Patrizia Maiorca racconta la sua lotta contro la pesca sotto il faro di Capo Murro

30 dicembre 2021 - Racconti di mare - Commento -

Testo e foto di Marta Bello

Racconto del meraviglioso incontro con Patrizia Maiorca che ci narra del mare siculo in cui è cresciuta e delle evoluzioni socio-culturali di cui abbiamo bisogno.



Mi racconti un po’ di te e del mare di Siracusa che ti ha vista crescere? 


Nasco a Siracusa, per la precisione sono nata nella casa di famiglia dei miei genitori in Via Larga, nel cuore di Ortigia. 

Devi sapere che noi Siracusani, quindi tutt* coloro che nascono ad Ortigia vengono detti “roscogghio” cioè “dello scoglio” perché Ortigia è un’isoletta circondata da tutti i lati dal mare e collegata alla terra ferma solo da un ponte. Mi posso fregiare del titolo di “roscogghio" e già qua comincia il mio forte legame con il mare e con la mia città. Sono cresciuta nel mare di Siracusa, che ho imparato presto ad amare attraverso la passione che aveva mio padre nei confronti di questo profondo blu. Per me e mia sorella Rossana è stato naturale il fatto di seguire papà quando andava a mare e d’estate, in realtà ancora prima, da metà maggio fino a metà ottobre, scuola permettendo, eravamo sempre a mare. Siamo state da subito dotate di maschera e da subito abbiamo scrutato le meraviglie del nostro mare. Così è nato questo fortissimo legame. Essendo io nata in una casa su un’isola, la prima vista che ho avuto da piccola è stata proprio la visione del mare e nelle orecchie avevo il suo rumore durante le tempeste e il suo dolce mormorio quando era in calma. 

Di notte ascoltavamo il rombo dei pescherecci che uscivano o rientravano nel porto. Il legame con il mare è fortissimo. Ribadisco, aumentato anche dalla passione che ci ha trasmesso papà. Tu devi pensare che il pomeriggio avevamo l’abitudine, appena finiti i compiti, o d’inverno, ancor prima di affrontare lo studio, di andare “a ripa ‘e mare” cioè in riva al mare a fare una passeggiata di un’oretta e venivamo o qui al Plemmirio o facevamo il giro dell’isolotto di Ortigia. Per noi andare in riva al mare era come andare a trovare il nonno che ci raccontava delle storie meravigliose di mare attraverso le parole di mio padre. 


Come hai iniziato ad immergerti? 


Ho iniziato ad immergermi in apnea, tieni in considerazione che sono del 1958 e ho iniziato a fare apnea prestissimo, ovviamente a pochissimi metri, ma già a 5 anni mi immergevo e allora si riteneva che immergersi con l’autorespiratore potesse arrecare danni agli alveoli polmonari dei bambini dilatandoli. Mio padre che era un capoccione, ci ha proibito di usare l’autorespiratore fino a 16 anni. Tant’è che io ho ancora stampato in mente sia la primissima volta che ho messo la maschera per scendere in apnea con i miei genitori, sia ho impresso ancora il ricordo vivissimo della prima volta in cui ho indossato l’autorespiratore per andare sott’acqua, perché per me è stata la scoperta meravigliosa: avevi tutto il tempo che volevi per poter osservare quel mondo magico che ti si offriva dinnanzi agli occhi. 

Per me l’emozione è ancora oggi fortissima, ogni volta che vado a mare ho una sorta di brivido al pensiero di ciò che vedrò. Quando sono sul pelo dell’acqua e sto per scendere, ho un brivido fortissimo lungo tutto il corpo al pensiero di una nuova avventura che si apre meravigliosamente davanti agli occhi e alla mente. L’emozione è sempre fortissima, il mio idolo, oltre che papà è questa archeologa subacquea Honor Frost, morta novantenne e che fino all’ultimo è andata sott’acqua con l’autorespiratore, diceva che l’archeologia terrestre era troppo noiosa per lei.




Perché è stato necessario iniziare a proteggere questo posto? 


Il posto o il mare? Il mare perché frequentando il mare, ti rendi conto che siamo arrivati veramente alla fine. Noi che lo abbiamo frequentato decenni fa, ti parlo di me che già da piccolissima mi immergevo, quindi siamo negli anni ’60 e poi l’ho vissuto di più negli anni ’70, ho conosciuto un mare che era ancora ricco di animali marini. 

Oggi il mare è completamente deserto dei suoi animali, non ce ne sono più. È difficilissimo, facendo immersione, sia in apnea sia con auto respiratore, trovare dei pesci sott’acqua, se non in quelle zone che sono, appunto, protette. Questo è folle. Mi sono data da poco alla fotografia subacquea e mi capita di andare ad immergermi fuori l’area marina protetta munita di macchina fotografica e non riuscire a fotografare nulla, se non plastica. 

Il mare soffre di questi due grandissimi problemi: da un lato è svuotato dei suoi animali marini, dall’altro è riempito di plastica, questa è una cosa gravissima e l'abbiamo causata noi.

 Il luogo di cui ti parlo nella fattispecie è davanti a Capo Murro, dove c’è la boa sub, sotto c’è un posto che si chiama Seccone del Capo cioè un sito d’immersione che ad oggi è nella zona A dell’area marina protetta. Considero questo posto davvero come la cartina tornasole, il termometro delle condizioni di salute del mare perché ho vissuto questo luogo in tutta la mia vita, da ragazzina ad oggi e di questo luogo noi abbiamo potuto cogliere lo splendore negli anni ’70, quando era un posto in cui venivamo sempre con la barchetta a motore del nostro amico marinaio Pippo Ventidue per fare i nostri tuffi e le nostre immersioni in apnea e con autorespiratore. 

È una sorta di pinnacolo largo che viene su da una profondità di meno 35 metri a meno 12 metri, è molto largo, come se fosse una sorta di panettone dalle pareti molto ripide. Queste pareti sono tutte fessurate, piene di anfratti e per questo diventano il rifugio ideale per ogni animale marino, dalle cernie alle corvine, ai saraghi, c’era di tutto e di più. Anche da un punto di vista naturalistico e paesaggistico è molto bello perché le pareti sono in parte circondate da astroides (un corallo comunemente conosciuto come Madrepora arancione), che si apre come una margherita arancione della nostra campagna. Il fondo alterna chiazze di sabbia bianca, che dà così all’acqua questo colore turchese molto bello, e chiazze di posidonia, la pianta marina dal verde intenso. Quindi è un contrasto cromatico dal colore bellissimo. Ebbene, di questo posto, dagli anni ’70 in poi, noi abbiamo assistito al progressivo degrado. Devi pensare che alla fine degli anni ’90 noi neanche ci venivamo più, perché non ci piaceva più. 

I pesci erano completamente scomparsi perché attorno a questo grande panettone c’erano, impigliati, pezzi di rete che ondeggiavano alla corrente e lo stesso astroides era soffocato da queste reti, in conclusione il seccone era diventato vittima di una pesca industriale molto aggressiva. Non siamo più venuti fino a quando, nel 2005 è stata istituita l’area marina protetta del Plemmirio, sorprendentemente dopo soli 3 anni il seccone del capo era rinato: erano tornati i pesci, rinati gli astroides. Era tornato alla sua bellezza di un tempo. 

La natura è pazzesca, è stato sufficiente lasciarla in pace e far rispettare le regole di non pesca affinché tornasse al suo originario e naturale splendore. L’obiettivo, oggi, non è soltanto quello di mantenere il seccone del capo così com’è, ma l’obiettivo, che è comune a tutte le altre aree marine esistenti, è quello di avere l’effetto per cui i pesci diventino talmente tanti dentro quest’area ristretta da avere la necessità di migrare fuori e quindi ripopolare il mare circostante. È un sogno. Ma nel frattempo, se anche fuori non si pongono dei limiti alla pesca, e se non riusciamo, con un controllo costante, ma anche con delle leggi, a debellare totalmente eventuali bracconieri, è ovvio che a questo non potremo arrivare mai.




Com’è nata l’area marina protetta? 


È nata nel 2005 su istanza di mio padre, di uomini, anzi, uomini e donne siracusani/e illuminati/e che hanno voluto fortemente che questo tratto di mare fosse protetto. Tra l’altro, è una ASPI = area di speciale protezione di interesse mediterraneo perché veramente è un crogiolo, è la quintessenza di tutto ciò che c’è nel mediterraneo, quindi era fondamentale che venisse protetta, che venisse istituita l’area marina protetta. 

Oggi, secondo me, ma non solo secondo me, bensì secondo tutt*, le aree marine dovrebbero diventare molto più numerose e molto più estese. È l’unico modo, ma sembra assurdo: è necessario istituire la riserva per proteggere l’ambiente, ma non sarebbe meglio cercare ed istituire regole altre di convivenza? Secondo me ci vuole sicuramente una rivoluzione nella maniera di noi umani di rapportarci alla natura, marina e terrestre. Il fatto che ancora oggi continuino a costruire consumando suolo, per me è inaudito, considerando tutto il patrimonio immobiliare da restaurare che c’è. Siracusa, ad esempio, è una città nel suo centro, deserta. Tantissimi appartamenti sono vuoti ed abbandonati, in compenso continuano a costruire nuove case, consumando ulteriore terreno, suolo, risorse e biodiversità, è assurdo. Ed è assurdo come il prevalere di interessi economici vada a scapito della salute personale e di interesse per il futuro, i futuri umani che abiteranno il pianeta e la comunità tutta. 

Sono diventata presidentessa dell'Area Marina nel 2014 e mi sono insediata in una realtà ben gestita, ho trovato una volontà forte di proteggere il mare e una certa apertura mentale infatti abbiamo ottenuto ottimi risultati. Personalmente, come Patrizia Maiorca, inizialmente mi sono ritrovata un po’ spiazzata, diciamo che mi piace arrivare subito all’obiettivo, ma in quanto presidentessa è necessario fare determinati passaggi burocratico-legali che necessitano di tempi più lunghi, talvolta da un lato vorrei agire in un modo, dall’altro, per necessità di arrivare al risultato sono costretta a fermarmi, pensare e poi agire di conseguenza. 

Per esempio, io, da quando mi sono insediata, avrei voluto proibire ciò che oggi è ancora permesso: la pesca sportiva da barca nella zona B dell’area marina protetta. Per me è assurdo che in una riserva marina sia consentita la pesca, nella zona B che è importante quando la zona A. Puntualizziamo che nella zona B sono consentiti solo certi tipi di pesca da barca mentre quella con la canna da terra arreca poco danno ed è più facilmente controllabile, quella da barca è difficile da controllare. Per esempio: non si può effettuare la pesca di fondo con il piombo guardiano, varie modalità di pesca sono proibite. Nonostante la presenza e la disponibilità della capitaneria di porto e di Sea shepherd che voglio personalmente ringraziare, sono difficilissimi da controllare perché una volta che hanno il filo calato sotto, come vedono un gommone o una motovedetta che si avvicina, tagliano il filo. Capisci bene che è praticamente impossibile controllare questa pesca sportiva che molto spesso diventa e si trasforma in bracconaggio in quanto pesca fuori dalle regole. Secondo me, per avere un effetto reale e facilitare i controlli, la cosa più semplice e sensata è abolire la pesca sportiva da barca nella zona dell’area marina protetta. 



Quali sono le più grandi fragilità di questo posto? 


Sicuramente il bracconaggio e la temperatura dell’acqua del mare. Abbiamo un progetto attivo con Greenpeace che consiste nel mettere dei termometri da 10 a 40 metri sul versante sud dell’area marina protetta per tenere sotto controllo la temperatura delle acque. Obiettivamente, tutte le estati quando arrivi ad avere a mare 28-29 gradi ti rendi conto che sicuramente è una temperatura troppo elevata. Questo è un progetto in divenire, in fieri. 

L’obiettivo altro dell’area marina protetta è l’educazione ambientale, che dovrebbe portare le persone, cittadin* normali ad essere i primi controllori dell’area Marin protetta. A tal proposito, vorrei raccontarti un aneddoto a cui ho assistito la scorsa estate: ero sdraiata a prendere il sole e ho sentito due bambini che parlottavano in acqua tra di loro, uno dice all’altro “Guarda che bella questa stella marina!” E l’altro, di rimando: “Oh che bella! Prendiamola e portiamola via, facciamola vedere a papà e mamma e poi la riportiamo in acqua”, il primo che l’aveva vista gli ha detto “No, non la devi prendere, perché altrimenti potrebbe anche morire, me l’hanno spiegato quest’inverno quando sono andato con la scuola in area marina”. (Ovviamente si riferiva alla nostra sede a terra). Questo è toccare con mano che l’educazione ambientale è importantissima, però è un lavoro lunghissimo che va anche di generazione in generazione, dobbiamo lavorarci tanto, con i bambini e le bambine ma anche con tutta la cittadinanza. Mi piacerebbe che la nostra sede a terra diventasse un centro di cultura del mare, per sensibilizzare tutt* coloro che hanno voglia di venire, sarebbe bello farlo in maniera ludica.




Cosa pensi della pesca industriale? 


Ovviamente sono assolutamente contraria perché distrugge il mare, e almeno il 60% di ciò che viene preso viene ributtato in acqua morto, questo è folle. 


Quali sono stati i cambiamenti dei fondali che hai notato nel corso degli anni? 


Per quanto riguarda la riserva, per ora abbiamo dei miglioramenti positivi, mentre al di fuori vediamo gli effetti del progressivo depauperamento del mare dai suoi animali marini. Oltre alla plastica che troviamo sott’acqua, c’è il gravissimo problema delle reti fantasma. Noi ormai ci immergiamo sempre con un retino per raccogliere la plastica che troviamo, può essere la bottiglia, il piatto, ma non so come né perché, riescono a buttare sott’acqua gli oggetti più strani. Dicevo che l’altra cosa molto preoccupante è l’abbandono delle reti, queste cosiddette ‘reti fantasma’, dal 2011 ormai ci capita sempre più di frequente, quando usciamo dai confini dell’area marina protetta, di imbatterci in reti da pesca abbandonate nei classici tramagli. 

Ci sono anche le reti da posta, quelle con 3 maglie, e cosa succede? Che sono lunghe anche 600 mt o 1 km, quando questa gli si impiglia sotto una roccia, piuttosto che recuperarla la abbandonano a mare. I pescatori di un tempo non lo facevano perché le reti non erano in plastica bensì tessute a mano, quindi avevano un costo importante e serviva grande fatica per farle, per cui facevano di tutto per recuperarle. Vero anche che erano più piccole e avevano strumenti e conoscenza affinché le reti venissero recuperate perché conoscevano il fondale a memoria, non avevano bisogno di sonar, scandagli etc. Lo conoscevano perché gli veniva tramandato dai loro genitori, cioè c’era una cultura del mare. Oggi questi individui vanno con barche più o meno veloci, calano la rete, la fanno stare un certo numero di ore e poi la risalpano, se questa rete di plastica rimane incastrata, fanno prima a tagliare il galleggiante e quindi abbandonarla sott’acqua. È un fenomeno preoccupante e sempre più frequentemente ci sta capitando di trovare reti abbandonate. Queste, purtroppo, almeno i primi 2-3 mesi continuano a pescare e causano delle morti davvero inutili perché i pesci rimangono lì incastrati, muoiono e si deteriorano. Quando poi calano sul fondo continuano ancora a pescare perché catturano tutti quegli animali marini che camminano come i crostacei, le cicale, le magnolie e le aragoste. A noi è capitato di trovare una di queste reti abbandonate nella zona di Santa Panagia, zona nord di Siracusa. Le abbiamo scoperte vedendo qualcosa che si muoveva sott’acqua: una cicala rimasta ammagliata in questa rete, l’abbiamo liberata e alla fine ne abbiamo liberate circa 70, tutte vive grazie alla loro capacità di resistenza notevole, praticamente abbiamo dedicato un’estate intera a questa pratica. Parliamo di 30-40 metri di profondità, due andavano avanti e liberavano con coltelli (quelli affilatissimi da cucina) le cicale dalla rete. Chi rimaneva dietro, invece, si occupava di arrotolare la rete, per farne dei grossi mucchi, metterli dentro un saccone bianco e permettere poi di tirarli su con il pallone subacqueo. 

È un gravissimo indice della perdita della cultura del mare, per non parlare di un altro problema grave che è quello della ricerca di materie prime che ormai scarseggiano nei fondali di mari e oceani.

Pensi che sia inclusa, in un’educazione ambientale, anche un’educazione alimentare? 


Sì, certo, ma è molto più complicata. Ci si arriverà ma in un tempo troppo lontano purtroppo. 

Dunque, dico questo: se vogliamo guardare la natura come viene vista dalla maggior parte delle persone, quindi in senso assolutamente antropocentrico; anche se io non guardo la natura in tal senso, il mare è fondamentale alla sopravvivenza della specie umana. Allora, perché tutto il mondo non fa uno sforzo per bloccare tutta la pesca per almeno 5 anni? Così potremmo dare al mare la possibilità di ricostituire le proprie quote e risorse ittiche, perché se perdiamo la biodiversità del mare, il mare è morto e noi con lui. 

Sono convinta che un processo di cambiamento in questa direzione sia possibile solo grazie ad un grande sforzo importantissimo in cui anche coloro che vivono di pesca abbiano una rete di supporto. Una rete di sostegno al mare e ai pescatori assumendo come regola aurea il non consumare pesce. Impelle la necessità di una presa di coscienza, di una maniera di percepire e vivere il mondo in maniera diversa, pensando che siamo ospiti e non i padroni di questi luoghi. 


L’unico modo per fermare la pesca è cessare il consumo di pesce, per questo dico che Frugalità dovrebbe essere la nostra parola d’ordine. Frugalità e Solidarietà, che sono le parole che ci insegna il mare.



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