Non c’è verso, quando l’acqua chiama …

22 di Ottobre, 2021 - Subacquea - Commento -

Massimiliano De Cristofaro 

Immersione in un pozzo a Santa Maria/Pantano, Colonnetta, frazione di Montopoli, Rieti.

Da piccolo abitavo fra Roma e Montopoli di Sabina, trascorrevo gran parte del mio tempo all’aperto, fra boschi, torrenti, colline, uliveti e laghetti, più meno naturali. 

Passando per una strada secondaria, non asfaltata, abbastanza bruttina se vogliamo, che da Santa Maria in qualche modo riusciva verso una zona chiamata Pantani, notavo un laghetto in mezzo alla campagna, recintato e buio, tetro, mi ha sempre spaventato quanto affascinato. 

Crescendo mi sono sempre tenuto a distanza da quel laghetto, non so perché, aveva qualcosa di tenebroso, poi sai, le storie di paese, morti, tedeschi, fantasmi, insomma, tutto c’era dentro e intorno a quel laghetto, ma non riuscivo a trovare la storia di come quel buco nero fosse diventato un laghetto ricoperto di erbe acquatiche. 

Profondità, fauna, flora, niente di niente, nessuno sapeva dirmi qualcosa di quel laghetto. 

foto di redazione


Una coppia di pazzerelli, Nando e Lina, Nando detto “Robin” per gli amici, mi dissero sempre di tenermi alla larga da quel pozzo nero, così lo chiamavano. 

Ma niente da fare, mi attirava, più mi dicevano di stare alla larga e più gli camminavo vicino ogni volta che passavo di la per andare a pesca verso il torrente Farfa, nella zona dei laghetti naturali del Farfa, vicino le piscine. 

Nella zona ci sono diversi impianti idroelettrici, in particolare a Fara Sabina c’è il Lago Baccelli (bacino idroelettrico di carico) che a cascata alimenta la centrale Farfa 1 - sottostazione di Colonnetta La Memoria, dalla quale poi, l’impianto idroelettrico dirama anche un canale che in via Pantani diventa sotterraneo. 

Quel canale diventa sotterraneo proprio in linea d’aria con il famoso laghetto fantasma -o del fantasma- che oggi non è neanche più presente su Google maps (rif. 42.2144982,12.6673009,581m). 

La zona nella quale vivevo le mie avventure era chiamata Colonnetta, una frazione posta in basso rispetto al paese di Montopoli in Sabina, presso il bivio della strada regionale 313 di Passo Corese -ex strada statale 313-, detta anche via Ternana. 

Comunque sia, la mia voglia di vedere cosa ci fosse li sotto negli anni non accennava minimamente a diminuire, anzi, una volta decisi di mettere su una muta stagna, calzari a stivaletto un apparato ARO e di risalire il torrente Farfa dal tratto di Ponte Sfondato fino alle piscine di Farfa, un tratto di circa 10 chilometri di anfratti, rami, buche, strapiombi, torrente con qualche centimetro d’acqua e a tratti qualche metro a corrente, cascate e arrampicate, un’avventura da una parte terrificante e stancante che però, mi diede delle emozioni assolute, oggi impagabili quanto irripetibili. 

Con il Rgpt C.C. Sez. Subacquea Ernesto Cabruna, fine anni ’90 diedi vita ad una settimana di pulizia del torrente Farfa in quel tratto e con qualche amico riuscimmo a risalire il torrente come mi ero prefissato. 

Ogni tanto ci ripenso e ricordo di aver visto cavedani, vaironi, una tinca, un barbo, serpenti d’acqua e tanti gamberi di fiume, davvero una bellissima semi-immersione. 

Beh si, non fu una vera e propria immersione ma una mezza immersione. 

Potete immaginare la faccia dei pescatori che in quell’epoca vedevano emergere dal torrente gente come noi? 

Non potete capire i loro volti, fu troppo bello, ancora oggi ricordo un pescatore -all’epoca già in età avanzata-, che vedendomi uscire dall’acqua del suo torrente con l’attrezzatura da sub mi disse preoccupato e sbigottito: “Giovanò, ma che te sei perso?

” Sorrisi e gli risposi sorridendo: 

“No, no, ancora non mi sono perso …

Comunque il mio obiettivo era il laghetto fantasma. 

Ormai ero li, il laghetto era a qualche chilometro, finito il percorso d’ardimento sul Farfa salimmo a bordo della mia vecchia UAZ 469 e ci dirigemmo diretti al laghetto nero. 

Era pomeriggio avanzato, non c’era nessuno, nel casolare poco vicino non cera nessuno, quale migliore occasione? 

Senza pensarci due volte presi una corda, un picchetto e mi attaccai un gancio al GAV che avevo in macchina, tirai su una bombola da 12 litri carica e seduto sull’argine del laghetto presi coraggio e mi tuffai.

Ma andai poco giù, neanche un paio di metri perché fra rami, tronchi ed erba molliccia scendere di più mi fu impossibile, mi sdraiai sulla legna che mi impediva la discesa e vedevo a malapena e mie mani, l’acqua era torbida, avevo smosso troppo con i miei movimenti.

Quello era un mondo immobile prima del mio arrivo.

L’acqua non emanava un cattivo odore sebbene fosse parecchio colorata dalla decomposizione delle piante, quindi doveva esserci per forza un ricambio d’acqua, poi vidi una tinca, piccola, poi un pesce gatto, qualche metro più in la vidi un apertura e poi lo spazio per poter scendere più giù, il laghetto aveva un diametro di forse 20 metri, scesi un altro metro e vidi un fondale che man mano diventava nero, troppo nero per un uomo solo.

Mi attaccai alla corda e mi tirai su, mano mano risalivo a corda e camminavo senza pinne sui detriti che prima mi ostacolavano la discesa, comunque sia mi tolsi lo sfizio, ero andato dentro quel laghetto ostile. 

Anni e anni di mistero scomparsi in un minuto, anche se poi il mistero resta perché in realtà non ho visto nulla, tuttavia, ho appurato che c’era la vita anche in quel pozzo nero, le mie convinzioni sull’acqua non cambiano, l’acqua è vita, comunque essa sia, ovunque essa sia …


Foto di redazione (Montaggio-condotte-forzate archeologia industriale)

Condividi 
Post precedente Post successivo