Quei fantastici anni 80' - I "Bonanza"

07 di Ottobre, 2020 - Racconti di mare - Commento -

Quei fantastici anni '80

I "Bonanza"

Siamo verso la fine degli anni '70: tre ragazzi romani amanti del mare decidono di spostare le loro residenze presso Nettuno, una piccola citta' marittima a sud di Roma. Sessanta chilometri la separano dalla Capitale, e all'epoca erano molti da percorrere. Un treno a binario unico impiegava più di un' ora e con mezzi propri sembrava un lungo viaggio.

I tre ragazzi noti come i fratelli “Bonanza” amavano il mare a tal punto che decidono di prendere in gestione una banchina dell'antico porto di Nettuno. Costituiscono una Cooperativa e danno inizio ad una carriera sì faticosa, ma ricca di emozioni ed aneddoti dove ancora oggi risuonano le voci dei loro racconti coinvolgenti e misteriosi del mare.

Uno, il più grande, chiamato affetuosamente dagli amici “Checco” (Francesco), sempre dedito all'altruismo e alla militanza politica in difesa dei poveri e degli ultimi, è il più presente presso gli uffici del porto. Ospita ragazzi la sera intorno ad un fuoco acceso dentro un bidone e racconta loro le gesta eroiche dei primi operatori subacquei che si susseguirono alla scoperta degli abissi.

I ragazzi della cooperativa, i tre fratelli, si fanno ben volere dai Nettunesi che affidano le loro barche alla custodia e cura nel molo del porticciolo, così che da porto di pescatori cominciò a divenire anche marina turistica.

Ero molto giovane quando mio padre e mia madre decidono che potremmo passare le vacanze estive proprio a Nettuno, un mese pieno per farci respirare aria di mare e un po di serenità al di fuori di Roma, che cominciava già all'epoca a diventare caotica ed inquinata. E lì, nella mia curiosità di giovane ragazzo amante delle storie di mare, mi avvicino al porto e scopro questa isoletta magica di tre ex romani che gestiscono la marina piccola.

Mio padre, anche lui provvisto di gommoncino, decide che quello era il posto buono per lasciare in custodia il nostro natante. Passeggiando nelle lunghe giornate estive tra il moletto della Coop. osservavo curioso delle strane bombole e dei stranissimi cordoni che terminavano con una specie di barattolo che si metteva in bocca.

  Franco, uno dei “Bonanza”, viene catturato dalla mia curiosità e comincia a spiegarmi come funzionano quegli aggeggi fin' ora visti nei film di fantascienza. Mi appioppa (=assegna) come da tradizione dell'epoca il soprannome “Jonathan”, come il gabbiano di Richard Bach. Le mie giornate da quel giorno del battesimo del soprannome diventano fantastiche: Io Jonathan posso stare nella banchina riservata alla marina piccola, e dare una mano ai “grandi marinai”, sì perchè per me lo erano.... e lo sono stati. 

Ed ecco che arriva il fatidico giorno, il tanto auspicato e sospirato giorno, vengo ingaggiato ad accompagnare con la barca Checco che deve immergersi nel fondale del porto per sgrovigliare una catenaria che si era incattivita dopo una mareggiata. Il mio sguardo assetato di curiosità rubava con gli occhi ogni movimento della preparazione dell'antico sommozzatore. Una muta che assomigliava al vestito indossato da Diabolik, un aggeggio giallo dietro la schiena che conteneva due bombole cariche ad aria, ed uno strano erogatore con due tubi rigati che finivano con un “barattolo di alluminio” che assicurava la respirazione. Delle pinne nere come la pece ed una cinta di pesi fatta con la corda delle serrande di casa.

Tra i vari oggetti anche un grappolo di uva. Chiesi a cosa servisse l'uva sott'acqua, e la risposta fu sorprendente: “La mangio, mi viene fame li sotto dopo un po' “.

Si miei Cari lettori e Care lettrici, Checco aveva trovato il modo di bere e mangiare sott'acqua mentre lavorava.

 (segue)


Claudio Sisto

Bonanza
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