RACCONTANDO UNA PASSIONE

01 di Marzo, 2022 - Biologia marina - Commento -

Testo e foto di Martina Gaglioti

È ancora inverno, il mare sembra abbastanza lontano, apro i social e mi ritrovo una notifica che mi fa brillare gli occhi: torna in versione cartacea “Mondo Sommerso” la rivista che quando ero ancora una bimba vedevo spesso circolare per casa e di cui divoravo immagini e fotografie sognando di vedere tutte quelle cose dal vivo prima o poi.

Fortunata ad avere un papà cresciuto a pochi metri dal mare e responsabile di avermi trasmesso una passione che potrei definire come la migliore “malattia” del mondo, il semino del mare attecchì prima ancora che nascessi quando i miei genitori progettarono per me una cameretta in stile marinaro (che con qualche trasformazione e spostamento da allora è ancora oggi il luogo in cui prendono forma tanti dei miei contributi a tema blu, specialmente nel periodo di pandemia che forse ci stiamo per lasciare finalmente alle spalle).

Questo titolo “mondo sommerso” circolava per casa già allora, poi i tempi cambiano, le tecnologie imperversano, tutto o quasi tende al virtuale e il paesaggio umano ed ecologico si trasforma sulla terra come sott’acqua.

Ciononostante qualche visionario ha deciso in qualche modo di ridare forma, in una veste leggermente nuova, ad un progetto già noto e di successo oserei dire.

Decido di approfondire e di supportare il loro progetto.

Nel frattempo quella bimba è diventata una biologa marina, subacquea scientifica e a circa 20 anni dal conseguimento del primo cartoncino plastificato riportante la dicitura: “Junior Open Water Diver” anche istruttrice subacquea, perché le passioni vanno costruite mattoncino per mattoncino, consapevoli che ad ogni gradino anche le responsabilità crescono ed è bene assumersele un po’ per volta.



Una piacevole chiacchierata con Claudio, l’editore della rivista, nonché una delle menti dietro a questo progetto.

Mi propone di scrivere un contributo che mi rappresenti e così decido di contribuire a questa nuova avventura per come posso, iniziando dal raccontarmi ai lettori.

Compito difficilissimo raccontarsi, ma tra subacquei è abbastanza facile entrare in sintonia se mossi dallo stesso spirito.

Vuoi che ti racconti di come da quelle prime bolle fortunate ad oggi ne siano accadute di dolci e “salate” e i vari step che mi hanno portata a potermi occupare di mare per professione oltre che per passione?

Affare fatto.

La mia avventura inizia con la subacquea ricreativa, si trasforma in formazione accademica, poi in abilitazione alla subacquea scientifica e in esperienze di collaborazione con enti di ricerca, università, pubbliche amministrazioni e organi transnazionali impegnati a vario titolo nello studio e nella tutela del mare.

Ciascuna in modo più o meno aderente alla mia personalità e al mio modo, tuttora, di intendere questo privilegio del potersi occupare di mare nel quotidiano e che sarebbe anche un mestiere.



Il periodo più brutto della mia carriera?

Paradossalmente quello in cui avevo tutte le carte in regola per fare quello che dovevo fare nel posto giusto per farlo.

Scherzi a parte, la mia formazione ha avuto ovviamente una fase di preparazione accademica, come è giusto che sia e per quanto necessario dal punto di vista burocratico e amministrativo, ma la verità è che molto tempo nella vita l’ho trascorso con le pinne in ammollo e in maniche di neoprene sperimentando e osservando con i miei stessi occhi persone, animali ed ambienti sul campo, prima ancora di avere l’età per accedere ai corsi universitari o avere la fortuna di entrare negli enti di ricerca più “blasonati” arricchendo anche di nozioni teoriche le esperienze di osservazione diretta.

Il problema è che quando si ha la pratica alle spalle, la teoria spesso basata su elucubrazioni mentali perfette nella forma (un po’ meno nella sostanza) la si digerisce con più difficoltà e di fronte a dinamiche che con il mare e il rispetto che questo come regola primaria impone hanno poco a che vedere, si diventa difficilmente gestibili e spesso piuttosto scomodi.

Come diceva una mia mentore “nella vita tutto serve” il problema è capirlo per tempo e “prendere il buono”, riprendendo sempre le sue parole possibilmente in maniera non troppo opportunistica.

Cresciuta a suon di briefing e debriefing dopo qualche esperienza nell’ambito accademico e nel mondo della ricerca, che ancora fatico un po’ a digerire, ho deciso di volgere in positivo quanto sperimentato e così ho deciso di impegnarmi maggiormente nell’ambito della divulgazione scientifica, spendendo buona parte delle mie risorse economiche, fisiche e mentali in tutto ciò che riguarda il trasferimento delle conoscenze al pubblico dei non addetti ai lavori o per meglio dire ciò che ultimamente va molto di moda definire in termini di “Ocean Literacy”.

Ovviamente essendo cresciuta e avendo trascorso il mio tempo prevalentemente lungo le sponde del Mediterraneo il mio impegno personale riguarda per lo più la “MedSea Literacy”, ovvero il tradurre in modo un po’ più specifico questa forma di Educazione oceanica come la definiscono i colleghi spagnoli.

L’obiettivo primario è raccontare ciò che di interessante dal punto di vista ecologico e biologico ha da offrire il nostro Mediterraneo, che oltre ad essere affascinante al pari dei mari tropicali, è anche maggiormente vulnerabile e minacciato da molte delle problematiche che riguardano i nostri oceani su scala spaziale decisamente più ampia.

Il riferimento alla scala spaziale vi dà un indizio su un altro ambito che da sempre mi affascina, al quale ho dedicato parte della mia formazione post-lauream e alcuni dei miei primi contributi professionali: ovvero quello la cartografia e l’impiego dei sistemi informativi geografici (G.I.S.) per lo studio dell’ambiente che ci circonda.

C’è stato anche un momento della mia vita infatti in cui trascorrevo le mie giornate a disegnare “confini” concetto che in mare va ovviamente inteso con le dovute rimodulazioni e a rilevare punti GPS scorrazzando per isole in bicicletta per fornire dati al Direttore di una delle Aree Marine Protette più estese del Mediterraneo a scopi gestionali e per porre in atto misure di conservazione: passando dalle slides del mio prof di ecologia della conservazione all’applicazione pratica su un territorio in cui tradurre il tutto in pratica non è poi così banale.

In questi anni consapevole della complessità del mare dovuta alle sue caratteristiche intrinseche e delle difficoltà legate ad un suo studio sistematico e scientificamente valido ho preso in considerazione diverse tecniche utili anche per il rilievo di dati sul campo e per il monitoraggio di questi ambienti anche da remoto con il supporto dei satelliti e del remote-sensing.

Nelle mie attività di campo finora mi sono occupata di diversi ecosistemi: dallo studio delle interazioni tra i microrganismi che abitano tutto il “Pianeta blu” dagli ambienti marini profondi alle zone costiere caratterizzate dalla presenza di sorgenti idrotermali dove è facile predire gli scenari futuri e toccare con mano alcuni effetti già tangibili di un mare sempre più caldo e sempre più “acido” a causa del cambiamento climatico, alle grotte dove ho fatto buona parte della mia “gavetta” come Divemaster nelle mie giornate scandite dal suono delle bolle, allo studio delle comunità macroalgali e degli organismi associati che caratterizzano gli ambienti subtidali ovvero le zone di fondale al di sotto del limite di marea, per poi passare alle praterie della blasonata Posidonia oceanica e allo studio dei servizi ecosistemici che tutta questa complessità ecologica fornisce a noi bipedi terrestri in termini di biodiversità, risorse alimentari, economiche, variabilità a scala di paesaggio, etc .

Dove è accaduto tutto questo?

Beh prevalentemente ho frequentato le coste del Mediterraneo e ovviamente della nostra Penisola italiana, alla quale di recente ho dedicato anche un’iniziativa dal titolo esplicativo 8000kmdicostaenonsentirli , poi ho avuto la fortuna di partecipare a meeting, congressi e spedizioni di ricerca anche all’estero che mi hanno portato a visitare posti bellissimi e a vivere esperienze molto formative anche dal punto di vista umano: ho viaggiato in Nord Europa, in Spagna, nell’Europa dell’Est sul Mar Nero dove ho ritirato un premio europeo qualche anno fa, ma anche in posti da sogno nell’immaginario comune come l’Indonesia, il Mar Rosso, le Maldive, il Nord Africa…e virtualmente attraverso la nuove forme di collaborazione rese possibili dalle piattaforme digitali anche oltreoceano confrontandomi con colleghi americani e di altri paesi transfrontalieri.

Ogni esperienza mi ha lasciato qualcosa di importante.

In tutta sincerità vi dico che coniugare passione e lavoro non sempre è facile, le dinamiche umane spesso complicano le cose. In ogni caso mi ritengo molto fortunata specialmente per aver avuto una famiglia che in ogni modo ha cercato di alimentare e sostenere la mia passione, anche e soprattutto nei momenti un po’ grigi che credo tutti prima o poi abbiano sperimentato e per aver avuto tutto sommato dei buoni maestri che in breve tempo mi hanno permesso di arrivare nei luoghi chiave perché capissi aspetti utili e fondamentali per sviluppare al meglio la mia professione.

Un consiglio per i più giovani?

Consiglio innanzitutto la perseveranza e invito i miei futuri giovani colleghi ad agire sempre secondo la correttezza e integrità morale senza perdere mai di vista questi aspetti nel coltivare la loro passione.

Essere gente di mare significa innanzitutto questo, poi ci vuole tanta pazienza, ma posso confermare che agendo così alla lunga verranno premiati!

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