Pensa se adesso mi sento male!

05 di Ottobre, 2021 - Subacquea - Commento -

Massimiliano De Cristofaro

La psicologia del subacqueo

Leggetelo con molta calma, a volte è fuorviante ma, c’è un motivo, il motivo è la sicurezza.
Qualche anno fa ho pensato bene di superare i miei limiti.


Ho deciso di farmi coinvolgere in una immersione tecnica, ovvero, in una forma di immersione subacquea che va ben oltre i limiti di sicurezza dell'immersione sportiva.


Siamo fuori da ogni logica e razionalità umana, per profondità e per durata. L'immersione tecnica richiede un addestramento avanzato, una grande esperienza e, soprattutto, attrezzatura specifica di alto livello, non c’è spazio per approssimazione o incertezza, laggiù se si è incerti o imprecisi si muore.


C’erano tre opzioni, Sicilia, Lazio o Calabria, quota approssimativa -100 metri per vedere un relitto navale adagiato sul silenzioso fondo del mare.


Correva la fine degli anni ‘90, qualcuno parlava di Heliair, (una miscela ternaria ipossica, di facile produzione poiché formata da elio con un'aggiunta di semplice aria, da tutti chiamato il "Trimix dei poveri", per lo più, usato dai vecchi corallari per raggiungere elevate profondità e guadagnare il pane), ma l’idea fu da me scartata senza batter ciglio.


Avevo già provato il Nitrox 1 e il Nitrox 2, impegnative queste immersioni, le fai se c’è davvero una necessità oggettiva più che personale, considerato che era l’epoca degli incidenti e degli amici “che se ne andavano” spesso.


I pionieri di norma sono adorati e adulati, ma a volte ci rimettono la pelle.
Le immersioni di questa forma e con questo tipo di miscele devono essere assolutamente pianificate mettendo in chiaro costi (umani) e benefici e, soprattutto, i rischi concreti affinché si possano progettare con un minimo margine di errore.


Riguardo alle tappe deco, il Trimix colloca le sue prime tappe a profondità nettamente superiori rispetto alle tabelle di decompressione ad Aria o Nitrox, quindi la pianificazione prendeva una strada maestra ben definita, considerato anche che la massima profondità da me toccata prima di quest’avventura era stata al massimo di - 68 metri.


Si, - 68 metri, una vera e propria montagna d’acqua sulla testa, un palazzo di 23 piani sulle spalle, con una pressione disumana per centimetro quadrato.


Eppure volevamo scendere a - 100 metri, o poco meno.
L’esposizione tecnica da me scelta era ovviamente il Trimix, miscela composta da ossigeno, elio e azoto, una miscela respiratoria usata per le immersioni più impegnative, la si può utilizzare già a partire dai -40 metri ma solitamente viene utilizzato oltre - 60 metri, oppure, la si usa quando si valicano gli ordinari tempi di fondo dati dalle classiche tabelle deco per Aria compressa.


Sei mesi di pianificazione, sei mesi di buona alimentazione, sei mesi di allenamento fisico.
Acquisto di muta nuova, erogatori nuovi, tutto doveva essere perfetto, anche la maschera, soprattutto la maschera, io amo la “one vision”, ampia possibilmente, quindi la mia ricerca fu maniacale.


Morbida, al silicone, facile da svuotare in caso di allagamento, ho sempre cercato una maschera con meno pressione, per me la maschera è fondamentale, in lei cerco il maggiore comfort fra tutta l’attrezzatura, perché la vista è un fattore importante per lunghe immersioni, anche se in realtà, più che lunga, questa era profonda.
Ma la maschera da sola non bastava.


Iniziai a scegliere mascheroni granfacciali, Scubapro, Cressi, alla fine scelsi un EXO Kirby Morgan - Full Face Diving Mask, non ebbi alternative, volevo il top.


Muta semistagna della Mares, all’epoca era per pochi, pinne da profondità, guantini, (odio i guanti), cappuccio (odio il cappuccio) e un jacket tecnico anulare, scelsi un Dive System rosso e nero se non ricordo male, con a seguito una carrellata di bombole nuove pazzesche, cinque più una, sono sempre stato ridondante in questo.
Due Trimix da 18 lt., una da 10 lt. ARA, una Nitrox da 18 lt. composto al 40% e due ossigeno da 10 lt.
In realtà altre due da 18 lt. in ARA le avevo posizionate sulla cima a - 45 e a – 25 e una di ossigeno puro a - 10 da 10 lt.!


Il Trimix (come il Nitrox) era un giocattolo nuovo in Italia, permetteva ai pazzi profondisti di ridurre la narcosi d’azoto, il rischio d’avvelenamento da ossigeno e di ridurre l’accumulo d’anidride carbonica in cambio però, di una perfetta conoscenza dei materiali e della pianificazione dell’immersione.


La prima regola dell’immersione tecnica è la piena consapevolezza delle proprie capacità, inoltre, bisogna conoscere la propria lucidità in un ambiente ostile come quello profondo, la salute psicofisica per in un diver tecnico fa la differenza fra la vita e la morte, e non solo la sua.


La mia paura era la paura di fare quest’immersione.


Ma come mi era venuto in mente di andare a cento metri sott’acqua?
Ma come mi era venuto in mente di dire di “si” agli altri 5!
A leggere la discesa mi venivano i brividi, dovevamo cadere nell’abisso e raggiungere la quota - 100 metri in pochi minuti e poi a leggere la risalita con decompressione mi veniva da piangere, è vero che sono pazzerello ma non sono mica scemo!


Dentro di me mi ripetevo “ce la posso fare”, ogni giorno, per sei mesi me lo sono ripetuto.
“Ce la posso fare” e mi allenavo, “ce la posso fare” e mangiavo, “ce la posso fare” e dormivo, insomma, ce la potevo fare, ero fisicamente perfetto, analisi perfette, mentalmente ero attento e vigile, con i piedi per terra, non sono mai stato uno scellerato anche nelle mie imprese più folli e questa lo era, come l’idea di salire sull’Everest.


Si parte quindi per la Calabria, ma non sarà il relitto del Kindom a - 10 metri la nostra meta, neanche il Pasubio a - 50 metri, né tantomeno la Henry Desprez a oltre - 75 metri...
Ma, allora, dove stavamo andando esattamente?


Mesi e mesi di calcoli e ricalcoli, di paure, di argomenti controversi, di ragioni, di spese, di attrezzatura, di allenamento, di ambizioni, di sfrontatezza, di avventura e di racconti si stavano concretizzando...
Eravamo tre italiani (quattro con Cinzia) e due tedeschi, noi tre eravamo sommozzatori del Rgp. CC Volontari del Soccorso con Tecniche Speciali e gli altri due ex militari ora civili in cerca d’avventura, tutti alla ricerca di un relitto, una cisterna, un sommergibile o una motonave affondata che nessuno aveva mai visto prima, volevamo scoprire qualcosa di nuovo.


Ah, beata gioventù scapestrata.


Quindi, stringendo, avevamo pianificato per sei mesi un immersone profonda senza coordinate se non dei punti approssimativi di vari probabili affondamenti.


I tedeschi dicevano che secondo i loro calcoli c’era un relitto profondo a Squillace ma non sapevamo esattamente dove andare, o meglio, sapevamo che saremmo scesi all’inferno, ma esattamente non sapevamo quale dei tanti!


Oggi è facile, si accende un pc, si digita “mappa relitti” ed il gioco è fatto, ma alla fine degli anni ’90 appariva difficile addirittura ricaricare una bombola da sub, figurarsi trovare relitti su carta...
In realtà stavamo andando in Calabria per fare immersioni nel blu su due barche “importanti” di alcuni nostri amici che ci avrebbero ospitato per fare le “prove generali” di immersioni tecniche nel blu, in fondali di - 50 e - 80 metri.


Ne facemmo tre, due a - 50 e una a - 70 metri, per lo meno io mi fermai a - 70, un esperienza da brivido, lo ammetto.


Avevo appena fatto tre immersioni “profonde”, cambiato le miscele in discesa, provato la mia attrezzatura nuova e, soprattutto, avevo provato il mio cervello, quello che ogni metro in aria mi sussurrava da mesi “ce la posso fare!”.


Tutto perfetto, un’ultima cena a base di pesce e ripartimmo per il basso Lazio, la nostra meta era una immersione nel blu in cerca di relitti vicino l’isola di Ventotene.


Avevo già visto tre volte la Santa Lucia con Cinzia, la nave ambulanza adagiata a - 49 metri a Ventotene, così come avevo visto con lei il relitto del Nasim a - 60 a Giannutri grazie agli amici del gruppo sub Bannini di Roma, come pure l’Asia e l’LST 349 quindi, non dico che volevo ritrovare la mia personale “W-Gerhard” (relitto della marina militare americana adagiato a - 180 metri ad Acciaroli, Salerno) ma almeno volevo sapere dove scendere in sicurezza, dato che a - 100 metri, sai com’è, c’è sempre qualche problemino!


Fatte le tre immersioni profonde in Calabria, scesi anche due volte a Ventotene e dopo una cena, decidemmo a tavolino di rimandare le nostre avventure a tempi migliori, in fondo, un bel salto a - 70 l’avevamo fatto.


Tornammo a casa, felici, soddisfatti ma con un pensiero fisso, quello di provare il brivido di un’immersione profondissima, over - 90 metri, una di quelle da scrivere nel libricino delle immersioni fatte, una sorta di cimelio da far vedere gli amici, il trofeo di se stessi da mostrare con fierezza dicendo “io c’ero!”.


Arriva quindi la notizia dei probabili cento metri, anzi, per l’esattezza per i - 122 da toccare al largo delle coste di Capo Spartivento, in Sardegna, laddove nel 1999, era stato individuato un sommergibile della Regia Marina, il Malachite.


Il relitto, adagiato sulle bianche sabbie non era facile da raggiungere, due di noi dissero no, i tedeschi erano all’estero e Cinzia non se la sarebbe mai sentita.


Nel contempo ebbi l’onore di visitare il Sottomarino Perseus a - 52 metri, addormentato in Grecia, nel Mar Ionio nella zona tra le isole di Cefalonia e Zákynthos.


Tornato in Italia mi sganciai dal gruppo iniziale e m’imbarcai con un gruppo di professionisti ex militari, appassionati di relitti, con i quali andai alla ricerca della Motonave da carico Clearkos, relitto in Sardegna, a - 79 metri finché un giorno, durante un lavoro in Mar Rosso Egiziano, mi sono imbattuto nella nave Maidan, un relitto veramente profondo adagiato a - 100 metri, spezzato in più tronconi, tutti in una posizione abbastanza scomoda, dormiente a circa 34 miglia dall’isola calcarea Rocky Island.


È nota Rocky Island, i suoi fondali sprofondano netti a più di 1.000 metri di profondità, inutile raccontare l’emozione di vedere una parete scendere ripida nell’abisso per oltre un chilometro, calcolando che il Mar Rosso arriva ad una profondità massima di - 2.210 metri…


Comunque sia, la cosa più straordinaria è la visibilità in profondità e probabilmente, solo il Mar Rosso e i Caraibi offrono questa possibilità.


Prima di noi dei sub russi, ed ancora americani, poi noi, io ero in un gruppo misto, inglesi, italiani e francesi.
Imbarcati, una mezza giornata di pianificazione, a letto presto, alle 7 sveglia, alle 9 in acqua e giù, ringraziato il Dio del mare e allagate le orecchie mi sono immerso, arrivato velocemente a - 70 scesi ancora veloce, anzi velocissimo a - 80 e a - 90, altri - 7 metri ancora e poi un dolore all’orecchio iniziò a rovinarmi la giornata, ma era perfettamente sopportabile leggermente più su di quella quota …


E niente, probabilmente la microlesione dell’orecchio destro che mi portavo da anni aveva già deciso il suo percorso, la sua quota era - 90, non un metro più giu.


Il troncone di prua di Maidan è abbastanza distante dalla parete, coperto da uno sbarramento corallino che s’innalza fino a - 90 metri e poi giù, fino a meno 122 metri, quota che io non ho mai toccato.
Un OK agli altri, io mi fermo qui, voi andate giù veloci, il tempo stringe.


Seduto sul troncone della nave a meno 90 metri sotto la superfice del mare ho vinto la mia paura, ho vinto la mia sfida, ho vinto il mio corpo, la mia mente è domata, ancora 5 minuti e si risale, una risalita lunga, una deco infinita, mille cose da raccontare … silenzio assurdo, abbastanza freddo, adrenalina moderata che usciva a chili dall’erogatore, quei cinque minuti da solo non finivano più.


Avevo Joele a una decina di metri più in basso, Cinzia che sostava a - 50 metri, in risalita, Marcus era sul fondo,
di fianco a me, qualche metro più in basso Lucas, ed io seduto che pensavo a mille cose, più una.
Tutto doveva venirmi in mente tranne quello che mi venne in mente.


Qualsiasi domanda mi fossi fatto sarebbe stata la più giusta, anche chi fosse stato il mandante dell’omicidio di Kennedy ma non la frase: “pensa se mi sento male proprio adesso!”.


Invece pensai fra me e me: “pensa se mi sento male proprio adesso!”.
Non l’avessi mai pensato.


Maledico ancora oggi quell’istante.


Ho visto la mia paura, ho vinto la mia sfida, ho vinto il mio corpo ma la mia mente NON è domata.
L’atavica paura della profondità era riaffiorata ad una profondità non consentita.


In un istante freddo, paura, costrizione sul petto, sul collo, male alle gambe, respirazione sempre più faticosa, sempre più affannosa, eccola la fame d’aria, l’erogatore non dava più aria, dovevo succhiare, sempre più forte, …voglio respirare aria, voglio uscire da qui, ora risalgo, a qualsiasi costo, io qui non ci rimango un secondo di più, me ne frego, risalgo, no fermo, aspetta, non puoi, chiudi gli occhi, fermo, ti ammazzi così, no me ne frego, risalgo, non resisto più, no, fermo, fermati, se lo fai non arrivi vivo alla superfice, basta, risalgo …


Mi giro su me stesso, deciso a risalire verso la superfice, senza deco, senza tappe, senza problemi, pinneggiando se fosse servito, ad occhi chiusi faccio i primi cinquanta centimetri attaccato alla corda-catena dell’ancora del battello di supporto a un metro dal triangolo della zavorra, sento l’altra corda tesa, continuo a occhi chiusi ma sento un impedimento, apro gli occhi e dinnanzi a me Lucas che mi teneva stretto un cinghiaggio anteriore del jacket, Lucas era molto grosso e molto forte, aveva capito perfettamente cosa stava accadendo e mi aveva anticipato, anzi, mi aveva teso una trappola perché lui si era messo fra me e l’aria di superfice.


Ho iniziato ad arrabbiarmi, ho quasi masticato il granfacciale, ho detto parolacce, ho di sicuro bestemmiato perché non ero libero di risalire, Lucas intanto mi tolse un pugnale che avevo fissato al jacket lato sinistro, poi mi strinse più forte fino ad allacciare un cavo fra lui e me, lungo meno di un metro e mezzo, tramite un moschettone che dal suo jacket agganciò al mio, da dietro.


Ero bloccato, volevo risalire ma non era possibile, lui si era assicurato alla cima principale ed aveva assicurato me a lui, ero di schiena, mi aveva “fregato” con una classica tecnica militare di corpo a corpo in acqua.


Arrivavano tutti gli altri e si strinsero a me, ero al centro di un nodo umano che non potevo sciogliere, mi arresi alla loro forza, sapevo che stavamo risalendo ma era troppo piano, io volevo respirare l’aria, ho chiuso gli occhi, sono anche svenuto qualche metro per lo stress, situazione più che imbarazzante, terribile, poteva accadere l’irreparabile.


Diciamo che se Lucas non avesse compreso le mie bolle io non sarei qui ora, perché i primi trenta/trentacinque metri di risalita, credetemi, sono stati un vero martirio, un delirio, un supplizio.


Il panico mi aveva avvolto, mi aveva preso, non mi lasciava, ho cercato di combatterlo in ogni modo da solo ma non fu possibile, il mostro era libero dentro di me e mi aveva conquistato, al pari di un demone che s’impossessa di un anima, era necessario un esorcismo subacqueo.


Insomma a - 70/60 metri non si sta un gran che bene, costretti nei movimenti, quando hai fame d’aria, sapendo che potrai respirare solo in seguito, dovendo sceglie fra la vita e la morte, se avere fede e fare leva su tutta l’esperienza passata oppure fare una pallonata da record con conseguenze fisiche che neanche voglio descrivere da quella profondità.


Ebbene era accaduto, ed era accaduto proprio a me.
Non ci voglio credere, ridevo e piangevo, avrò allagato la maschera, fra isteria, incazzatura e delusione, poi man mano, risalendo in superfice, ho capito che con il mare non si può giocare, che con l’acqua non si può scherzare, che con se stessi non c’è mai una logica sostanziale, che la testa, fa brutti scherzi.
Cinzia scese di nuovo per darmi un sostegno, solo in 3 fra i profondisti, avevano un sistema di microfoni su sei che eravamo, gli altri sommozzatori erano a varie quote, Cinzia però, era risalita e dopo aver ascoltato si fece la seconda immersione per starmi vicino.


La incontrai di nuovo a - 40, ero amareggiato, deluso, mi vergognavo, la mia prestazione fu pessima, anche se prestai fede alla mia esperienza e, nonostante la crisi ebbi la forza di resistere al panico, credetemi, se non l’avete mai provato è difficile da raccontare, non c’è nulla di umano che possa fermare il panico.
Panico, questa sorta di reazione cautelativa che all'improvviso, di fronte a un pericolo reale -oppure nel mio caso “immaginario”- ti toglie la capacità di riflessione e ti spinge a commettere azioni incontrollate e sconsiderate, quanto incoscienti, finalizzate però, paradossalmente, a salvarti la vita!
Nel mio caso non c’è stato incidente.


L' equipaggiamento funzionava perfettamente, maschera, pinne, muta, jacket, battello di superfice, squadra di recupero, pedagno, bombole d’emergenza e computer subacqueo, tutto era perfetto, ben oltre gli standard sportivi.


Purtroppo non avevo calcolato la mia mente, il “Trigger interno” fu un banale pensiero fatto in un particolare momento e in un luogo dove tutto fu amplificato, era impossibile da prevedere.


Un pensiero che ha scatenato sensazioni che, magari, si sono ripresentate durante l’esperienza traumatica, come in quel momento per me fu il sentirmi sopraffatto dal mare, spaventato, fuori controllo poiché fuori luogo in quel luogo non adatto agli esseri umani.


Spesso nel corso di un evento traumatico, ci si può sentire intrappolati e trovarsi a pensare che non ci sia una via d’uscita ed ecco che, nel mio caso, pensai ad una “pallonata”.


Senza calcolare lo stimolo esterno, come il buio, la solitudine, la profondità e tutte le pressioni psicologiche e fisiche alle quali ero sottoposto a quella profondità.
Sono situazioni sufficientemente rare, tuttavia, chi si lancia in mare con le bombole le deve conoscere bene e, soprattutto, deve prevedere l’imprevedibile.


Non sottovalutatevi mai ma, non sopravvalutatevi mai.
Ricordatevelo sempre, anche voi supereroi, ci sono soltanto due uomini perfetti sulla terra, uno è morto e l'altro non è mai nato …


A proposito, Cinzia era la mia compagna d’immersione, una dolcissima amica, una pazza scatenata e malata d’avventura come me; oggi Cinzia non è più fra noi e questo ricordo, lo dedico a lei.

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Roberto
05 di Ottobre, 2021
Articolo bello e che fa riflettere..
esperienza personale che condividi con gli altri!
sensazioni assolutamente trasmesse e che rendono bene ciò che significa scendere fuori curva di sicurezza, nello specifico con miscele in configurazione tecnica!
Testa e fisico vanno spesso di pari passo, ma quando l’elemento diventa acqua “ immagino anche aria” le variabili diventano molte e non basta il fisico e la preparazione,serve una testa libera e serena, così serena da mettere in conto ed accettare anche le conseguenze dovute all’azzardo… pianificato e valutato a tavolino,quando si tratta di Professionisti ma che rimane azzardo e si racchiude nell’osare sempre un poco di più..
Un abbraccio a chi lo racconta un pensiero per chi non c’è più!

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