Posidonia: il polmone del Mediterraneo sempre più a rischio

13 dicembre 2022 - Biologia marina - Commento -

Anastasia Borra / foto di Di Frédéric Ducarme 



La pianta che domina l’ambiente sommerso dei nostri mari è una delle prime vittime del cambiamento climatico, ma a rimetterci siamo solamente noi.

Le sue immense praterie, infatti, sono un vero e proprio polmone: produce fra i 14 e i 16 litri di ossigeno al giorno. I suoi lunghi prolungamenti di fogliame fanno sì che sia “casa” di tanti piccoli pesci, conservando così la grande biodiversità che popola il Mediterraneo. Si stima che la pianta raccolga circa il 25% della fauna del nostro mare, trovando rifugio dai predatori.

È facile riconoscere la posidonia: foglie lunghe - nel gergo della biologia sono dette nastriformi - che possono arrivare fino a un metro, le quali in autunno fioriscono producendo dei frutti, le olive di mare, in piena maturazione nei mesi di marzo e aprile.

La posidonia è un unicum dell’ambiente mediterraneo: è una specie endemica, ovvero presente solamente nei bacini di questa regione. La facilità con cui può riprodursi fanno sì che i posidoinieti hanno raggiunto, secondo alcune stime, un’estensione di ben 20mila chilometri quadrati in tutta la vastità dei nostri mari.

È stata una scoperta quasi casuale quella che nel 2006 ha portato all’identificazione della più grande ramificazione di posidonia. Sedici anni fa, a largo delle Baleari, fra Formentera e Ibiza, fu scoperta una pianta lunga circa 8 chilometri: un organismo immenso e ricco di biodiversità, popolato da animali e vegetali.

Attraverso lo studio condotto sui marcatori genetici sulla pianta si è decretata la sua “anzianità”: la pianta aveva “messo radici” ben 100mila anni prima, il che la rendeva uno degli organismi più ricchi e longevi del mondo.

Allarme posidonia: la cartina tornasole del cambiamento climatico

Le distese di posidonia si sviluppano a una profondità dei fondali marini comprese fra i 35 e i 40 metri. Ciò che la rende particolarmente florida è il procedimento di fotosintesi clorofilliana, grazie alla luce del sole che penetra nel mare e che, in caso di estrema limpidezza delle acque, può far sì che questo organismo prosperi fino a 50 metri sotto il pelo dell’acqua.

L’ambiente ideale per la posidonia è una temperatura compresa fra i 10°C e i 28°C, un’escursione termica che la rende particolarmente resistente. Tuttavia, è sensibile alla salinità delle acque: basta poco per turbare il suo equilibrio.

La posidonia è la vera e propria cartina tornasole del cambiamento climatico del Mediterraneo, a partire dall’elemento più delicato della sua esistenza, la salinità nelle acque. 

L’aumento delle temperature fa sì che l’evaporazione sia più rapida e che la concentrazione di sale stia rapidamente aumentando.

Le piogge acide che negli ultimi anni si stanno abbattendo sul suolo sono in grado di alterare i valori dell’acqua, rendendo più difficile l’esistenza di specie animali e vegetali.

Cosa accade poi alle acque limpide del Mediterraneo? Lo sversamento di rifiuti e sostanze tossiche nelle distese marine fa sì che lentamente tutti i bacini idrici siano sempre più inquinati. 

Inutile dire come ciò sia immensamente dannoso, ma nel caso della posidonia questo fattore diventa un’arma a doppio taglio: l’intorbidamento delle acque, la sempre minore nitidezza, fa sì che il processo di fotosintesi necessario a far crescere le sue praterie diventi irrealizzabile. 

Difficile far passare un raggio di sole dentro una coltre di acqua sporca.

Le distese, una volta immense, di questa spettacolare pianta marina stanno lentamente regredendo, dalle profondità più estreme tornano a fondali più bassi, perdendo tutta la ricchezza e la biodiversità.

Anche la pesca a strascico, capace di strappare via grandi porzioni di posidoineto, e il raschiamento delle ancore sul fondale sono fattori di distruzione. 

In più, già nell’estate 2022 gli esperti avevano lanciato un altro grido d’allarme, che lentamente si sta ripercuotendo sui mari: le acque sono troppo calde, le temperature che si sono raggiunte nel quadrimestre che va da giugno a settembre sono troppo elevate. 

La colonnina di mercurio ha registrato nella precedente bella stagione un innalzamento del calore sia nelle basse che nelle alte profondità, con valori simili a quelli che solitamente si hanno nelle latitudini tropicali.

E se la posidonia, come visto, ha una grande resistenza per gli sbalzi di temperatura, difficilmente ha la stessa capacità nei confronti delle specie alloctone che stanno raggiungendo i nostri mari attratte dalle mutate condizioni climatiche.

Non solo animali, piccoli predatori che alterano l’equilibrio mediterraneo, ma anche nuove piante trasportate dal moto ondoso. 

Recentemente due alghe tropicali, la Caulerpa taxifolia e la Caulerpa racemosa, sono giunte nelle nostre zone: la loro crescita rapidissima e la loro aggressività di crescita, sta danneggiando tutti gli ecosistemi dei nostri mari, fra cui anche le praterie di posidonia.

C’è da dire che, sebbene il polmone verde del Mediterraneo, sia utilizzato dagli esperti come un indicatore biologico che descrive bene i cambiamenti climatici, la posidonia è ancora classificata come specie a rischio minimo di estinzione. 

Ma come tutti i puzzle più complicati, ogni piccolo tassello è importante alla resa finale dell’immagine: e la posidonia, da ottima cartina tornasole, sta sventolando già i primi segnali di cedimento.

La banquettes, i primi nemici dell’ambiente siamo noi

Spesso passeggiando lungo il bagnasciuga ci è capitato di imbatterci, quasi senza notarli, dei depositi di poseidonia, che accumulandosi e depositandosi formano le banquettes

Quello che però agli occhi del turista è un elemento antiestetico del paesaggio, non è che un vero e proprio elemento di salvaguardia di spiagge e litorali. 

Il fogliame secco, che si stacca dalla pianta di posidonia, viene trasportato dalle maree e si deposita lungo le rive, andando a costruire un “muro” che argina l’azione corrosiva dell’acqua.

La cementificazione delle coste e il fatto che gli accumuli di foglie dei posidonieti vengano percepiti come un elemento di disturbo per i turisti contribuisce alla distruzione degli ambienti marini di superficie. 

Quello che è erroneamente avvertito da noi come rifiuto è un’immensa risorsa. 

Negli ultimi mesi ha preso piede l’idea di utilizzare i residui di fogliame della posidonia per la creazione di biometano[1]

Il proposito, ancora in fase di progettazione, nasce nelle zone del Cilento e raccoglie l’adesione di diversi comuni costieri della zona: una soluzione che sembra risolvere tanto il problema della posidonia spiaggiata quanto quello legato al suo smaltimento.

La soluzione migliore è tuttavia mantenere in loco le banquettes, educando le persone alla comprensione del valore che esse hanno e creando le cosiddette “spiagge ecologiche”. 

Ancora una volta, se non si riesce ad accettare l’ottica ambientalista, un utile scorcio di paragone può darcelo il valor economico che si andrebbe ad estinguere con la rimozione dei banchi di posidonia: si stima che, per ogni metro quadrato di pianta che viene estirpato corrisponde un arretramento di circa 20 metri di spiaggia, per un danno monetario che oscilla fra i 20 e gli 80mila euro.






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