PORTO S. STEFANO (Nino)

29 di Gennaio, 2021 - Racconti di mare - Commento -

Piero Orlando

PORTO S. STEFANO - Nino

Era sempre Nino che organizzava tutto: gite sociali, corsi di addestramento, riunioni, proiezioni, qualunque cosa pur di incentivare l’amore comune per il mare e le immersioni. Ora aveva deciso che si doveva fare una gara di pesca invernale. Come sempre l’avviso era stato affisso in bella vista sulla bacheca del negozio di Giancarlo: “E’ indetta una gara di pesca subacquea che si svolgerà il giorno 8 dicembre 1964 in località Cala Grande all’Argentario. Tutti possono partecipare. La quota di iscrizione è di Lire 5.000 per partecipante. Per i dettagli preghiamo rivolgersi a Giancarlo o telefonare al n. …”. Ero molto tentato, per due motivi: il primo era la muta nuovissima, appena comprata da Giancarlo e che aspettava di essere collaudata; il secondo era la mia quasi perfetta conoscenza di Cala Grande. Di quel posto sapevo con precisione dove erano rimaste le ultime tane di saraghi e dove si nascondevano in acque basse cefali e spigole. Dopo aver chiesto chiarimenti a Giancarlo, tirai fuori le mie 5.000 lire e firmai per la conferma alla partecipazione.

Il giorno della gara ci trovammo tutti, partecipanti, accompagnatori, fidanzate e mogli alla stazione di servizio dell’Agip sull’Aurelia. Gli iscritti erano trentadue, troppi per Cala Grande: si contava però sul freddo pungente che avrebbe fatto una sicura e drastica selezione naturale dopo pochi minuti di immersione; molti erano alla prima esperienza di pesca in inverno e non avevano mai provato il dramma del vero freddo in acqua. Di sicuro, anche i più esperti ed attrezzati non avrebbero comunque resistito per le quattro ore previste per la gara. L’allegria e l’entusiasmo avevano contagiato tutti i componenti del gruppo nessuno dei quali pensava, in quel momento di incontro festoso, agli aspetti negativi, agli inconvenienti legati al freddo. Solo una ragazza semiaddormentata ed evidentemente poco avvezza a sveglie antelucane, si lasciò sfuggire che lei aveva già freddo, fu subito zittita. 

Nino, dall’alto del predellino del suo Maggiolino verde, aveva fatto vedere a tutti la bella coppa d’argento destinata al vincitore e le due medagliette (misere, per la verità) per il secondo e per il terzo classificato. Dopo ulteriori chiarimenti organizzativi ed una specie di appello nominale si partì finalmente in direzione di Porto Santo Stefano.

A Cala Grande la giornata era splendida: il cielo era tenuto terso da una vento di terra leggero ma costante e molto, molto freddo. Era la classica bellissima giornata invernale. Mentre i garisti procedevano alla complicata vestizione, qualcuno si era dedicato al riscaldamento accendendo giganteschi falò sulla pietraia. Alle dieci in punto fu dato il via alla gara: come previsto quattro o cinque non entrarono neppure in acqua. Io mi diressi subito, nuotando vigorosamente, verso i posti a me noti: Il movimento attutiva un poco la sensazione di freddo, ma nulla si poteva fare per evitare le lame di ghiaccio che, subdolamente ma continuamente, si infilavano dentro la muta: la più infame colpiva dal collo giù per la schiena, tra le scapole, ma anche le stilettate sui fianchi e sul petto erano terribili all’inizio. Quando l’acqua entra nella muta e riempie tutti i pori del neoprene, la sofferenza è veramente pesante: ai miei tempi molti non resistevano e attuavano il piano di difesa estrema che era quello di fare la pipì nella muta. Io allora riuscii a resistere, se non altro per un legittimo riguardo ad una muta che mi era costata un patrimonio e che era al primo collaudo. Passati i primi, terribili momenti, la termoregolazione cominciava a funzionare e le sensazioni diventarono quasi positive: l’acqua era particolarmente limpida e qualche sarago si faceva vedere fuori tana. In due posti dove andavo sempre in estate ne presi cinque, non grandi ma accettabili. Poi puntai sull’acqua bassa ed anche lì presi quattro cefali ed una buona spigola. Mentre ritornavo incrementai il carniere con altri cefali ed un sarago di ottima taglia; poteva bastare, anche perché, per il freddo che nuovamente si faceva sentire, cominciavo ad avere difficoltà nel tenere stretto tra i denti il boccaglio. Se non si controlla più il tremito non si può insistere, bisogna solo uscire dall’acqua il più rapidamente possibile e riscaldarsi in qualche modo.

Quando arrivai a terra ero veramente al limite; sentivo appena che qualcuno si congratulava: “Bravo, bravo” e vidi che qualcun altro batteva le mani. Più forte mi giunse il grido della mia fidanzata, oggi mia moglie: “Ma sei viola!!!” e l’ordine, perentorio: “Corri subito a cambiarti vicino al fuoco”. Dopo qualche minuto avevo recuperato e mi ero reso conto che gli altri carnieri erano veramente scarsi: molti non avevano preso nulla; un tal Ernesto, che non conoscevo, aveva catturato una bella cerniotta, molti avevano uno o due pesci e Nino aveva fatto una strage di polpi oltre a due murene. “Bene”, pensai, “Ho vinto”. Ero veramente contento perché, tra freddo e sforzo fisico patiti, sentivo di essermi meritato davvero quella vittoria. Ma quando ci fu la premiazione sorprendentemente fu Nino ad essere dichiarato vincitore. 

Feci presente, insieme ad altri, che i polpi non portano punteggio e le murene valgono metà del loro peso, come le razze i tritoni e le torpedini; queste erano le regole accettate per tutte le gare di pesca subacquea. Obiettarono che questa non era una gara ufficiale, che non era stato stilato alcun regolamento e che quindi doveva valere solo il peso totale del pescato. Non volli discutere più di tanto, in fondo mi bastava la consapevolezza di essere il vero vincitore. Non valeva la pena di impuntarsi per il possesso di una coppa e correre il rischio di rompere qualche amicizia, così mi congratulai con Nino ed accettai la medaglietta di secondo arrivato.

Continuai a frequentare alcuni amici di quel gruppo per tre o quattro anni, poi mi trasferii a Milano e, come spesso accade, le strade si divisero, i contatti si affievolirono sino a perdersi del tutto, salvo poche eccezioni. Nino si dedicò sempre più alla nautica, passione che aveva sostituito alla subacquea; così ci si sentiva solamente qualche rara volta per telefono.

Capitò poi un giorno, mentre ero in vacanza vicino Rieti, che lessi sul giornale una notizia tristissima: era morto in Sardegna, durante una immersione, il figlio di Luciano, mio compagno di classe al liceo poi divenuto mio abituale compagno nel primo periodo di pesca in apnea. Non deve mai succedere che un figlio muoia prima dei suoi genitori. 

Lo strazio di una mamma e di un papà sono indescrivibili. Ognuno di noi pensa sempre che queste disgrazie succedano solo agli altri, salvo che talvolta non è così; conoscevo quel ragazzo, aveva la stessa età di mio figlio e a quell’età non si può, non si deve morire! Del padre avevo vecchi numeri telefonici, ma non riuscii a rintracciarlo. 

Sul giornale c’era la data del funerale ed era quella mattina stessa, sul tardi. L’unica cosa che potevo fare era cercare di incontrare il mio carissimo amico Lucio, il padre, ai funerali a Roma e partii subito da Rieti. Arrivai appena in tempo per abbracciare Luciano: fu un abbraccio lunghissimo e silenzioso salvo i singhiozzi che entrambi non potevamo trattenere, poi condoglianze e strette di mano a persone che neppure vedevo. Alla fine della funzione mi ero messo vicino all’uscita della chiesa con la speranza di parlare più a lungo con Lucio. Vidi tra la tanta gente, qualche faccia nota, qualcuno si avvicinò per salutarmi, due vecchi compagni di pesca vennero a scambiare due parole, ma Luciano era sparito. Mestamente stavo per andarmene via, quando riconobbi Nino che veniva verso di me; era sempre lo stesso, salvo una barba enorme che gli circondava completamente il viso abbronzato, da vecchio marinaio, quale lui stesso si definiva. Grandi abbracci, questa volta di felicità: “Ti trovo benissimo, sei sempre lo stesso” e lui in risposta: “Anche tu stai bene”, ma sapevo che non era vero! Raccontarsi in pochi minuti tanti anni di due vite non è facile, ma in certe occasioni ci si riesce e si scopre che i veri passaggi importanti sono pochi: i figli, la famiglia, il lavoro, le disgrazie, le passioni. 

Ci eravamo già calorosamente salutati, quando mi richiamò per darmi una busta di plastica con dentro una grossa scatola e mi disse con tono improvvisamente serio: “Ero certo che ti avrei trovato qui, al funerale, così ti consegno finalmente questa cosa che da tanto tempo ti dovevo dare. Però, ti prego, aprila solo quando sarai a casa”. Non mi diede il tempo di ribattere e scappò via. Arrivai alla mia macchina con la scatola che misi sul sedile del passeggero; avevo promesso che avrei aperto il pacco giunto a casa, ma la mia curiosità era troppo forte e non sarebbe cambiato nulla aprendolo ora, così strappai il nastro adesivo; oltre ad una coppa d’argento, c’era una lettera scritta a mano:

“Caro Arrigo, il giorno 8 dicembre 1964 una giuria mafiosa mi aggiudicò la coppa Cala Grande con un carniere di polpi. Poiché tu arrivasti secondo con un carniere di pesci, quelli veri, 33 anni dopo cancello questa ingiustizia restituendo al vero vincitore l’ambito premio. Con affetto, Nino C.”

Ora la Coppa Cala Grande 1964 fa bella mostra in un ripiano della libreria del mio soggiorno. Non lontano, sul muro, in una cornice c’è appesa la lettera di Nino. Chi viene in visita a casa, spesso rimane incuriosito da quella lettera in cornice e mi chiede qualche spiegazione. Io sono molto felice di raccontare l’episodio e di aver avuto un amico come Nino Codagnone.


Arrigo Sabbatini

Ho conosciuto anch’io, personalmente, Nino Codagnone proprio in compagnia dello Zio Arri che ci presentò e ci mise in contatto. Ricordo che rimasi molto affascinato dalle storie entusiasmanti e dai racconti straordinari di quel personaggio carismatico che contribuì senza dubbio ad alimentare e rafforzare la mia profonda passione per il mare, persino da artista quale sono, con il mio progetto Maredentro, da sempre condiviso con il mio grande amico Alfredo Malcarne, già Presidente di Assonautica Italiana, uno di quelli che amano il mare davvero, prematuramente scomparso lo scorso 13 luglio 2020. Quando conobbi Nino, però, non ero ancora in grado di poter offrire un contributo concreto alla valorizzazione della sua esperienza di vita da “vecchio marinaio”, come amava definirsi. Spero di poter rimediare in qualche modo a quella mancanza ricordandolo oggi, tramite i racconti di Zio Arri, e richiamando alla memoria di noi tutti anche la figura di Nino Codagnone, subacqueo, velista e marinaio, autore di entusiasmanti racconti del Mediterraneo. In sua memoria, nel mare dipinto di blu.

Pur se in ritardo, addio a Nino Codagnone, di Lucia Guarino

https://www.ponzaracconta.it/2015/07/28/pur-se-in-ritardo-addio-a-nino-codagnone/

Tragedia del Santa Lucia, il ricordo di Ponza e Ventotene, di Lucia Guarino

https://www.ponzaracconta.it/2015/07/22/tragedia-del-santa-lucia-il-ricordo-di-ponza-e-ventotene/

Nino Codagnone, Gattofelice Racconti di Mare Mediterraneo, Mursia, Milano, 2001.


Sospese tra racconto e ricordo, le storie di Gattofelice si snodano nell'orizzonte del Mediterraneo, tra il «profumo di lentisco e di mirto della costa sarda», le brezze di Ventotene e di Ponza e i cieli azzurri delle bocche di Bonifacio. I racconti si succedono sul filo della memoria autobiografica, attorno a un gruppo di personaggi che subito diventano familiari, come le manovre a vela, gli uccelli marini, i pesci e i venti, protagonisti, insieme agli uomini, della vita di mare. E il filo rosso che lega tra loro paesaggi, protagonisti e vicende è Gattofelice, la barca a vela dell'autore, che scompare e riappare di continuo nelle pagine del libro, tra le isole greche e i moli della Costa Smeralda, in orizzonti non troppo lontani, ma che rivivono nell'incanto e nella meraviglia della scoperta.

Nino Codagnone - I nuovi racconti di Gattofelice. Da Fiumara Grande a Sidney (passando per Ponza) - Mursia, Milano, 2005.


Divertenti avventure di mare, utili consigli per la navigazione, simpatici aneddoti di vita a bordo. Torna Gattofelice con una nuova raccolta di piccole storie che hanno come protagonista assoluto il Grande Blu e tutto quel mondo di colori, odori e personaggi che lo circondano. Da Gibilterra alla Sardegna, dal golfo di Napoli all'Egeo, dai Caraibi alla lontana Australia: un viaggio straordinario tra le più belle acque del mondo, raccontato con lo stile ingenuo e disincantato di chi associa l'amore per il mare a quello per la vita, senza mai porre alcuna condizione. Si gioisce per il gioco dei delfini o per la compagnia di una balena, si gode per il piacere di navigare sulla scia d'argento della luna in pieno oceano, ma si soffre anche per l'ottusità dell'uomo che non rispetta la natura o si rimane in ansia per una burrasca improvvisa che travolge l'imbarcazione di alcuni amici.

Nino Codagnone, Lo strano naufragio del piroscafo postale Santa Lucia, Mursia, Milano, 2011.


Svelato un mistero storico. Nel piccolo volume, di nemmeno 100 pagine, si narra la vicenda accaduta il 24 luglio 1943, quando il piroscafo postale Santa Lucia viene colpito e affondato da un siluro sganciato da un aereo inglese mentre viaggia da Ponza verso Ventotene. Grazie al ritrovamento di nuovi documenti e a ricerche storiche condotte anche presso gli archivi britannici, si è riusciti a far luce su un naufragio rimasto per oltre 60 anni avvolto nel mistero. L’autore è Nino Codagnone, subacqueo e marinaio esperto che da oltre 15 anni veleggia lungo le coste del Mediterraneo con il suo Gattofelice di 11 metri.

Zio Arri rammenta ancora che durante una delle tante immersioni sul relitto del Piroscafo Santa Lucia, cui partecipò anche lui, era presente persino una imbarcazione della RAI coi propri operatori subacquei professionisti per le riprese subacquee, assistiti dai Carabinieri sommozzatori. In quella occasione Nino Codagnone ebbe un problema molto serio, causato dal malfunzionamento dell’erogatore, che di sicuro gli sarebbe costato la vita se non fosse stato provvidenzialmente aiutato da un operatore subacqueo della RAI che si accorse subito del problema, gli fornì l’aria necessaria con il proprio erogatore e lo riportò in salvo in superficie.

Oggi naturalmente la tecnologia è più sicura e all’avanguardia, ma non per questo bisogna mai abbassare la guardia. Di qui una delle regole fondamentali della subacquea: affrontare l’immersione sempre in coppia!

Ricordi di Nino Codagnone ... in navigazione con la sua "Gatto Felice".

https://www.facebook.com/106985664355000/videos/1099177233801801

Ciao Nino!

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