PORTO S. STEFANO (L’ancora Romana)

20 di Gennaio, 2021 - Racconti di mare - Commento -

Piero Orlando 

L’ancora Romana

Un mio carissimo amico, al quale dovevo i primi insegnamenti di immersione, aveva la fortuna di possedere la piena disponibilità della foresteria della villa di proprietà dei genitori a Porto Santo Stefano. Mi aveva dato le chiavi di questo stupendo miniappartamento, per cui io, non appena possibile, andavo a Porto Santo Stefano. Bellissima la storia di questa villa: i nonni del mio amico, benestanti ma non ricchi, si erano sposati negli anni Trenta; avevano deciso che avrebbero speso grandissima parte delle loro risorse economiche in un viaggio di nozze che avrebbe dovuto essere meraviglioso, senza limiti, con meta finale a Parigi, dove sarebbero rimasti fino alla fine delle loro risorse. La prima tappa prevista era proprio Santo Stefano: il posto li affascinò e conquistò talmente che decisero di fermarsi lì e di costruire una bella villa utilizzando il denaro previsto per il viaggio di nozze. Fortuna loro certamente, ma anche fortuna degli eredi e, infine fortuna anche mia che potevo spassarmela allegramente in una località che altrimenti non sarebbe mai stata alla mia portata. Avevo da poco ottenuto il brevetto di istruttore sub e, forte e orgoglioso di questo titolo, sfruttavo la situazione facendo immersioni relativamente profonde per due corallari che, in cambio del corallo che prendevo, mi davano qualche migliaio di lire ad immersione e la possibilità di ricaricare le mie bombole. La mia attività complementare era quella di istruttore personale dei ricchi villeggianti che spesso, seguendo la moda, compravano sofisticate attrezzature subacquee con la pretesa di poter fare immersioni malgrado la scarsissima conoscenza di quello che avevano comprato.

La famiglia dell’ing. Pettinelli rappresentava una eccezione: malgrado la notevole quantità di denaro, mi sembrava lontana dal mondo di Santo Stefano: moglie, molto bella, gentile ed affabile e, soprattutto, lontana dall’abituale modo di fare della maggior parte delle ricche mogli di Santo Stefano, dedite al pettegolezzo, al gossip e al parlar male delle assenti; l’ingegnere era una persona tranquilla, molto attaccato alla famiglia ed infine il l figlio di diciassette anni, Emiliano, molto viziato, ma educato, curioso, sempre attento alle novità, molto amante del mare e della natura. L’ingegnere possedeva una bellissima barca con marinaio annesso che si trasformava in eccellente cuoco quando le gite a mare occupavano tutta la giornata. Io avevo dato tre lezioni al ragazzo che era molto portato, per cui in poco tempo era diventato perfettamente autonomo nell’uso del respiratore. Ero convinto che l’unico pericolo sarebbe stato quello che il ragazzo avrebbe potuto esagerare ed andare oltre i limiti senza la necessaria esperienza; gli parlai direttamente delle mie preoccupazioni e del fatto che avrei potuto contare solo sulla sua prudenza e sulla sua capacità di gestire le sue notevoli capacità subacquee. La sua reazione fu sorprendente: mi abbracciò, mi giurò che dovevo essere sicuro che avrebbe seguito i miei insegnamenti alla lettera e si lasciò andare in una confessione: non aveva avuto complimenti da anni; poi partì in un lungo monologo relativo ai suoi difficili rapporti con la famiglia, alla sua totale insoddisfazione, al suo modo triste di vedere la vita. Ero molto in difficoltà, feci quanto di meglio potevo nello scegliere le mie risposte.

Comunque, da allora nacque un rapporto particolare di amicizia semi paternalistica, però con una fiducia seria, reale e reciproca che forse il ragazzo non aveva mai conosciuto prima. Non c’era tanta differenza di età tra di noi, eppure mi trattava con rispetto, mi chiedeva spesso consigli al di là dei problemi di immersione. Avevo continuato ad avere rapporti con lui in quanto avevo proseguito le lezioni alla mamma che si dimostrò subito molto brava e poi al padre che, al contrario, era assolutamente negato; ci si incontrava spesso la sera, al bar, di fronte ad una birra.

Una volta capitò che ci trovammo soli noi due ad un tavolino: con aria quasi furtiva avvicinò la sua sedia alla mia e, curando che nessuno fosse troppo vicino per sentire quello che stava per dirmi sussurrò: “Ti devo rivelare un segreto che nessun altro deve conoscere, mi rivolgo a te perché so che su di te posso contare e che saprai tenere per te quanto sto per dirti.” Confesso che io ero molto preoccupato, quasi spaventato. Emiliano sempre guardandosi intorno continuò: “Ho saputo da alcuni amici francesi che c’è un’ancora romana vicino a punta del Bove. L’hanno trovata loro sui trenta metri e sono riusciti a liberarla dalle incrostazioni che la legavano al fondo, ma mentre cercavano di legarla per tirarla su è rotolata nella ciliata ripida ed è andata a finire quasi sul fondo che è di circa 6o metri. Non erano in grado di riprovare una immersione così fonda e non avevano più tempo perché il padre aveva deciso di fare rotta subito con il loro yacht per la Sardegna. Mi hanno detto però che il prossimo anno verranno con le attrezzature adatte e con un sub esperto per recuperare l’ancora; l’hanno descritta di piombo, sicuramente romana, di circa 80 centimetri. Conosco perfettamente il punto in cui hanno perso l’ancora, ho i punti di riferimento precisi presi dalla barca. Io non voglio che se la freghino i francesi, quindi ho deciso che dobbiamo recuperarla noi prima di loro, anzi la recuperi tu e te la tieni tu o la porti alla sovraintendenza, ne fai quello che vuoi, ma in Francia la nostra ancora non ci deve andare, io ti do una mano e la barca.” E’ certo che la faccenda mi aveva coinvolto subito e mi stava molto a cuore; erano rapidamente emersi alcuni sentimenti nazionalisti quasi sempre sopiti oltre allo spirito d’avventura di competizione che in quel periodo erano coerenti con la mia età: dunque la cosa mi intrigava e mi interessava molto.

Chiesi ad Emiliano come pensava di organizzare la spedizione e con quali mezzi sapendo che aveva a disposizione un gommone di notevoli dimensioni; la risposta fu sconfortante in quanto Emiliano confessò di avere pesantemente litigato con il padre e che quindi l’uso del gommone gli sarebbe stato negato per un mese, però si poteva tranquillamente utilizzare il barchino appoggio dello yacht sufficiente per noi due e dotata di un affidabile motore Seagull. L’idea cominciava a prender forma e diventare realtà: “Partiamo la mattina presto, siamo lì in mezzoretta, tu ti immergi e ritorniamo subito.” Io espressi le mie obiezioni che razionalmente erano tante, ma che cercai di cancellare dalla mente, conquistato ormai dall’entusiasmo che mi aveva trasmesso Emiliano: “La barca è piccola, io devo avere con me due bibombole perché dovrò fare sicuramente un po’ di decompressione: sei sicuro che abbiamo sufficiente spazio? L’orario non è il migliore; al nostro ritorno il porto sarà in piena attività e sarà impossibile che qualcuno non ci chieda qualcosa vedendoci ritornare col dinky con due bibombole.” Continuai con altri dubbi che io stesso già sapevo risolvibili e piano, piano finii per convincermi che la cosa sarebbe stata fattibile.

Decidemmo di partire il giorno dopo verso mezzogiorno, quando tutte le barche erano già uscite con un ritorno previsto nel pieno pomeriggio con la speranza di incontrare meno gente possibile a quell’ora. Io anticipai di 5 minuti il mezzogiorno, rimasi chiuso nella mia macchina ad osservare la meraviglia della barca del papà di Emiliano che arrivò puntualissimo. Mi vide e mi fece segno di aspettare in macchina, poi senza dire una parola si mise a trafficare con le gomene che legavano il barchino alla barca del padre, scomparve nella stiva della barca madre, per uscire con un Seagull che montò sulla poppa del barchino. Solo allora mi segnalò che potevo uscire e caricare la mia attrezzatura. Io presi i due bibombola con i quali mi incamminai verso Emiliano. Camminavo con difficoltà per il peso; la mia andatura oltre ad essere goffa era lenta, ma non potevo fare di meglio e poi il percorso era solo di una ventina di metri; fortunatamente non si vedeva nessuno. La giornata era cominciata molto bene, ma, vedendo finalmente il barchino galleggiare, minuscolo a fianco della barca madre, non sembrava proseguire positivamente: era davvero piccolo e non poteva svolgere il compito che Emiliano e, purtroppo anche io, gli avevamo affidato. Comunque, provammo a caricarlo: sistemammo i due bibombole, e, piano piano, tutto il resto; con noi due, uno a poppa e l’altro a prua, i bordi erano molto vicini all’acqua, ma Emiliano continuava ad essere positivo e riusciva a trasmettermi il suo ottimismo: sosteneva che, a motore acceso, la barca avrebbe assunto un assetto più sicuro. Non aveva torto: il barchino, anche in mare aperto, camminava con una andatura lenta ma sicura.

Arrivati in zona, Emiliano esaminò il foglio dove aveva segnato con molta cura i riferimenti per la corretta individuazione del punto; quando lo trovò, mi fece vedere tutte le rette disegnate sulla sua cartina; non mi erano molto chiare, ma Emiliano era certissimo. Preparai con attenzione tutte le mie attrezzature, e, dopo essermi messo la muta, indossato il bibombole, istruito Emiliano su come mi doveva passare il secondo bibombole, mi immersi. Avevo con me una fune di discrete dimensioni che doveva servire a legare l’ancora. L’ acqua era fortunatamente abbastanza limpida; verso i trenta metri rallentai la discesa scegliendo di andare quasi parallelo alla costa sperando di scorgere qualche segno della caduta dell’ancora; persi più tempo del previsto e il pessimismo stava affacciandosi nei miei pensieri, quando vidi una zona ove le alghe sembravano strappate; avvicinandomi fu chiaro che c’era una striscia con alghe rovinate e roccia di colore innaturale sul diagonale della ripida cigliata che andava verso il fondo: non c’erano dubbi, era quello che cercavo. Scesi seguendo la scia e poco dopo vidi l’ancora. Dunque, era vero: una meravigliosa ed enorme ancora di piombo appoggiata su un leggero sperone che ne aveva fortunatamente fermato la discesa. Era bellissima; avrei voluto urlare ad Emiliano il mio entusiasmo e trasmettergli la mia felicità. Mi sforzai di ritrovare la tranquillità e cominciai a legare l’ancora: operazione non facile, che mi fece perdere tempo prezioso. Prima di salire diedi un’occhiata al profondimetro: segnava 63 metri; pensai che avrei dovuto fare una bella decompressione e mentalmente, risalendo, conteggiai i tempi di sosta. Ma ero contento, non avevo ma visto un’ancora così grande e così bella.

Sentivo sulla mia testa il motore al minimo del Seagull poi vidi in controluce la sagoma del barchino. Seguendo perfettamente le istruzioni, Emiliano aveva calato a 15 metri l’altro bibombole completo di erogatore: iniziai la mia decompressione utilizzando tutta l’aria del primo bibombola per poi passare a 5 metri. Emiliano aveva spento il motore e si affacciò con la maschera in acqua; io gli feci più volte segno di ok e cercai di fargli capire a segni che l’ancora c’era; lui rispondeva con ampi movimenti che volevano essere di felicità. Finalmente uscii con la testa dall’acqua per dirgli che l’ancora c’era ed era meravigliosa: Emiliano tentò un accenno di danza, ma si accorse immediatamente che il barchino non gradiva e si limitò a battere le mani ed a lanciarmi baci. Mi aiutò a salire in barca e a sfilarmi bombole e muta; facevamo tutto in fretta, senza parlare, ansiosi entrambi di iniziare le manovre di recupero dell’ancora. Avevo legato la fune dell’ancora ad un anello montato sulla poppa del barchino, ma quando cominciammo a tirare ci rendemmo conto che era opportuno far passare la fune su di uno scalmo del barchino e legare immediatamente la parte di fune guadagnata. L’operazione era molto complicata: il peso dell’ancora era tale che bisognava essere in due a tirare contemporaneamente, con una studiata coordinazione dei movimenti per non squilibrare troppo la piccola imbarcazione che oscillava in maniera preoccupante piegata da un lato per il peso dell’ancora. Avevamo recuperato una ventina di metri con un sforzo enorme che ci aveva distrutti fisicamente e mentalmente; io avevo la mano destra spellata ed Emiliano aveva battuto violentemente un ginocchio; non saremmo mai riusciti a recuperare tutti i sessanta metri; la situazione era complicata. Decidemmo di fare un’ulteriore sforzo per recuperare almeno altri quindici metri di fune, poi con il motore al minimo e con l’ancora legata penzolante a 25 metri, avremo trovato un fondo di circa 30/25, più vicino Santo Stefano e facilmente accessibile dove poggiare l’ancora; questa volta con l’aiuto di qualche amico fidato, la avremo in qualche modo recuperato. Prendemmo posizione nel barchino per fare questo ultimo sforzo ed insieme contammo fino a tre per tirare insieme la fune: uno, due (al due percepii uno strano scricchiolio) tre; al tre lo scricchiolio divenne un fortissimo boato ed il bordo destro del barchino scomparve in acqua mentre entrambi non potemmo fare altro che mollare la fune che vedemmo rapidamente scorrere tra le nostre gambe fino ad arrivare a fine corsa al nodo a poppa; ci fu un colpo secco e per un attimo la fune fermò la discesa, ma fu solo un attimo, poi il disastro: con un rombo secco, tutta la poppa completa di motore, si staccò da quello che era rimasto del povero barchino e scomparve nel blu.

Ci trovammo in acqua, circondati da materiale vario: io recuperai rapidamente le bombole che, scariche, galleggiavano così come il mio borsone che, pieno della muta, stava a galla anche lui; al momento non potevo contare sull’aiuto di Emiliano che era visibilmente disperato al limite del pianto; poi, piano, piano si calmò e venne a darmi una mano malgrado la giustificabile disperazione. Per fortuna il mare era una tavola ed in quella zona prima o poi qualcuno sarebbe passato, altrimenti avremo dovuto abbandonare il materiale e nuotare fino a riva: questa era un’opzione terribile per me, visto che si trattava di attrezzature mie. Dopo poco vedemmo una barca non lontana e cominciammo disperatamente a segnalare la nostra presenza: ci vide subito e ci caricò a bordo con tutto il mio materiale; erano degli anziani signori olandesi che parlavano fortunatamente un inglese stentato, per cui alle molteplici domande Emiliano fece spesso finta di non capire o esercitò la sua eccellente fantasia; furono comunque molto gentili perché, deviando dalla loro rotta che li avrebbe portati a Talamone, ci scaricarono sulla diga foranea di S. Stefano. Soli, seduti tristemente sul cemento del porto, ci giurammo che nessuno doveva sapere dell’ancora, era stato un cedimento improvviso del barchino. Poteva capitare! Emiliano disse improvvisamente: “Però c’eravamo quasi riusciti.” “Quasi”, sottolineai mestamente io. E la conversazione terminò lì. Eravamo immersi ognuno nei propri pensieri. L’ancora romana era in fondo al mare. In duemila anni aveva toccato il fondo di tanti porti, aveva solcato tanti mari, aveva combattuto tante tempeste per poi finire in un naufragio vicino a S. Stefano. Le sue avventure ora si sarebbero concluse: era finita in fondali più profondi dove, finalmente avrebbe trovato la pace e dove, forse, mai nessuno l’avrebbe più disturbata.


Arrigo Sabbatini

I ritrovamenti di ancore romane e altri reperti archeologici nei fondali del Mar Tirreno e lungo le coste tirreniche, in particolare sui litorali toscano e laziale, sono stati sempre molto frequenti. Lo scorso settembre 2020 i subacquei dell’associazione Assopaguro hanno scoperto un’ancora romana nei fondali dello “Speronello” di fronte a Marina di Montalto di Castro. Le complesse operazioni di recupero dell’ancora effettuate dai sub dell’associazione Assopaguro, in collaborazione con quelli della Guardia di Finanza, sono state condotte in ottemperanza alle normative Unesco che raccomandano, ove possibile, di conservare i reperti archeologici subacquei nello stesso luogo del ritrovamento. Il reperto è stato prontamente denunciato presso la delegazione di spiaggia della Guardia Costiera di Marina di Montalto di Castro, stante l’importanza e la rarità del ritrovamento, che conferma l’importanza di quel tratto di costa nell’antichità, quando una grande quantità di navi militari e commerciali incrociavano l’antico mare di Vulci.

https://www.ilmessaggero.it/viterbo/montalto_un_antica_ancora_romana_scoperta_s ui_fondali_di_montalto-5450529.html


Ricostruzione di ancora romana lignea del Lago di Nemi. Lunga m. 5,5

Persino lo scorso 12 gennaio 2021 è stata rinvenuta sulla spiaggia di Santa Marinella una colonna di epoca romana. Il fenomeno dell’erosione costiera, dovuto alle forti mareggiate dei giorni scorsi, che ha scavato nella sabbia, ha fatto affiorare all’incirca all’altezza del 56° chilometro della Via Aurelia, un segmento di colonna romana, ben conservato, sul quale si legge ancora una iscrizione numerica, risalente con molta probabilità all’epoca dell’imperatore Tito. Il rinvenimento è opera della Sovrintendente Rossella Zaccagnino che ha subito informato il Sindaco Pietro Tidei, che si è recato sul posto, e il direttore del Museo Civico di Santa Severa, l’archeologo Flavio Enei. Come hanno ipotizzato la Sovrintendente Zaccagnino e il dottor Enei, si tratta, quasi certamente di un cippo miliario, una colonna che segnava le miglia sull’antica strada consolare che partiva da Roma, l’attuale statale Aurelia, poiché due reperti simili sono emersi anche nei pressi di Palidoro e Castel Giubileo. La colonna, infatti si trovava su un tratto di arenile che dista solo pochi metri dal ciglio della via Aurelia antica e moderna. Sovrintendenza e Guardia Costiera ancora insieme per la tutela del patrimonio storico, artistico e archeologico affidata sin dal 1989 al Corpo delle Capitanerie di Porto.

https://www.civonline.it/2021/01/12/colonna-di-epoca-romana-rinvenuta-sulla- spiaggia-di-santa-marinella/

https://www.ilfaroonline.it/2021/01/12/santa-marinella-lerosione-marina-porta-alla- luce-una-colonna-deta-romana/387952/ 

https://roma.repubblica.it/cronaca/2021/01/12/news/la_mareggiata_riporta_alla_luce _una_colonna_romana_a_santa_marinella-282262763/

“Questo nuovo reperto archeologico – ha anticipato il Sindaco di Santa Marinella Pietro Tidei – potrà essere trasportato e custodito presso l’Antiquarium di Pyrgi presso il Castello di Santa Severa, così da poter essere ammirato dai visitatori di questo importante sito che, speriamo, possa tornare presto ad aprire i battenti, così come tutti gli altri nostri siti culturali e monumentali, dal Museo Civico del Mare e della Navigazione Antica, al Castello di Santa Severa, agli scavi dell’Antica Pyrgi, che durante la pandemia nel rispetto del DPCM sono stati chiusi al pubblico ma che rappresentano un importante polo di attrazione turistica per il nostro territorio.”

Il Castello di Santa Severa, l’Antiquarium di Pyrgi e il Museo del Mare e della Navigazione Antica

Il pregevole Museo Antiquarium allestito nell’area antistante il Castello di Santa Severa conserva gli importanti materiali rinvenuti in oltre quarant’anni di scavo nell’area sacra di Pyrgi, nonché un’ampia documentazione grafica e fotografica. Pyrgi, il porto dell’antica Caere, poi Cerveteri, da cui era distante circa 13 km, ebbe grande fama tra gli Etruschi anche per il suo santuario. Gli scavi effettuati presso il suggestivo Castello di S. Severa hanno portato alla luce due templi ed altri edifici cultuali. Il più antico, tempio B, dedicato alla divinità Uni, assimilata alla fenicia Astarte è databile alla fine del VI secolo a.C., risale, invece, alla prima metà del V secolo a.C, il più recente e più maestoso (tempio A) dedicato alla greca Leucothea, la dea dell’alba associata al generarsi della vita, con il quale Cere intese riaffermare la propria potenza dopo la sconfitta subita dagli Etruschi nel 474 a.C. contro i Greci di Siracusa nelle acque di Cuma. Il tempio A, conservato come il vicino tempio B solo nelle sue poderose fondazioni, era decorato con altorilievi in terracotta, di cui quello centrale, raffigurante uno dei momenti culminanti del mito greco dei Sette a Tebe, è stato oggetto di un complesso restauro ed è ora esposto presso il Museo di Villa Giulia. Di straordinaria rilevanza il ritrovamento nel 1964 delle celebri lamine d’oro, due in etrusco e una in fenicio, che ricordano la dedica del tempio da parte del “re di Caere” Thefarie Velianas alla dea Uni/Astarte. Una copia delle antiche lamine è presente nel museo dove si può ammirare una esposizione di frammenti di ceramiche varie, terrecotte da sovrapporsi alla copertura lignea e un altorilievo che rappresenta una Gigantomachia in proporzione di tre quarti rispetto alle misure reali.

http://www.castellodisantasevera.it/antiquarium/

Situato all’ingresso del borgo del castello medioevale di Santa Severa, il Museo del Mare e della Navigazione Antica si articola su due piani negli spazi un tempo occupati da vari appartamenti per un totale di circa 770 mq. Il complesso risulta formato da distinti corpi di fabbrica aggiunti nel corso del tempo a partire dal XV secolo. Al primo piano sono posti gli uffici, la biblioteca, i depositi, il laboratorio di restauro, la sala di riunione e i laboratori didattici. Al piano terreno si sviluppa il percorso espositivo articolato in sette sale per un totale di circa 350 mq di superficie.

https://www.museosantasevera.it/it/homepage/

https://www.museosantasevera.it/it/museo-del-mare-della-navigazione-antica-lantiquarium-pyrgi/

https://www.coopculture.it/heritage.cfm?id=205

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