Report da Ortigia-parte 1: Cos'è il disturbo antropico? Ce lo spiega la biologa dell'Area Marina protetta del Plemmirio

05 di Gennaio, 2022 - Ambiente - Commento -

Testo e foto di Marta Bello


Parte 1- Sono andata a trovare Linda Pasolli e Fabio Portella al diving di Capo Murro ad Ortigia, sedut* al porto mi hanno raccontato le meraviglie e le curiosità del Mediterraneo.

Quanto sono importanti le aree marine protette? Sono davvero l’unico modo per salvare il mare?


Ciao Linda, come ti sei legata al mare?


Il nostro legame è sempre stato molto forte sin da quando ero piccola, anche se in realtà vengo da una famiglia di montanari. A 18 anni ho preso il primo brevetto subacqueo e ho deciso che questa sarebbe stata la mia vita, così ho proseguito con la subacquea tecnica e mi sono poi laureata in biologia marina, infatti sono la biologa della riserva naturale del Plemmirio. In area marina mi occupo principalmente dei monitoraggi subacquei della fauna ittica, in poche parole conto i pesci.

L’obiettivo è capire se l’area marina protetta funziona o meno. Se funziona deve avere una risposta immediata dalla fauna ittica che man mano deve stabilizzarsi e quindi ci aspettiamo taglie maggiori, un numero di individui maggiori, più specie in determinati punti.




Quali sono le principali specie che si trovano in queste acque? 


Questo è un posto molto rappresentativo del Mediterraneo perché ritroviamo tutti i diversi e principali habitat naturali marini: roccioso, le praterie di posidonia, corallino profondo. Dunque, trovi tutto ciò che puoi trovare nel Mediterraneo: grandi pelatici di passaggio, tonni, ricciole, barracuda, ma anche quelli stanziali come cernie e saraghi. 

Principalmente ci sono specie autoctone, anche quelle di passaggio lo sono, è che magari o vivono a largo o fanno grandi migrazioni durante l’anno e si avvicinano sotto costa dove c’è “mangianza” cioè pesce piccolo da poter mangiare e dove si sentono ovviamente al sicuro. Diciamo quindi che in realtà sono pesci che comunque gironzolano da queste parti, quando li trovi così sotto costa vuol dire che si sentono al sicuro e hanno cibo. 

Le specie territoriali come cernie e pesci pappagallo, sono invece pesci che se stanno bene in un posto si fermano lì, fanno casa, famiglia e non si spostano più. Ogni tanto capita anche di vedere specie aliene, anche se non più di tanto devo dire. Prima era molto più raro trovare specie aliene, ormai c’è stata una globalizzazione dei mari e quindi tutto si è unito, per cui non saprei neanche distinguere quali siano le specie aliene. Questa non sempre è una cosa positiva, non sempre è una cosa negativa, ovvero: se una specie si adatta e trova un ecosistema solido in cui sta bene, può essere di passaggio, oppure può adattarsi alle altre specie e rimanere in quel luogo. Invece, se trova un ecosistema instabile può causare delle problematiche, ad esempio facendo diminuire la biodiversità del posto. 

In un ecosistema sano troviamo la specie di passaggio, la specie aliena e una buona diversità che può compensare eventuali problemi. Inoltre qui ci sono fortissime correnti perché siamo proprio in un punto di transito di correnti, sia in entrata sia in uscita. Hanno iniziato anche a fare degli studi sulla temperatura per collegarla e capire quali sono i tipi di corrente superficiale e profonda. Abbiamo una profondità pazzesca, la maggior profondità a distanza dalla costa, ad esempio in zona A a 20 metri dalla costa, già hai 50-60 metri di profondità, questo crea una situazione di correnti che spesso trovi e anche le temperature sono collegate a questo: variazioni di temperatura portate da correnti calde o fredde giornaliere, stiamo cercando di capirne di più. 


Com’è l’interazione tra specie umana e specie animali non umane marine? 


Ovviamente varia da specie a specie, alcune vengono definite “curiose” e quindi si avvicinano al subacqueo o alla subacquea, altre invece sono definite “timide” e infatti tendono a scappare quando arriva l’umano. In ogni caso, anche le specie curiose subiscono comportamenti variabili in base a quelle che sono le reazioni comportamentali funzionali alla protezione nell’ambiente. 

Un pesce che per decenni è stato abituato ad essere pescato, come vede l’umano scappa, perché questo ultimo è identificato e percepito come un predatore, il risultato è che il meccanismo comportamentale di reazione è la fuga. Ci sono molti studi fatti sul tempo di reazione del pesce in base alla vicinanza con il subacqueo. Quello che noi notiamo ed abbiamo notato, è che quando c’è una protezione solida, il pesce inizia ad abituarsi. Soprattutto il pesce che cresce in queste condizioni. 

Nella zona A di riserva integrale sono permesse le attività subacquee ricreative da centri autorizzati, previa autorizzazione e seguiti da studi di monitoraggio sull’impatto della subacquea. Questo ci fa capire una questione molto importante: nel momento in cui togliamo la pressione antropica della pesca, quindi legata ad un prelievo delle risorse, ma lasciamo una minima pressione antropica legata alla presenza dell’individuo subacqueo, il pesce si abitua e l’umano non è più un predatore, ma è semplicemente un altro individuo. 

Spesso le cernie si avvicinano così come i pesci più curiosi che sembrano chiedere “E tu chi sei? Da dove vieni?”. Per me è un’emozione indescrivibile, sempre nuova e sempre intensa, questo è il motivo fondamentale per cui ho scelto questa strada nella mia vita. Sono qui e collaboro con l’area marina del Plemmirio dal 2008 cioè da quando ho iniziato la stesura della mia tesi di laurea, quindi ho visto i miglioramenti e gli anni bui. Ormai questa è casa mia, la seguo con amore e quando vivo certe situazioni, nel bene e nel male, le vivo in pieno. Quando vedi che i pesci sono tranquilli e curiosi pensi non ci sia niente di meglio e pensi solo “ce l’abbiamo fatta”; così soffri quando trovi le reti in acqua o capisci che è successo qualcosa perché ti accorgi che i pesci sono spaventati. 

Le cernie quando sono tranquille sono molto curiose, tra le più curiose e si avvicinano: sono l’incontro più bello in un’area marina. In realtà un altro pesce molto curioso è il barracuda che tende ad avvicinarsi e squadrarti, i saraghi se stanno bene sono indifferenti e non ti considerano. Altre specie, come i dentici sono tendenzialmente più schivi.




Cosa pensi della pesca industriale ed intensiva? 


La pesca industriale è più che dimostrato che non sia sostenibile. La pesca a strascico è una cosa devastante in quanto prelievo di risorse inconsapevole ed indistinto, cattura qualsiasi cosa ci sia sul fondo, in più distrugge gli habitat e questa è la cosa più grave perché tutto parte dall’habitat. Più un habitat è ricco ed eterogeneo, maggiore sarà la biodiversità e la ricchezza di tutta la colonna d’acqua. La pesca a strascico, sia di fondo sia di superficie, non è un’attività sostenibile, come non lo è la pesca industriale. Purtroppo l’umano si è reso conto del problema troppo tardi. Io dico sempre che quando noi umani pensiamo al mare, pensiamo e ci immaginiamo la superficie, ma in realtà quella è la porta d’ingresso, se noi ci fermiamo a quella non riusciamo a capire tutto ciò che vi sta sotto. 

Pensa che fino agli anni ’50 gli scienziati stessi credevano e pensavano (quindi promulgavano) che le risorse ittiche fossero infinite. Spesso nell’immaginario comune crediamo e pensiamo che questo sia dovuto a credenze di pescatori ignoranti, invece è nella scienza che si è portata avanti questa credenza. Questo perché depongono molte uova, hanno abitudini gregarie, quindi spesso si trovano insieme, ma ciò non vuol dire che siano infiniti, sono solo loro comportamenti che li aiutano a sopperire a quelle che sono le problematiche degli ambienti marini. 

Se già l’ambiente scientifico ha iniziato a rendersi conto della questione solo negli anni ’50, vien da sé che andare a modificare un certo sostrato culturale non sia per nulla semplice, specialmente in certe aree, ove sopra questo sostrato culturale se n’è formato uno storico e sociale. Adesso siamo ridotti ad avare il 90% degli stock ittici sovrasfruttato, ciò significa che è sfruttato più di quanta non sia la sua capacità di riprodursi e ripopolare le acque. Quando però ci sono interessi economici questo non conta, la verità è che non c’è modo che una pesca industriale possa essere sostenibile in questo momento storico. 

La pesca ricreativa è sempre stata sottovalutata, da noi ad esempio è un’attività che andrebbe monitorata molto di più perché ad oggi, con questi maledetti gps ed ecoscandagli, che sono delle cose infernali, i pescatori riescono a capire esattamente cosa si trova sott’acqua. Ne consegue che non serve più essere “bravi” per pescare, ma basta avere l’attrezzatura giusta. Questo non è buono, e una pesca molto selettiva non è sempre un bene. Tu vai a predare, a prelevare una certa specie, cioè risorse di una certa taglia, ma non è detto che in quella specie quella taglia sia quella giusta. Sicuramente qui troviamo una fortissima mancanza di informazione e conoscenza, prendiamo come esempio le cernie: sono ermafrodite, in base a quanti maschi e quante femmine ci sono, nel momento della maturità sessuale che avviene verso i 13-14 anni c’è l’inversione dei sessi, per cui se le prendi grandi crei una sproporzione tra i maschi e le femmine, oppure obblighi la femmina a diventare maschio troppo presto. Abbiamo una serie di problematiche che ancora non vengono considerate e su cui invece dovremmo porre l’attenzione. 

Non basta definire una pesca “sostenibile”, affinché lo sia. Ci vogliono studi, monitoraggio e rispetto. È sostenibile finché c’è la dimostrazione che il pesce che tu hai prelevato oggi ci sarà domani in egual misura. Questo è estremamente difficile nelle attuali condizioni. 

A livello globale siamo in una situazione davvero difficile per il pesce. 

Purtroppo l’unica soluzione è quella delle aree marine protette. Le zone “A - no take” delle aree marine protette devono fungere da serbatoio e quindi ripopolare poi le zone limitrofe. In questo momento è l’unica soluzione, poi su questo possiamo strutturare tutto il resto, ma prima di tutto è necessario ripopolare i mari attraverso il rafforzamento e l’ampliamento delle aree marine protette. 


Cos’è il disturbo antropico? 


Sicuramente i danni e l’interferenza umana possono causare gravi danni agli ecosistemi marini. Quando il ruolo dell’umano diventa un disturbo diventa “disturbo antropico” che crea un’alterazione dell’ecosistema, il problema della pesca intensiva è l’introduzione di un elevatissimo tasso di disturbo antropico che danneggia il mare, per questo non è sostenibile. 

“Sostenibile” potrebbe voler dire che l’umano fa il suo prelievo nel mare come qualsiasi altra specie marina, cioè non crea alcun disturbo all’interno dell’ecosistema. È chiaro, però, che a questo punto abbiamo una sproporzione di numeri di individui delle specie in questione. 

Quando in ambito scientifico hanno iniziato a capire che il mare non è una risorsa illimitata e che si stava iniziando a pescare troppo, i cui danni erano già visibili, sono state ideate una serie di soluzioni come i fermi biologici (non si può pescare una specie nel periodo in cui si riproduce), la selezione delle specie e la sospensione della pesca delle specie a rischio. Il problema è che sono soluzioni che possono andar bene solo in una situazione di stabilità e tenendo conto che in mare, così come sulla terra, tutto è collegato. Le relazioni tra i vari organismi sono molto fitte, e spesso non ce ne rendiamo nemmeno conto. Dunque, quando tu vai ad alterare anche solo una minima zona di questo ecosistema, di questi equilibri, tu inevitabilmente lo alteri e crei una rottura che non sempre si può ristabilire. Ti faccio l’esempio dei saraghi: specie target della pesca, loro mangiano i ricci di mare, soprattuto i piccoli. I ricci mangiano le alghe di mare, sono grandi brucatori. Se tu levi il sarago, il riccio di mare cresce troppo, e sono grandi raschiatori: creano grandi zone bianche sulla roccia, questo diventa un grande problema per la biodiversità. Così, se togli i ricci hai un problema con le alghe, se togli le alghe, muoiono i ricci.




Quali gravi cambiamenti hai notato? 


Per quanto riguarda gli habitat, diciamo che non ci sono stati grossi cambiamenti, ma dobbiamo evidenziare che con l’aumento della temperatura vediamo sempre più specie marine e tante alghe che stanno più al caldo, oppure alghe coralline che risentono del caldo e quindi si sbiancano. Queste situazioni le vediamo, anche se paragonato ad altri posti non ci sono grandi problematiche perché è un ambiente molto eterogeneo e queste acque sono calde da sempre. Come popolazione, c’è sempre un aumento, mi piace notare che negli ultimi anni c’è un buon miglioramento che spero sia sempre più forte, ma ancora c’è molto lavoro da fare.

Per l’assestamento sono necessari 4-5 anni di tempo per poter poi valutare la situazione. Infatti, una volta istituita l’area marina protetta, ci sono 4-5 anni di assestamento durante i quali la variabile giù importante dipende dal pesce che prende consapevolezza del fatto che quello sia un luogo protetto. Una volta che il pesce prende consapevolezza della sicurezza del posto, si sposta. Magari era una pesce già presente nei dintorni, ma si avvicina, sale in superficie perché sta meglio oppure si avvicina dalle zone limitrofe. Una cernia vive 40-50 anni. Per cui, ovviamente, se vedi un cernione ti rendi conto che non è nato lì ma si è avvicinato già adulto. 

Dopo i primi anni di assestamento, devi iniziare a vedere i piccolini, se l’habitat sicuro funziona, allora lì in una decina d’anni si cominciano a vedere le modifiche nel comportamento e l’aumento die piccoli. Sviluppano una percezione dell’umano o come predatore da cui ovviamente si scappa oppure come altro semplice individuo. Se capita di vedere solo piccole cernie ma non quelle grandi, vuol dire o che sono nascoste perché non si sentono protette, oppure sono più in profondità, dove si trovano anche i luoghi di riproduzione. Se hanno un luogo protetto, gli conviene stare in superficie perché si mangia meglio, altrimenti stanno più giù. 

Per quanto riguarda le cernie, c’è un altro fenomeno molto interessante: quando i pescatori subacquei pescano una cernia sparandole, e lei ad esempio rimane incastrata in quella tana, quella tana è bruciata per sempre. 

Mai più una cernia andrà là dentro.

Loro riconoscono i luoghi sicuri e quelli insicuri, anche se noi ormai abbiamo reso quasi tutto il mare un luogo insicuro.



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