. Poi di Linosa rimasero solo i contorni sfumati tra cielo e mare. 

Due anni dopo, da neo “laurato”, in compagnia di altri sette amici ero sul traghetto che da Porto Empedocle mi portava di nuovo a Linosa; l’attrezzatura era ben diversa da quella di due anni prima: due gommoni con relativi fuoribordo, scandaglio, bombole e un compressore per la ricarica, più ovviamente tutto il necessario e non per la pesca in superficie e sott’acqua. Avevamo affittato due case del paese i cui proprietari si sarebbero trasferiti nella loro casetta di campagna per il mese di agosto.

Sul traghetto facemmo conoscenza con altri tre gruppi di turisti (una diecina di persone) che sarebbero sbarcati con noi a Linosa e che avevano affittato case dagli isolani. 


Qualcuno indovinò per primo il profilo dell’isola che piano piano divenne più chiaro; si cominciò a vedere, in alto, sulle pendici del vulcano, il giallo-bruno della terra bruciata dal sole, poi il nero delle rocce laviche, le casette bianche tra il verde dei fichi d’india, ed infine comparve, nitido, il piccolo paese.

Come due anni prima il traghetto aveva gettato l’ancora a cento metri dal solito molo: una barca, a motore questa volta, faceva la spola per scaricare i bagagli, poi, sulla stessa barca, scendemmo a terra anche noi. Saluti, strette di mano, pacche sulle spalle; mi guardavo intorno, cercavo la faccia familiare, il sorriso sdentato sotto il basco nero. Chiesi informazioni al parroco. “Ma come?! … non ha saputo?!? ... In un attimo è successo, l’inverno scorso… D’altra parte il cuore era molto malandato…”

Qualcuno mi salutò, altri mi urtavano, mi chiedevano cose che non sentivo. Mi venne in mente la stretta di mano callosa e l’abbraccio forte e sincero di due anni prima. Così Peppino non c’era più. Se ne era andato per sempre portandosi via con sé la magia della sua piccola, grande Linosa. 


Arrigo Sabbatini

Fortunatamente, come avevamo già anticipato in occasione dei racconti precedenti, oggi Linosa ricade nell’Area Marina Protetta Isole Pelagie http://www.ampisolepelagie.it/ che comprende le due isole maggiori Lampedusa e Linosa e l’isolotto di Lampione, istituita con decreto ministeriale del 21 ottobre 2002.

PANACEA Isole Pelagie – Autore: Roberto Rinaldi

Il video documentario realizzato nell'ambito del progetto P.A.N.A.C.E.A. Promozione delle Aree Naturali Protette attraverso i Centri di Educazione Ambientale del PO Italia-Malta 2007-2013 è risultato vincitore del Premio "Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare" al Camogli International Marine Reserves Film Festival 2013. 


Specie tropicali in ambiente marino, un’allerta per la salute umana

ISPRA rilancia la campagna di informazione.

Nella stagione estiva, con l’aumento esponenziale dei fruitori dell’ambiente marino, è di grande importanza conoscere e saper distinguere le specie marine invasive, in particolare quelle che possono presentare dei pericoli per la salute umana.

L’ISPRA, che da anni studia il fenomeno, rilancia la campagna di allerta sul pesce palla maculato Lagocephalus sceleratus e sul pesce scorpione Pterois mile, due nuovi ospiti tropicali tra i meno desiderati. Il pesce palla maculato, segnalato per la prima volta nelle coste italiane nel settembre 2013, all’interno dell’Area Marina Protetta delle Isole Pelagie, continua ad espandere la sua distribuzione geografica nel mar Mediterraneo.

Il pesce scorpione è una delle specie marine più invasive al mondo. Introdotto accidentalmente in Florida alla fine degli anni ’80, ha invaso tutto il Mar dei Caraibi e buona parte delle coste Atlantiche occidentali, con impatti sulla biodiversità marina costiera, dovuti prevalentemente alla sua formidabile capacità predatoria.

L’ISPRA invita i pescatori, i subacquei ed i gestori delle aree marine protette a segnalare eventuali avvistamenti o catture agli indirizzi alien@isprambiente.it oppure pescepalla@isprambiente.it.

https://www.isprambiente.gov.it/it/archivio/notizie-e-novita-normative/notizie-ispra/2018/08/specie-tropicali-in-ambiente-marino-un2019allerta-per-la-salute-umana

https://www.isprambiente.gov.it/files2018/pubblicazioni/manuali-linee-guida/MLG_168_17_Classificazione_fauna_ittica.pdf

https://www.isprambiente.gov.it/it/archivio/notizie-e-novita-normative/notizie-ispra/2017/04/il-primo-esemplare-di-pesce-scorpione-avvistato-in-acque-italiane


Ma l’isola vulcanica di Linosa è altrettanto affascinante per il suo territorio fuori dall’acqua, tanto che gli stessi diving offrono anche escursioni a terra, percorsi guidati di trekking e persino accesso alla biblioteca pubblica per una full immersion nella storia, nella natura e nella cultura locale. 

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