Rita Del Bene e le altre. Donne unite dall’indole volitiva, non semplici sognatrici.

20 di Aprile, 2022 - Storia - Commento -

Florinda Tortorici (Laureata in Conservazione dei Beni Culturali ed Archeologici presso l’Università degli studi di Palermo. Si interessa ad aspetti dell’archeologia subacquea e demoetnoantropologico. Diverse sono le pubblicazioni in tale ambiti.)  / Foto di Rita Del Bene

Da anni la tematica della ricerche collegate allo specifico settore dell’Archeologia Industriale ha assunto una sua ben specifica valenza nel ricostruire le micro-storie, necessarie alla comprensione della visione generale di un determinato momento storico.

In questo filone di analisi e ricerca ben si inseriscono le vicende di Rita Del Bene (1909 – 1998), insegnante e studiosa particolarmente attiva negli anni trenta del secolo scorso, la cui esistenza è strettamente collegata al mare come risorsa.


Lo studio sulla figura della Del Bene è nato quasi casualmente, quando, svolgendo delle ricerche inerenti la Pinna Nobilis e le conseguenti potenzialità che lo stesso bivalva poteva offrire nel contesto del ripopolamento in ambito subacqueo.

La ricerca aveva mostrato come la presenza di questo grande mollusco mediterraneo, che può raggiungere l’altezza di 100 – 120 cm, non è limitato alla Sardegna ma anche lungo la costa jonica siciliana, calabrese e pugliese.

E di fatto proprio a Taranto che è attestata una quasi bi millenaria cultura connessa alla Pinna Nobilis e la suo utilizzo non solo come componente della dieta umana.

In questo quadro, nell’età moderna, si inserisce la figura della tarantina Rita Del Bene e l’attività da lei svolta, favorita anche dal regime autarchico che caratterizzò l’Italia a far data dal 1935.

In linea generale si può dire che la Del Bene recuperava un’antica tradizione, sebbene non fosse l’unica come si vedrà, ma aveva la capacità di adeguare il tutto con un’idea progettuale valida e per certi aspetti interessante.

Ricordiamo che sono anni in cui, a seguito delle sanzioni della Società delle Nazioni nei confronti dell’Italia fascista, il Regime spinge alla ricerca di nuove soluzioni per ovviare alle importazioni di beni necessari, e questo aspetto interessò anche il settore tessile riportando l’interesse sullo sfruttamento del bisso (la tipica “barbetta” dei molluschi).

E questo è dimostrato dal fatto che mentre la Del Bene lavorava al suo progetto, che porterà alla presentazione del suo brevetto, in parallelo nel Mar Piccolo di Taranto il Prof. Cerruti lavora per favorire l’allevamento dello stesso bivalva usufruendo dell’ausilio della collaborazione dei Palombari della Regia Marina. 

Probabilmente questa coincidenza temporale, ha portato i due a conoscersi e a confrontarsi sui risultati ottenuti, seguendo a vicenda i rispettivi progressi, ma anche sprone vicendevole nel proseguire i rispettivi lavori.

Nel 1936, Rita del Bene, nata a Massafra, in provincia di Taranto nel 1909, una volta completati gli studi, aveva ottenuto l’incarico di docenza presso la Regia Scuola Professionale Femminile, istituto che aveva annessa la Regia Scuola Secondaria di Avviamento Professionale con sede a Taranto.

Sono questi anni determinanti sia la sua formazione sia come ricercatrice, nel momento stesso in cui entra a far parte del progetto avviato dalla Direttrice e fondatrice della stessa scuola: Filomena Martellotta.

Quest’ultima credeva profondamente nella possibilità di fare della lavorazione del bisso una concreta risorsa economica nell’Italia autarchica; nei fatti il suo decesso non le consentì di vedere realizzata, anche solo una parte, la parte pratica della sua deduzione, lasciando una sorta di eredità morale e pratica alla stessa Del Bene, e ciò è ampiamente dimostrato da come già a far data dal 1936 si comincia a parlare di un possibile brevetto riferito alla lavorazione del bisso.

La conferma di ciò lo si trova nella notizia offerta dalla stessa scuola, ad opera della nuova Direttrice, Semeraro, in occasione della sua partecipazione ad una mostra sul tessile, nel corso della quale le stesse allieve espongono alcuni manufatti realizzati proprio un tipo di filato ottenuto dalla lavorazione del bisso stesso.

Tra questi destò un certo interesse una stola realizzata personalmente dalla stessa Del Bene, donata a Wanda Bruschi Gorjux, personaggio molto influente nei rapporti con il Sud America, ma soprattutto una fine intellettuale attenta al potenziale industriale ed economico pugliese proprio indirizzato al sub continente sud americano.

In questo quadro di particolare interesse è la redazione dei primi documenti attestanti gli ottimi risultati raggiunti in quel momento da parte della stessa Del Bene, risultati talmente validi al punto da richiedere l’istituzione di una specifica cattedra destinata proprio all’insegnamento della lavorazione del bisso. 

Tale richiesta dette origine ad uno scambio di lettere ufficiali e non che però ottenne una risposta solo nel 1939, anche a seguito di numerose sollecitazioni a livello ufficiale. Nei fatti, probabilmente, la questione passò in secondo piano anche a causa del deterioramento politico europeo, preludio di quella che sarà il secondo conflitto mondiale. 

In effetti l’iter risulterà particolarmente lungo e farraginoso se si pensa che il tutto era iniziato già nel 1933, ad opera della Martellotta, e alla quale non giungevano adeguate risposte.

Del resto il tutto avrebbe una sua logica se inquadrato nel contesto storico degli anni trenta; fino al 1935 non vi erano delle necessità impellenti per cui dare particolare cura e interesse a progetti innovativi necessari a dare risposte alla carenza di materie prime, situazione che cambia dopo la promulgazione delle sanzioni internazionali nei confronti del Regno d’Italia. 

E’ proprio questa vicenda che, in particolare, dimostra come la Del Bene non era sola nel ritenere di grande validità il progetto dello sfruttamento del bisso, ma anche come si stesse formando un ben definito gruppo di lavoro, nel quale la Del Bene si trovasse coinvolta dalla Martellotta con il precipuo scopo di mettere in pratica le teorie sviluppate dalla fondatrice della Scuola Professionale Femminile di Taranto; il tutto è ulteriormente dimostrato da come la stessa Del Bene riuscisse a sviluppare un procedimento semi-industriale, codificando dei procedimenti i quali, ereditati dai confronti con le artigiane, venivano esemplificati e sempre più specializzati; il tutto necessario preludio alla richiesta, datata nel 1940, di valutazione di un vero e proprio brevetto. 

Il valore reale di questi studi è evidente anche esaminando la comunicazione dei risultati raggiunti che dà il Regio Provveditore agli Studi, Prof. Perrone, al redattore capo della Rassegna Mensile Illustrata dell’Economia Nazionale. 

Come si può ben dedurre, quindi, la Del Bene risulta essere una figura che ben si inserisce in quella che era l’idea iniziale della Martellotta, tesa a formare maestranze specializzate nella lavorazione del bisso, formazione che doveva passare da una forma di insegnamento preciso e ben strutturato, disegnando in tal modo un quadro nel quale ben si inseriva l’azione della Del Bene; studiosa che però porta una novità di grande rilievo: il superamento del puro artigianato, tramite una sua trasformazione in senso industriale, da qui la necessità della stesura e realizzazione di un vero e proprio brevetto industriale.

Tutto questo ragionamento è dimostrato dalla lettera che Cesira Martellotta indirizza al Ministero dell’Educazione Popolare, Sezione Tecnica, nella quale, non con tono polemico, bensì fermo e deciso, si augura che non venga inficiato il prosieguo degli studi condotti dalla Del Bene unitamente a coloro che sono fermamente impegnati nel progetto. 

Un’attenta lettura della stessa missiva pone in luce la cronistoria della stessa Scuola e del valore aggiunto che essa ha portato, attenzionando i piani e i progressi di formazione raggiunti, profondamente integrati nel territorio, esaltandone la peculiarietà della pesca della pinna nobilis e la lavorazione di quanto questo grande mitile può offrire. 

E’ da notare come più volte nei documenti appare l’uso del termine “industria”, ma questo và inteso nei modi e significati di cui ne parla la Martellotta nella sua missiva citata, vale a dire nella creazione di una rete di collegamento solida e consolidata che metta in relazione stretta pescatori e artigiani; in altre parole non si intende ragionare in termini di quantità, ma di qualità, caratteristica comunque utile a garantire la lunghezza dei tempi di utilizzo.

E per garantire ciò era necessario poter usufruire di una forma di artigianato in grado di poter migliorare ma anche facilitare la produzione secondo degli schemi, questi si, industriali ben definiti.

Sono anni in cui proliferano gli studi sulla possibilità di sfruttare questo bivalva, con estrema solerzia, di fatti sono gli stessi anni in cui il Prof. Cerruti studia la possibilità di allevamento dello stesso mitile nel contesto del Mar Piccolo, e probabilmente a causa di ciò la relazione che la Del Bene invia al Ministero dell’Educazione Nazionale nel 1937, non ottiene il risultato del giusto apprezzamento e conseguente spinta a proseguire.

Mentre a livello centrale non si teneva in grande considerazione questa tematica, questa stessa a livello locale era estremamente attenzionata, anche con toni fortemente polemici, come si deduce chiaramente dalla lettera, del 12 febbraio 1938, scritta da Cesira Martellotta, nei quali usa termini differenti rispetto alla precedente, e indirizzata al Provveditorato degli Studi di Taranto, nella quale rivendica la primogenitura del progetto alla sorella, indicando non più la Del Bene come collaboratrice della sorella, bensì Filomena Pavone, ma soprattutto rivendicando il riconoscimento di eventuali certificati e brevetti.

In altre parole si manifesta un chiaro interesse di natura economica dietro questa vicenda, situazione acuita dalla donazione fatta dalla Del Bene al Vescovo di Taranto, Mons. Fernando Bernardi, di un arazzo in cui era rappresentato il Buon Pastore, oggi custodito presso il Museo Diocesano, unico elemento sopravissuto al periodo bellico di un insieme di paramenti sacri realizzati con il filato di bisso.

Come descritto nel capitolo precedente la direttrice della scuola Filomena Martellotta era deceduta già nel 1933, ma la scuola grazie alla dedizione dei suoi professori, continuava nell’opera meritoria di insegnamento dei mestieri inerenti al bisso e della tessitura, proseguendo negli obbiettivi di essa.

Ma il clima iniziava ad essere polemico e di rivalità come si evince dalla corrispondenza tra la nuova direttrice Emma Mandolini, successa alla precedente Angela Semeraro e il Provveditorato agli studi riguardante l’acquisto ed i pagamenti di alcuni fiori di bisso e dell’incarico diretto che la Del Bene avrebbe avuto da parte della Società Pugliese di Elettricità per tramite della scuola.

Dal confronto, però avuto a seguito fra le parti la direttrice Angela Semeraro attribuisce la colpa di tale incongruenza alla Del Bene, la quale a sua volta dimostrerà che furono necessarie maggiori ore di lavoro e di fiori di bisso per soddisfare la richiesta della S.G.P.E. 

La Direttrice Mandolini ritenendo la questione poco chiara e rintracciata la corrispondenza tra la S.G.P.E. e la scuola, dimostrò che se bene l’ordinazione fosse stata fatta direttamente alla scuola, per la lavorazione dei fiori di bisso invece fosse stata incaricata la Del Bene, la quale come si evince da questi documenti avrebbe inoltre svolto ore di straordinario e mantenuto su richiesta della allora Direttrice contatti diretti con S.G.P.E. per portare a compimento il lavoro con puntualità. Da questa corrispondenza si evince inoltre che la quantità era si variata facendo variare anche i costi dell’acquisto. 

Tale vicenda si concluderà con la conferma da parte del Cav. Uff. P. Mellisari, Presidente del Consiglio di Amministrazione della S.G.P.E. che interpellato prova, che la scuola era “ soltanto punto di convegno per le trattative ed in conseguenza vuole che l’intera somma sia versata alla esecutrice del lavoro”.

Pertanto la nuova direttrice Mandolini, non volendosi assumere alcuna responsabilità nello stabilire le ragioni dell’una e dell’altra ritenne suggerire come opportuno che il pagamento per la realizzazione del lavoro venisse riconosciuto alla Del Bene, la quale si premurrà di devolvere parte del ricavato alla scuola in forma di donazione, lasciando al Provveditore la facoltà di informare la dove lo rendesse necessario il Ministero.

Tale, possiamo immaginare incresciosa vicenda per quanto circoscritta, evidenzia come il clima di entusiasmo e collaborazione che aveva caratterizzato la direzione della Martellotta era venuta meno, forse anche a seguito della richiesta sul finire del 1938 della costituzione di una cattedra ed un laboratorio di cui sappiamo essere stata discussa la questione finanziaria.

Il 1938 si era concluso con il sollecito da parte della direttrice Emma Mandolini, di una risposta sulla richiesta di istituire una cattedra per la lavorazione artigianale del bisso, che questa volta non tarderà ad arrivare.

Quello che si evince dai documenti d’archivio è che, in realtà non si tratterrà più semplicemente di una istanza per il riconoscimento della specializzazione degli insegnamenti, ma l’istanza della creazione di un laboratorio a se stante, che benché annesso alla scuola facesse capo ad un’altra direzione e ad un proprio insegnante di ruolo.

A tale richiesta il Ministero dell’Educazione Nazionale , Direzione Generale per l’Istruzione Media Tecnica, risponderà con un diniego, ritenendola alla luce delle recenti normative ( Legge 15 Luglio 1931-IX n°889) incompatibile e che inoltre avrebbe comportato una riduzione di ore di insegnamento delle altre discipline a danno delle alunne.

Tale istituzione avrebbe comportato un’incombenza economica molto importante e necessariamente a carico degli enti e dei soci, i quali ultimi, non avevano mostrato alcuna disponibilità.

Si consiglia pertanto di formare speciali corsi per la lavorazione del bisso nell’ambito della formazione corrente della scuola.

A seguito di questo diniego sappiamo da altri documenti, tra cui la lettera di presentazione al brevetto e dalla testimonianza del figlio, che la Del Bene intese proseguire nel suo intendo formando essa stessa una scuola e chiamando a se anche ex allieve e giovani volenterose, che non avevano potuto proseguire gli studi per motivi economici, mostrando inoltre un profondo altruismo.

Dopo molti studi e ricerche ed aver costituito una sua scuola per la formazione di maestranze del bisso la Del Bene invierà in data 5 Ottobre 1940 alla Commissione centrale per l’esame delle invenzioni, del Consiglio Nazionale delle Ricerche, copia della usa invenzione al fine di ottenere il riconoscimento del brevetto.

Nella premessa viene dato risalto la storia della lavorazione del bisso e come essa affondi le radici nell’antica Grecia e sia stata una fiorente industria tarantina. Quello che però mi ha colpito, leggendo questo documento è l’orgoglio con cui quasi doni alla Nazione un “tessile di più” , sentendo evidentemente come suoi, principi dell’autarchia1 che avevano caratterizzato la storia italiana di quegli anni.

Non una semplice istanza di brevetto, ma una puntuale crono storia da parte della Del Bene oggetto, partendo dalle ricerche condotte da Mastrocinque che viene indicato come pioniere.


L’autarchia è un movimento economico che inizia 1935 a seguito della condanna dell’Italia da parte della Società delle Nazioni a termine della conquista dell’Africa Orientale e conseguente occupazione di Adis Abeba.

Con l’autarchia il Fascismo tenta di rispondere all’embargo economico cercando le risorse economiche all’interno dei propri confini nazionali e investendo in ricerca industriale.

Rispetto al Mastrocinque essa riesce ad accorciare i tempi di lavorazione da sei fasi a tre, mantenendo la lavorazione a mano sino alla fase dell’ammollo, mentre cambia l’ibozzimatura che precedete la tessitura e la cardatura meccanica senza oliatura.

La presentazione del brevetto si conclude con l’auspicio, che vengano investite risorse per la pinnicoltura, fondamentale per lo sviluppo dell’industria del bisso, regolamentandola in forma di rete produttiva. In conclusione, quello che emerge è la figura di una donna figlia del suo tempo, che crede fermamente in un progetto che non è solo il suo progetto, altruista e coerente. In cui “industria” si coniughi con ambiente.

Mi piace pensare che se questo fosse stato proseguito, oggi potremmo vantare un habitat unico nel suo genere, un paesaggio marino degno di confronto con le più spettacolari mete turistiche per gli appassionati di subacquea.

Un ringraziamento paticolare va all’Archivio Storico di Stato di Taranto per la collaborazione.


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