OLBIA (Pescatori sardi)

04 di Febbraio, 2021 - Racconti di mare - Commento -

Piero Orlando

OLBIA - Pescatori sardi

Ero ospite dell’amico Giuliano, subacqueo esperto che da qualche anno si era trasferito in Sardegna ed aveva affittato una bella casa dalle parti di S. Teodoro: la casa era molto grande, un po’ disordinata, quasi sciatta, risentiva molto della assenza di una mano femminile; Giuliano si era separato dalla moglie pochi mesi prima, proprio a causa di disaccordi relativi al trasferimento che la signora non aveva accettato. Volevamo sfruttare al massimo i nostri tre giorni di vacanza, così appena possibile andammo in acqua scegliendo zone che Giuliano ed un suo amico ci suggerivano. Ci accompagnava un comune amico sardo con il suo attrezzatissimo gommone.

L’acqua limpidissima, la bellezza e la varietà dei fondali ci conquistarono ovunque si andasse; chi pescava, chi faceva foto, chi osservava semplicemente, tutti eravamo entusiasti ed ammirati. In queste condizioni il tempo scorre rapido ed io, che avevo portato un bibombola carico, mi resi conto che stavo rischiando di non utilizzarlo. Così, l’ultimo pomeriggio di vacanza, andammo su una secca che Giuliano considerava tra le più belle di tutta la zona, relativamente vicino ad Olbia e adatta alla immersione con l’autorespiratore. Le aspettative non andarono deluse e io mi godevo con calma le bellezze di quell’ambiente fantastico che fino a pochi anni prima era fuori dalla mia possibilità; la tecnologia ed il progresso avevano consentito all’uomo di rimanere in acqua per più tempo. Non era fondo: gironzolavo tra gorgonie di vari colori e forma, mi infilavo in qualche tana, infastidendo gli abitanti: spesso era sufficiente rimanere immobili per acquisire la fiducia dei pesci, o almeno di alcuni di essi. C’era una cernia che mi osservava incuriosita e sembrava non avere timore, sicuramente non aveva mai visto un sub e forse pensava che quell’essere stranamente nero e giallo non poteva rappresentare una minaccia: peccato non avere con me una macchina fotografica; sarei rimasto ore sott’acqua, ma avevo promesso agli amici di fare una immersione breve, così risalii. Il gommone era quasi sulla mia testa, pronto ad accogliermi; allora purtroppo fumavo, così, come sempre dopo un immersione, ancora bagnato e con la muta, mi accesi l’abituale sigaretta e mi misi a cavalcioni su un tubolare del gommone. 

Tra noi e la costa si scorgevano alcune imbarcazioni, per lo più barche e gommoni di turisti; dietro c’era il mare aperto senza nessuno salvo un grosso peschereccio a circa 500 metri da noi. Mi accorsi che faceva strane manovre su e giù sempre intorno allo stesso punto; quasi certamente cercava di disincagliare l’ancora. Io avevo ancora un po’ d’aria, se non fosse stato tanto fondo avrei potuto provare a dare una mano; così ci dirigemmo a tutta velocità sotto il bordo del peschereccio. Erano in quattro a formare l’equipaggio, tre sardi ed un tunisino, il comandante era un anziano marinaio, magrissimo con un barbone lungo, bianco, che gli fasciava tutto il viso: dalla barba spuntava un grosso toscano; era la classica figura del vecchio marinaio così come lo disegnano i fumettisti e lo immaginano i bambini. Con noi parlava un italiano correttissimo, poi si interrompeva e traduceva in sardo comprensibile ai suoi uomini che annuivano senza fare alcun commento. Era veramente un personaggio notevole. Accettò di buon grado la mia proposta di collaborazione: ci mettemmo rapidamente d’accordo per come manovrare il peschereccio mentre io ero immerso ma ero certo di contare sulla sua esperienza: oltre alla simpatia il comandante ispirava una grande fiducia. Mi immersi di nuovo consapevole che la poca aria rimasta non mi consentiva molto tempo: fortunatamente non era molto fondo e, aiutandomi con una specie di lungo raffio d’acciaio che il comandante aveva suggerito di portare, facendo leva, riuscii a muovere l’ancora quel poco che serviva per farla uscire dalla fessura in cui si era infilata. Riemersi rapidamente e feci segno di tirare l’ancora in perfetta verticale: la manovra riuscì e l’ancora fu recuperata con grande felicità di tutti i marinai del peschereccio. Ci volevano offrire il loro Vermentino, così ci accostammo al peschereccio: il vino era eccellente ed aiutò lo scambio di idee che riuscimmo a fare con il comandante: si lamentava per l’arrivo dei giapponesi che prendevano tonni in quantità e per la pesca con le bombe che, diceva, praticavano moltissimi pescatori delle sue parti. 

Poiché volevo offrire una cena a Giuliano, chiedemmo dove era meglio andare a mangiare dalle parti di Olbia; a questo punto, per la prima volta, si innescò una accesa discussione tra gli altri marinai che cominciarono a parlare esprimendo con foga il proprio parere senza l’abituale traduzione del capo: avevano capito benissimo la nostra richiesta; concordarono infine per tre nomi di ristoranti. Alla seconda bottiglia si cominciò a parlare di mogli, della durezza della lontananza, del non poter seguire i figli; sembrava che Enea (così disse di chiamarsi il comandante) avesse aspettato noi per confidare i problemi di tutta la sua vita. Voleva aprire la terza bottiglia, ma, a quel punto, quasi di forza, salutammo lui ed il suo equipaggio tra tanti ringraziamenti reciproci, e ci dirigemmo direttamente verso Olbia. Ormeggiammo il gommone e aspettammo l’arrivo in auto di Giuliano; quando arrivò lasciammo a lui la scelta del ristorante tra i tre segnalati. 

Fu una cena straordinaria con cibo eccellente a base di pesce freschissimo con sfiziosi piatti locali e dolci sardi, il tutto accompagnato da abbondante e splendido vino. Eravamo cinque amici tutti con la stessa passione e con tanta voglia di raccontare ed ascoltare le esperienze vissute da ciascuno; così la serata corse via rapidamente tra chiacchere, racconti, cibo e vino buono, sino al momento di pagare il conto; il proprietario disse sorridendo che era già tutto pagato e che la cena ci era stata offerta. Alla meraviglia iniziale seguì un attimo di indecisione prima della convinzione di tutti e quattro che Giuliano aveva ci voluto offrire anche la cena; lo pungolammo in tutti le maniere perché confessasse, ma lui continuava a negare; giurava e spergiurava che lui con quella cena non c’entrava assolutamente, lo faceva con tanta convinzione che finimmo per credergli. 

Chiamammo l’oste per chiedere a lui chi fosse stato a pagarci la cena, ma lui non cedeva di un millimetro: disse che si era impegnato a mantenere l’impegno alla segretezza e gli impegni lui li manteneva; rifiutò persino una generosa mancia. A quel punto, non rimaneva che andare via. Camminando verso il porto gli amici discutevano su quanto era avvenuto e la verità saltò fuori rapidamente: il conto era stato pagato dalla generosità e dall’ospitalità dei pescatori sardi. 


Arrigo Sabbatini

L’ospitalità dei sardi, pescatori e non, è rinomata in tutto il bacino del Mediterraneo, anzi potremmo dire in tutto il mondo, solo che si pensi alla fama che la Sardegna ha raggiunto nell’immaginario collettivo italiano ed estero, quale meta turistica straordinaria e imprescindibile, persino per le vacanze al mare più esclusive.

Come ci racconta lo Zio Arri, fin dagli anni Sessanta e Settanta del Novecento la Sardegna è stata esplorata e visitata anche via mare, prima con piccoli natanti come i gommoni, poi con barche a verla e motore per diporto, infine con imbarcazioni sempre più grandi come i super e mega yacht che oggigiorno frequentano le coste e le località esclusive della Costa Smeralda. 

Sappiamo bene, però, che senza la diffusione delle scuole di vela, con le piccole derive, già negli anni Cinquanta e Sessanta, e soprattutto senza la diffusione del gommone negli anni Settanta e Ottanta, non ci sarebbe stata l’esplosione della Nautica da diporto, di quella nautica popolare che ha rappresentato la base dello sviluppo della Nautica e dell’Economia del mare per almeno 40 o 50 anni, fino all’inizio del nuovo Millennio. La crisi che si è abbattuta sul comparto della Nautica da diporto negli ultimi dieci o quindici anni potrebbe essere risolta progressivamente con la diffusione di un rinnovato spirito di approccio al mare più consapevole, più responsabile, supportato dalla garanzia di un accesso al mare e alla nautica da diporto libero, gratuito, comodo e sicuro. 

Solo così potremmo rilanciare una nuova stagione della “Nautica per tutti”, dal punto di vista culturale, economico e sociale. Educazione ambientale, sviluppo sostenibile, cambiamenti climatici, riduzione dell’inquinamento della plastica, diffusione della cultura marinara e della marineria, tradizione cantieristica e storia della navigazione antica e moderna, nautica elettrica e nautica sostenibile, turismo nautico, turismo costiero e turismo sostenibile: sono questi i temi fondamentali sui quali siamo già impegnati e dai quali occorre assolutamente ripartire dopo aver sconfitto la Pandemia di Covid-19. Ma, prima ancora di pensare alla Nautica per tutti, bisogna convincersi che il mare è di tutti e dobbiamo tutti prendercene cura! 

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