Pesci sui marciapiedi

01 di Novembre, 2021 - Ambiente - Commento -

Testo, foto e illustrazione di Marta Bello




Stiamo mangiando gli oceani. 

Riflessioni sull’importanza delle nostre scelte individuali passeggiando per i grandi mercati di Roma.

Nel percorso di vita di ogni persona c’è un momento in cui questa assume consapevolezza su qualcosa, una tematica, un’idea, un aspetto del mondo.

Da quando ho preso consapevolezza di quanto le mie scelte alimentari impattassero il mondo, ho iniziato a domandarmi che tipo di persona volessi essere, da quale parte della storia io volessi posizionarmi.

Mangiare è l’attività sociale che compiamo più volte durante il giorno, la chiamo “sociale”, perché ogni volta che scegliamo cosa mangiare esercitiamo un’influenza sul contesto e le persone che ci circondano.

“Le nostre scelte alimentari sono contagi sociali, influenzano sempre le persone che ci circondano: i supermercati tracciano ogni prodotto venduto, i ristoranti adeguano i loro menu alla domanda, i servizi di ristorazione guardano cosa viene buttato e noi ordiniamo ‘quello che ha preso lei’. Mangiamo come famiglie, comunità, nazioni e sempre più come pianeta. Le scelte di consumo individuali possono attivare una complessa dinamica ricorsiva, un’azione collettiva che si rivela produttiva, non paralizzante.”(Jonathan Safran Foer, Possiamo salvare il mondo prima di cena, 2019). 

Da quando ho iniziato ad interessarmi delle connessioni tra le scelte alimentari e la crisi climatica è cambiato il modo di percepire le cose, le strade, le persone, i supermercati e i negozi. Ci sono momenti in cui non possiamo essere indifferenti ma questo può accadere solo a patto della nostra messa in discussione di ciò che abitudinariamente non viene intercettato come problema.

La scorsa volta sono andata in un supermercato, questa volta ho girato per alcuni mercati di Roma. L’altra volta il pesce surgelato abbandonato in vasche refrigerate da cui potersi servire liberamente con una paletta per poi gettarlo con indifferenza in un sacchetto di plastica mi ha ricordato la similarità e la familiarità dei colori, le forme e i gesti di quando ero bambina e andavo al negozio a riempire un sacchetto di caramelle. 

Oggi invece queste montagne di vasche in polistirolo, ammassate a creare alte torri, tutte piene di vite pescate o allevate, gettate con disprezzo in questi contenitori mi sembrano troppo diverse dalle cassette dei loro vicini piene di zucche e melanzane. 

Lo scenario intero mi sembra una foto dell’indifferenza umana: da una parte degli individui tolti dal loro habitat per la nostra ingordigia, o vite fatte nascere solo per essere svezzate e consumate in un ciclo vitale brevissimo dettato dai tempi di mercato, dall’altra del cibo vegetale. Mi chiedo se il primo possa essere davvero considerato cibo o se non ce ne siamo soltanto convinti per questioni di tradizione e di gusto. 

Ho iniziato riflettendo sui contenitori in cui riposano, e sono tutti in polistirolo. Cos’è il polistirolo? È un tipo di plastica, polimero tanto importante quanto inquinante. 

Esistono varie tipologie di plastica, dalle più dannose per il pianeta a quelle maggiormente biodegradabili: abbiamo il PET (Polietilene Tereftalato) altamente problematica poiché è una plastica che può essere utilizzata una sola volta, e per questo viene utilizzata ad esempio per il confezionamento delle bibite. 

Il HDPE/HDP (Polietilene ad alta densità) con la quale vengono realizzati ad esempio i flaconi di shampoo, ed è facilmente riciclabile oltre che galleggiante, per cui facilmente recuperabile in mare.

Il PVC (Cloruro di Polivinile) utilizzato per la produzione di tende da doccia e tovaglie, è una delle più pericolose poiché rilascia ftalati molto pericolosi. 

Il PELD (Polietilene a bassa densità), considerata plastica sicura poiché composta da carbonio e idrogeno, anch’essa galleggia. 

PP (Polipropilene) impiegata per la produzione di bacinelle, scolapasta, bicchieri, è purtroppo difficile da riciclare. Infine, abbiamo il polistirolo: l’elemento più inquinante del mare e, infine, altre plastiche non riciclabili come il policarbonato. 

La plastica può essere smaltita in tre diversi modi: 

- Riciclo meccanico che consiste in una trasformazione da una materia ad un’altra materia 

- Recupero di tipo energetico che consiste in una termovalorizzazione 

- Un riciclo di tipo chimico che consente un ritorno alla materia prima di base



Su di un piano etico, cosa possiamo fare per ridurre il nostro impatto sul pianeta?

Potremmo avere l’accortezza di controllare le etichette, sulle quali, per legge, vi devono essere tutte le informazioni sul contenuto e la composizione del flacone/contenitore etc. e scegliere in modo etico e responsabile ciò che apporta il minor danno possibile. Ad esempio, passando da un sapone contenuto in una plastica difficilmente riciclabile al sapone solido, così da evitare l’intero packaging altamente inquinante che poi finisce nella nostra più grande discarica: il mare.

Questo è il grave problema dei rifiuti: non vengono considerati di nostra proprietà e quando non sappiamo più dove appostarli, li gettiamo dove l’occhio non può facilmente arrivare: in mare.

Il più grande studio sull’economia della plastica è quello realizzato dalla Ellen MacArthur Foundation “The new plastic Economy. Rethinking the future of plastics” e il grande quesito è: può essere davvero possibile convertire il vecchio sistema economico basato su i combustibili fossili a un’energia “green” ai fini di ridurre il nostro impatto ambientale a favore di un nuovo sistema economico basato sulla sostenibilità? Una sostenibilità ambientale, sociale, economica è possibile da raggiungere? 

Per quale motivo non ci curiamo delle etichette dei prodotti (giusto per fare un esempio) in cui è chiaramente scritta la composizione del prodotto?

Le domande che mi sorgono sono sempre di più, e sempre nuove. La questione etica è il centro in cui convergono gli interessi dell’intero problema. In breve, l’etica è divisa in due macro-gruppi: da una parte quella descrittiva, che, dal nome, descrive semplicemente come sono le cose e dall’altro l’etica normativa, la quale offre dei criteri che permettono di orientarci all’interno delle valutazioni morali. 

L’ etica normativa è divisa in tre linee principali, ognuna delle quali pone all'attenzione un determinato aspetto: l’intenzione, le virtù del soggetto oppure le conseguenze che l’azione produce. Quest'ultima è l’etica consequenzialista, di tipo teleologico (da telos, che vuol dire ‘fine’ e logos, cioè ‘discorso’).

“L’aspetto consequenzialistico delle etiche teleologiche rispecchia un elemento intuitivo della vita morale concreta, che ha a che fare con la nozione di responsabilità. In genere, nel compiere un’azione, noi non ci disinteressiamo delle conseguenze che tale azione comporta per gli altri, poiché sentiamo di essere responsabili di tali conseguenze e facciamo del nostro meglio per minimizzare quelle negative e ottimizzare quelle positive” 

(D. Neri, Filosofia Morale. Manuale introduttivo, Milano, 2013).

Una delle questioni più complesse in questo ambito riguarda la questione delle responsabilità che ricadono sul singolo e di quelle che ricadono sull’intera collettività, questa è la grave questione problematica dell’etica ambientale. 

Qual è il rapporto tra responsabilità individuale e responsabilità collettiva? I filosofi consequenzialisti non accettano di delegare ad ipotetici accordi futuri tra grandi nazioni l’unico valore morale deresponsabilizzando il singolo, ma difendono l’attribuzione di un valore morale all’individuo.

La filosofa Marion Hourdequin sostiene che: “Bisogna considerarne la dimensione relazionale, non guardare il soggetto come un agente isolato, ma piuttosto come componente di una rete sociale in cui gli individui agiscono e si influenzano a vicenda, per cui l’azione di uno può in realtà dar luogo all’azione di molti”. Inoltre, sebbene gli effetti delle azioni individuali possano essere impercettibili, le azioni da cui derivano non sono mai neutrali da un punto di vista morale, sia perché la dimensione morale è necessariamente parte di quella collettiva, sia per il confronto e il dialogo sociale sulla questione che ne scaturisce.

Ciò non toglie che la questione sia problematica su scala mondiale, non vogliamo qui offuscare gli interessi economici e di potere che sostengono e alimentano questi sistemi, l’intento qui è una riflessione sulle scelte personali che trovano casa nello spazio relazionale tra gli individui. Quanto consideriamo importante la questione ambientale? Non sussiste piena coscienza sulla fortuna attuale di avere ancora la possibilità di decidere, di prendere iniziativa, sostituire un piatto di carne proveniente da grandi torture, con uno altrettanto buonissimo di legumi, ed incentivare le nuove proposte ambientali. Il decorso è in corso, questo vuol dire che possiamo ancora invertire la rotta. Come ci insegna S. A. Kierkegaard nella prima parte di “Aut-Aut” (1843), è fondamentale scegliere, ed è ancor più importante farlo il prima possibile, poiché questo ci pone di fronte a noi stessi, e soltanto mediante la scelta possiamo divenire autocoscienti: “Non importa tanto scegliere di volere il bene o il male, quanto di scegliere il fatto di volere”. 

Contrariamente all’indifferenza, segno di passività, il primo passo per il movimento attivo è proprio quello di scegliere di scegliere. L’importanza delle nostre scelte quotidiane è più alta di quella che crediamo e lo sviluppo di una coscienza ecologica dovrebbe essere il nostro principale interesse. Ad esempio, perché nelle scuole non ci sono programmi di educazione al comportamento verso l’ambiente e le altre specie? Da una parte la necessità dell’informazione, dall’altra il problema dell’indifferenza.

I genitori indifferenti condannano le loro figlie e i loro figli ad essere senza futuro. 



Alcuni simpatici dati dal testo sopracitato di Foer: “La terra che potrebbe nutrire le popolazioni affamate viene riservata al bestiame che nutrirà popolazioni ipernutrite. Ogni anno l’allevamento destina una quantità 7 volte maggiore di cereali e mais sufficiente a sfamare tutte le persone denutrite del pianeta all’allevamento intensivo.” “L’umanità rappresenta lo 0,01% della vita sulla Terra.”“Un terzo di tutta l’acqua potabile utilizzata dall’umano è destinata al bestiame, mentre solo un trentesimo appena è utilizzata nelle case.” 

Mentre osservavo tutte quelle diverse specie di pesce in vendita mi sono interrogata sulla loro storia, le loro specificità. Diamo per scontato la nostra superiorità umana sul criterio dell’intelligenza, ma troppo poco sappiamo delle altre specie e troppo gonfio è l’ego umano per porsi in discussione e scoprirsi a margine della vita sulla Terra. Ma questo non importa, le specie, soprattutto quelle marine, vengono consumate in modo assolutamente indistinto, senza che nemmeno ci chiediamo se siano senzienti, quale sia la loro percezione del dolore, se possano soffrire.

Così ho ripensato ad un esperimento riportato sempre da Foer per cui anche i pesci pulitori, oltre a orche e delfini, sanno riconoscere il proprio riflesso in uno specchio. I pesci pulitori sono stati messi in alcune vasche dotate di specchi. 

All’inizio i pesci si comportavano in modo aggressivo attaccando il proprio riflesso. “Ma ad un certo punto passarono da questo comportamento a qualcosa di molto più interessante.” ci dice National Geographic. I pesci cominciarono ad avvicinarsi al proprio riflesso capovolti, o a sfrecciare rapidamente verso lo specchio, per poi fermarsi subito prima di toccarlo. Questa era la fase dei test di verifica interagendo direttamente con il proprio riflesso e capendo che forse non era un altro pesce, bensì il loro riflesso.

Una volta che i pesci si sono abituati allo specchio, gli scienziati hanno iniettato in alcuni di loro un gel colorato visibile sottopelle, un cambiamento di cui potevano rendersi conto solo guardando il proprio riflesso. In alcuni fu iniettato un gel che lasciava la pelle inalterata, in altri fu iniettato il gel colorato senza che fossero presenti degli specchi. “I pesci iniettati con un segno trasparente non si sfregarono, così come non si sfregarono quelli con il segno colorato che non avevano lo specchio. 

Solo i pesci che avevano la possibilità di vedere il segno nello specchio cercarono di sfregarlo via, lasciando così intendere che riconoscevano nel riflesso il proprio corpo. 

Ma questo non importa. 

I pesci pulitori vivono in quel genere di barriera corallina che scomparirà per certo, anche se noi dovessimo conseguire gli obiettivi degli accordi di Parigi.



Questo è stato il mio flusso di pensieri mentre vagavo per il mercato. Ho realizzato di quanto i contesti sociali e gli spazi relazionali siano cruciali e ci sia una costante tendenza alla deresponsabilizzazione dell’individuo. 

Ho notato due cose interessanti: una è che vicino al bancone del pesce c’era una grande macchinetta mangia tappi di plastica, in cui le persone possono gettarli per “fare del bene all’ambiente”. Accanto al bancone del pesce c’era quello della carne e molte erano con il cartello “Allevato senza l’uso di antibiotici”. 

Torno a guardare il bancone del pesce e non vedo del buon tonno da fare alla piastra per cena, non vedo cibo, vedo le barriere coralline distrutte dalla pesca intensiva, il maltrattamento di tutti quegli animali, vedo le tonnellate di pesci di scarto che vengono estirpate dai loro habitat provocando grandi squilibri nell’ordine naturale delle cose, di cui noi siamo i totali responsabili. Vedo il nostro delirio d’onnipotenza, vedo i pesci nel polistirolo, ciò che più inquina la loro casa, vedo umani che hanno voluto mettere il guinzaglio alla Terra e per tenerla sotto controllo e sottometterla ai loro ordini. 

Il signore che vende il pesce mi dice che è tutto fresco, mi avvicino e leggo che i gamberoni vengono dal Brasile, un’altra etichetta dice “Croazia” e decido di fermarmi. Ci occupiamo di mare, amiamo il mare, come possiamo mangiarne i suoi abitanti? Come possiamo sprecare così tante risorse idriche per il solo gusto di mangiare la carne? 

I pesci devono stare nel mare, non sulla terra, non nel polistirolo sui nostri marciapiedi in vendita infilzati da cartellini che non ne indicano nemmeno la provenienza. 

Salviamo gli oceani smettendo di mangiarli.


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