Pulizia delle spiagge con Seabirth: la nuova associazione eco-veg che celebra il mare

26 di Aprile, 2022 - Ambiente - Commento -

Testo di Marta Bello e foto di Valentina Cornacchione


Ciao! Chi siete, come siete nati? 

Siamo Seabirth, siamo nati verso settembre-ottobre dell'anno scorso, da un’idea che originariamente era di quattro persone che si sono riunite per fare la pulizia delle spiagge a Santa Severa. L’azione ci è piaciuta molto, per cui abbiamo deciso di coinvolgere più persone. Così abbiamo inaugurato un gruppo social, questa cosa è subito spopolata e siamo diventati un gruppo di 50 persone, da qui abbiamo scelto di intraprendere la strada dell’associazione. Usciamo con regolarità, abbiamo già fatto abbastanza uscite, inizialmente abbiamo trovato molta partecipazione perché, ad esempio, anche o stavo cercando qualcun o che si occupasse di fare questi “clean up”.

Qual è stato il vostro punto di partenza e qual è l’idea dietro le vostre azioni? 

Sicuramente il documentario su Netflix “Seaspiracy” ci ha aiutato molto: ci ha aperto un mondo e ci ha fatto avvicinare ancora di più alla realtà. 

Noi siamo amanti del mare e lo viviamo molto, crediamo e siamo appassionati in questo ambiente. Il nostro primo punto in comune è l’amore per il mare. Per questo motivo abbiamo scelto di partire subito, anche solo in quattro. Piano piano le persone ci hanno supportato, abbiamo creato una piccola comunità che abbiamo costruito e stiamo costruendo nel tempo.

Usciamo ogni domenica, un giorno a settimana e la partecipazione cresce, per cui abbiamo fatto molte collaborazioni e ne abbiamo altre in programma. Per noi un punto importante è l’idea di celebrare e ringraziare il mare e la natura ogni volte che usciamo e ci avviciniamo al profondo blu. Il nome “Sea Birth” vuol dire proprio “nascita del mare”, ogni uscita è un “Sea Birthday” cioè un compleanno del mare. Ci piace festeggiare quello che facciamo e festeggiare il mare: è come se ogni volta rinascesse di nuovo, e noi con lui.

Dobbiamo difendere, proteggere e preservare il mare.

Come organizzate le vostre uscite di clean-up?

Le nostre modalità di ritrovo sono più o meno queste: ci muoviamo con le comunicazioni sui nostri canali social per scegliere la data, cerchiamo di capire quanti siamo e di conseguenza, scegliamo dove andare a pulire. Ovviamente se siamo in pochi, andiamo in un posto in cui sappiamo di potercela fare, mentre se siamo in molti andiamo in luoghi più ampi.

Generalmente ci prendiamo tutta la giornata per pulire la spiaggia e stare insieme, facciamo delle pause nel mentre in cui ci conosciamo e ci confrontiamo. Mettiamo la musica, lavoriamo in gruppo e cerchiamo sempre di aiutarci a vicenda. 

Questi momenti servono anche a farci rendere conto di quanto lo stimolo e l’aiuto delle altre persone siano fondamentali, perché delle volte è un po’ sconfortante vedere quanto sporco ci sia, quanto tutto sia inquinato. Poi vedi che le altre persone si muovono con te e magari in un’ora hai pulito e fatto tanto. È sempre buono mantenere questa coerenza, questa etica. Siamo dell’idea che anche se siamo pochi, l’importante è iniziare. Attivarsi. Perché poi le persone semplicemente ti vedono e si uniscono a te, così si crea una rete.

Delle volte è anche molto frustrante perché magari in una giornata riusciamo a pulire una bella porzione di spiaggia ma una settimana dopo è di nuovo sporca, magari un po’ meno, ma comunque la sporcizia è tanta. Ci arrivano anche molte segnalazioni di spiagge sporche, quindi decidere dove andare non è mai difficile. Purtroppo, andiamo sempre sul sicuro. 


Secondo voi, perché, nonostante l’evidente collasso climatico e l’inquinamento dilagante, le persone continuano a gettare i rifiuti in mare o a lasciarli sulla spiaggia? 

Eh, questa è una bella domanda ma molto difficile, però ce l’aspettavamo. Ovviamente è stata un’involuzione, un sistema sbagliato che un po’ viene tramandato, ma parte tutto da un dis-amore, da un poco amore per il mondo e il mare, che inizia dal dare per scontato e non fare caso a ciò che abbiamo e a ciò che c’è. Basta pochissimo: essere organizzati e sensibilizzare.

Cioè non basta pochissimo, ma ognuno di noi ha delle responsabilità grandi e si deve sentire chiamato in causa. Dobbiamo muoverci, siamo molto in ritardo. Non è solo colpa di noi giovani, ma è una nostra grande responsabilità dell’avvenire: ci hanno lasciato e ci stanno lasciando un mondo così, allora dobbiamo tutti muoverci in coro, in gruppo e reagire a questo disastro climatico in corso. È tardi per chiederci perché le persone facciano o non facciano determinate cose, è troppo tardi per porci domande, interrogativi. Dobbiamo agire e dobbiamo farlo subito.

Prima dobbiamo agire e poi possiamo chiederci tutto ciò che vogliamo. Siamo troppo in mezzo a questo disastro per fermarci a pensare. Più ti poni queste domande e più il mondo ti crolla addosso. Andiamo oltre questa mentalità. Proviamo a spostare lo sguardo e vediamo che c’è tanta gente che si muove, che vuole fare qualcosa. Siamo noi giovani che dobbiamo cambiare le cose. 

Secondo me, manca in modo gravissimo l’educazione ambientale e questa parte dalle scuole. Educazione sentimentale, sessuale e ambientale, sono aspetti fondamentali che mancano nell’educazione nelle scuole. È vero che è in mano a noi giovani, ma abbiamo ereditato un modo sbagliato di concepire le cose e non diamo peso a quello che c’è, è tutto scontato.Prendiamo, consumiamo e poi facciamo questo gesto: lanciare le cose, i rifiuti, che non ci servono più. 

Non abbiamo un’idea di progettualità, che invece dovrebbe essere fondamentale. Buttiamo i rifiuti e sembrano essere solo scarti, nessuno si chiede dove andranno, dove finiranno, è come se il futuro non esistesse. A proposito dell’educazione, noi vogliamo fare dei progetti nelle scuole, ma ovviamente non si tratta solo di scuole, queste sono solo uno strumento in più ma l’educazione parte dai genitori. È un dato di fatto che se hai delle persone che ti fanno capire che le cose non si gettano in terra, ti fanno capire quale sia il giusto approccio di vivere nella terra con le altre specie, ti porrai in modo diverso. 

L’educazione avviene anche da sé: attraverso l’informazione e l’esempio, capisci ci che è giusto e ciò che non lo è, come agire, come fare le cose. Abbiamo già fatto un po’ di esperienze con i bambini e le bambine che vengono con noi a pulire, e anche con i genitori.

Avete nominato Seaspiracy, un documentario che chiunque dovrebbe avere il dovere di guardare. Chiaramente sappiamo che oltre al problema delle plastiche, c’è il grave problema della pesca. Sappiamo che la pesca sostenibile non esiste e che in realtà il problema stesso della plastica è causato dalla pesca. Voi cosa ne pensate, come vi ponete a riguardo?Mi dispiace anche che molte associazioni e persone, siamo molto “sensibili” alla questione della plastica ma ignorino completamente la questione gravissima della pesca intensiva. 

Io ho anche il punto di vista antispecista, comunque la pulizia delle spiagge è strettamente connessa alla pesca intensiva perché sappiamo che il 40% della plastica proviene da reti e le reti le usano i pescatori per pescare.

SeaSpiracy è il mio punto di vista. È il punto di vista di una persona antispecista che ha scelto di togliere il pesce dal piatto. Sappiamo benissimo che le multinazionali quando pescano non fanno assolutamente una pesca selettiva, bensì indiscriminata. Quindi pescando un tonno prendi tantissimi altri pesci che non servono e quel peso morto lo ributtano in mare, così, morto. La pesca, soprattutto intensiva, è un problema gravissimo. 

Siamo convinti che non basti e non sia sufficiente parlare di plastica e toglierla dalle spiagge se continuiamo a sostenere l’industria agro-alimentare che si fonda sullo sfruttamento degli animali. 

Se vogliamo davvero risolvere il problema, se vogliamo fare qualcosa di ancor più concreto, il discorso della pesca intensiva e di ciò che mangiamo è fondamentale e va affrontato. 

Gran parte dell’inquinamento marittimo deriva dalla pesca intensiva. Anche qua c’è tutto un discorso di educazione e rieducazione che manca, cioè l’educazione alimentare: di cosa ci nutriamo? Ci serve davvero mangiare il pesce? No. I danni a livello ambientale sono enormi, e non stiamo parlando solo di reti da pesca, ma di tutto ciò che comporta l’industria del pesce e della carne, come dei derivati… Insomma, se vogliamo agire direttamente e concretamente sull’inquinamento dobbiamo rimettere a problema il chi mangiamo e perché, e capire che questo per il pianeta non è sostenibile mentre per noi non è necessario né salutare. 

Dobbiamo ragionare sulla necessità dello scegliere un’alimentazione diversa. Anche perché non so oggi quando convenga mangiare il pesce, dato che si nutrono di microplastiche, ma a prescindere, non è più sostenibile e non ci serve. Ormai è solo una questione di piacere personale.Dobbiamo rivalutare anche questo, sì, togliere le plastiche è bellissimo ed è bello che si espanda, ma se continuiamo a mangiare il tonno in scatola (o in generale animali e derivati) questo togliere le plastiche non ha senso.


Vorrei aggiungere anche una cosa: io studio biotecnologie all’università e ho sostenuto l’esame di “Biotecnologie animali” ove si studia e quindi si agisce con delle biotecnologie sugli animali. Queste biotecnologie vanno a.. diciamo "diversificarli" da quelli che erano originariamente. In una lezione il professore ha spiegato quali ormoni dare ad un pesce e quali ad un altro per farli crescere e sviluppare. Questo perché la pesca va a periodi in base al periodo di riproduzione della specie d'interesse, ma siccome la richiesta di mercato purtroppo è costante e nemmeno s’interessa dei temi di vita e riproduzione delle altre specie, vengono dati questi ormoni affinché i pesci si riproducano costantemente, anche in periodi dell’anno che normalmente non sono periodi di riproduzione. 

Mi sono chiesta: “Quanto sforzo stiamo facendo per andare a fare qualcosa che in realtà sarebbe molto più semplice? Che ci costa smettere di mangiare il pesce?” Anche nelle biotecnologie noi stiamo investendo tantissimi soldi (inquantificabili), energie, tempo e risorse per dare degli ormoni a dei pesci rinchiusi in delle bacinelle (perché fondamentalmente gli allevamenti intensivi di pesci sono questi) per poi mangiarceli e pensare che sia naturale, che sia il reale corso delle cose.

Perché, invece, non prendiamo in considerazione l’idea molto semplice di lasciar stare i pesci? Anziché torturarli e riempirli di ormoni in queste bacinelle, farli vivere con delle infezioni e poi ucciderli? Parlo di infezioni perché è un problema gravissimo: il sovraffollamento di questi luoghi è terribile da un punto di vista igienico-sanitario. 

Comunque, quando tocca a noi fare uno sforzo in più come mangiare qualcuno di cui ci piace il sapore, quando dovremmo intraprendere questa strada e non lo facciamo, perché non lo facciamo? Se possiamo smettere di mangiare gli animali e i loro derivati, perché non lo facciamo? Non fa male a nessuno, è ecosostenibile, salva delle vite (perché i pesci sono vite), allora perché non farlo? Secondo me ci manca questo tassello. Nutrizionalmente trovi gli stessi sapori, odori e nutrienti, quindi qual è il senso se non una ostinazione culturale? Tra l’altro l’omega 3 noi lo buttiamo. Nei pesci c’è solo nella testa e nell’intestino: parti che noi scartiamo. Ancora non capisco perché mangiamo e abusiamo di pesca e pesci.

Si riassume tutto in una parola: sistema

Questa rivoluzione nel bene sta avvenendo troppo piano, è come lottare contro i mulini a vento: c’è tanto da cambiare e noi partiamo dalle piccole cose, ma arriva un punto in cui non tocca più a noi perché entrano in gioco apparati statali e burocratici troppo più grandi di noi: il sistema. Sicuramente il progetto rieducativo è importante, ma serve il supporto da imprese, brand, enti, associazioni, parte dal piccolo che smuove il grande, il problema è che “il grande” in questo momento non vuole ascoltare perché ha interessi economici troppo forti dietro. Noi tocchiamo il punto più alto del consumismo, del capitalismo che segue la legge del “mangio anche quello che è tuo pur di non lasciartelo”, ma adesso ci stiamo addentrando in un discorso tanto grande e complesso.

La speranza muore per ultima, ma la realtà è tragica. Noi comunque faremo il possibile e cambieremo tutto ciò che possiamo cambiare. 



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