SANTA Marinella (Perduti)

26 di Dicembre, 2020 - Racconti di mare - Commento -

Piero Orlando

SANTA MARINELLA - Perduti

Il sabato era destinato alla gita a Santa Marinella: generalmente il gruppo era composto da cinque amici, con accompagnamento femminile variabile di numero e, per qualcuno, anche di aspetto. Io, Arrigo, detto Sabbaka, ero da qualche tempo legato a Giovanna, detta Giò che, per amore del mare e, spero, anche per fare piacere al suo ragazzo, si sobbarcava alzataccia alle 6 e permanenza in barca per 8 ore; chissà se poi l’ho sposata anche per questo!

La barca (Capitan Cook) era un piccolo cabinato che avevamo modificato eliminando l’albero, chiudendo il foro della deriva e applicando un fuoribordo: tutto era organizzato per accogliere il materiale e attrezzatura destinata alle immersioni; ovviamente lo spazio rimasto per godersi il sole o semplicemente sedersi era minimo. Per le ragazze rimanere in barca per tanto tempo senza neppure il piacere di una immersione era davvero un grande segno d’amore. Quel sabato la Giò, non potendo venire con noi la mattina presto mi promise di raggiungermi nel primo pomeriggio: l’avrebbe accompagnata Peppe.

Arrivò al porticciolo del sor Amedeo verso l’una e subito si rese conto che qualcosa non andava: tutti guardavano il mare, chi facendosi ombra con la mano sulle sopracciglia, chi con il binocolo. Un signore che evidentemente la conosceva si premurò di tranquillizzarla: “Signorì, stai tranquilla che non è successo niente!” Ovviamente l’informazione finì per rendere Giovanna ancora più preoccupata. Il sor Amedeo, che stava sul tetto della sua casetta scrutando l’orizzonte con il suo binocolo la vide e corse verso di lei: “Giova’, me dispiace tanto, ma t’ho da di che se so’ persi, er Sabbaka e il Nasica, ma mo’ li ritrovamo, stai serena. So’ usciti stamattina cor Capitan Cook; io li tenevo sotto controllo cor binocolo, erano lontani, ma poi a un certo momento non l’ho visti più. Comunque, tranquilla, il mare non è grosso, c’è solo un po’ de vento che magari l’ha portati verso Civita; po’ esse che il motore l’ha piantati, mo’ usciamo con la barca e li trovamo de sicuro”.

Nello stesso momento io, finita la mia immersione, risalivo in superficie. Chi emergeva era abituato a vedere immediatamente la barca di appoggio: chi era sopra si rendeva conto che il sub stava risalendo dalla forma e quantità di bolle: doveva essere pronto ad una eventuale assistenza; purtroppo non vedevo altro che mare con onde discrete ed un vento forte. Cercai di emergere quanto più possibile spingendo sulle pinne e usando l’appoggio del pallone, ma non vedevo altro che acqua. Mi sfilai il bibombole che, scarico, galleggiava, lo legai sotto al pallone con la torcia e la rete con le due aragoste che erano il risultato della mia pescata, fissai piombi e fucile all’altro capo della sagola lasciando che il loro peso portasse la sagola a fondo. Non mi rimaneva altro che nuotare verso riva sperando di recuperare la mia attrezzatura successivamente; ero abbastanza leggero, la muta aiutava il galleggiamento, ma mi resi subito conto che la situazione era tutt’altro che allegra: ero molto lontano dalla costa e vento e mare mi erano sfavorevoli. Ogni tanto mi fermavo e mi spingevo in alto con le pinne con la speranza di vedere la nostra barca con il Nasica: niente!

Cercavo di nuotare con un punto fisso sulle montagne di Tolfa, ma mi rendevo conto di scarrocciare e di guadagnare poco terreno, mentre il vento soffiava più forte e le onde diventavano sempre più alte. Ad un certo punto mi sembrò di sentire un rumore di fuoribordo; non era una sensazione, il rumore diventava sempre più forte e si stava avvicinando; tentavo di tirarmi su e di segnalare la mia presenza; io non vedevo altro che onde fino a quando una piccola barca mi fu quasi sopra: dal bordo si sporse una faccia nota che mi lanciò una sagola chiedendomi: “Sei Sabbaka?” Ripensando qualche tempo dopo all’episodio mi chiedo se avessero abbandonato quel naufrago solo, in mezzo al mare, se non fosse stato Sabbaka; ma chi altro pensavano di trovare? I miei salvatori erano i tre fratelli “Bassotti” così detti per la statura non solo dei tre, ma, curiosamente, anche di tutti i loro amici; nulla a che vedere comunque con la Banda Bassotti di zio Paperone. Cercarono di mettermi al corrente di quanto era successo: avevano visto che la barca del Nasica non aveva più motore e, peggio, si era disincagliata andando alla deriva; avevano cercato di trainarlo, ma il mare che stava crescendo ed il loro piccolo motore li avevano convinti a lasciar perdere, anche perché Giancarlo Nasica era preoccupato per me che dovevo risalire da un momento all’altro e voleva che mi venissero a recuperare. Così, dopo aver lasciato uno di loro a far compagnia a Giancarlo, si erano diretti verso la mia presunta posizione, avevano visto e recuperato il mio pallone con la mia attrezzatura ed infine mi avevano trovato.

Ora bisognava andare a terra quanto più rapidamente possibile, per poi soccorrere con una barca più potente il Nasica. Per le condizioni di mare e vento che erano diventate molto sfavorevoli, ci mettemmo più tempo del previsto. Quando arrivammo tutti guardavano l’orizzonte e, inizialmente, nessuno fece caso a noi che attraccavamo, poi Giovanna per prima si accorse che c’ero anche io: lei fu molto felice, mentre gli altri erano sorpresi e perplessi perché sapevano che io dovevo essere sul Capitan Cook. Spiegammo concitatamente quello che era successo; d’altra parte avevano immaginato problemi gravi in quanto la barca si era allontanata troppo e, in quel momento, non la si vedeva più; un altro amico, Felice, aveva tentato di uscire alla nostra ricerca, ma le condizioni del mare lo avevano costretto a rinunciare. Prima di segnalare la cosa alla Capitaneria, si era deciso di rintracciare Enzo il proprietario di una barca con due motori da 60 cv, per tentare con lui il recupero. Enzo non si trovava e così il sor Amedeo si prese la responsabilità di utilizzare la sua barca che fu rapidamente caricata di miscela e attrezzata con robuste cime da traino: “Chi vuole andare?” Tutti guardavano se altri prendevano qualche iniziativa, ma era evidente uno scarso slancio di disponibilità, così, d’istinto, io urlai un “vado io”. Intravidi l’espressione del viso di Giovanna: stava passando rapidamente dalla contentezza per il suo naufrago ritrovato alla perplessità, poi tristezza per il suo nuovo futuro naufrago: “Ma dove vai? Sei stanco, sei appena tornato, rimani qui”; ma io ormai ero nel pieno di una trance eroico-coraggiosa da salvatore senza paura e la Giò si rassegnò a lasciarmi andare non prima di avermi costretto a portare con me il sacchetto della colazione amorevolmente preparato dalle sue mani: “Non si sa mai!” disse immaginando forse una permanenza infinita alla deriva nel mar Tirreno ed una conseguente fine per fame.  

Uno dei bassotti, forse in uno slancio di amore fraterno (il fratello era finito sul Capitan Cook), decise di accompagnarmi. Ci fu un dibattuto consulto tra i vari esperti marinari sulla scelta della direzione che avrei dovuto tenere: chi diceva che il vento avrebbe portato la barca a sinistra, chi sosteneva che, fuori Capo Linaro, la corrente spingeva verso Civitavecchia ed altri ancora erano certi che la direzione giusta era dritto verso ovest; io scelsi la teoria del sor Amedeo che era la persona di cui avevo maggior fiducia in fatto di mare. La barca con i due motori accesi dava una sensazione di sicurezza; inoltre mi sembrava che il mare e soprattutto il vento fossero un po’ calati: meglio! Appena fuori dal porticciolo, aumentai il gas nei limiti che il mare mi consentiva: man mano che mi allontanavo dalla costa le onde più grandi mi costrinsero però a diminuire la potenza; mi sforzavo soprattutto di seguire la rotta suggeritami dal sor Amedeo mentre il Bassotto scrutava il mare con il binocolo che ci avevano prestato.

Il tempo passava e non c’erano novità salvo il fatto che eravamo tutte due bagnati e infreddoliti (anche se io avevo ancora la muta che mi proteggeva un poco) ed il pozzetto si era riempito d’acqua dove galleggiava, tra l’altro, il panino di Giovanna: doveva essere con mozzarella e prosciutto, il mio preferito. Cominciavamo ad essere preoccupati. Nessuno dei due diceva nulla, ma era chiaro che entrambi eravamo assaliti da dubbi, che in quei momenti diventano progressivamente più drammatici: dove sono andati? Sarà questa la direzione giusta? E se il mare ha riempito d’acqua la barca? Se sono andati a fondo? Poi la razionalità ritornava: “Ma che sto pensando?” e si continuava a scrutare il mare.

Molto lontano, leggermente a nord era comparsa la sagoma di un grossa barca che sembrava ferma: decidemmo di puntare in quella direzione. Era un peschereccio bluastro che faceva segnali luminosi probabilmente diretti a noi; quando fummo più vicini, fu chiaro che alcuni marinai sventolavano panni bianchi per attirare la nostra attenzione; il primo a vedere il Capitan Cook fu il Bassotto con il binocolo: “Sabbaka è lì, è lì… lo copre il peschereccio, ma è lì dietro, lo abbiamo trovato!” Continuava a strillare. L’equipaggio del peschereccio ci salutava con grandi agitare di braccia e mani; altrettanto si sbracciavano Giancarlo ed il Bassotto. Quando fummo più vicini un marinaio ci spiegò che avevano visto la barca in difficoltà e si erano avvicinati per imbarcare i naufraghi, ma certo non avrebbero potuto trainare la barca; noi tutti ringraziammo gli splendidi pescatori ponzesi e, dopo aver saldamente collegato la Capitan Cook alla nostra barca iniziammo il ritorno a terra. 

Nel frattempo, il vento era molto diminuito di intensità ed anche il mare era più tranquillo. Era quasi sera quando arrivammo al porticciolo, già a un centinaio di metri ci giungevano le grida di gioia degli amici e anche di tutti i presenti: a terra fu tutto un abbracciarsi; congratulazioni, baci, pacche sulle spalle, sembrava che avessimo compiuto una grande impresa: noi sapevamo che sì, qualche problema c’era stato, qualche rischio l’avevamo corso, ma, in fondo non era stata poi una grande impresa, anche se, in quel momento, eravamo orgogliosi che qualcuno lo pensasse.  Gli amici del porto ci avevano riservato una sorpresa: era pronta una super grigliata con cernie e saraghi e con le mie due aragoste; qualcuno aveva portato abbondanti bottiglie di cannellino, altri pane e aglio per le bruschette: tutti ridevano e scherzavano, qualcuno era brillo; eravamo davvero contenti e felici. Piano, piano ci si cominciò a salutare e la bellissima serata andò lentamente a morire; giornata dura, con grandi fatiche fisiche ed emotive, ma conclusa in modo positivo e con grande soddisfazione ed allegria di tutti. Anche la stanchezza non si sente più, quando si ha la fortuna di avere una persona amata che si prodiga in complimenti, paroline dolci e carezze: Giovanna continuava a coccolarmi dolcemente: “Sei stanco, vero, tanto stanco povero amore!” … Io ero distrutto, ma stavo benissimo, proprio benissimo.


Arrigo Sabbatini

Amore e passione sono le stesse molle che hanno spinto scienziati, esperti e ricercatori a creare il progetto Aquatilis Expedition promosso dall’Associazione Aquatilis e il progetto Deepseaker promosso dalla iSpace2o, entrambi soci di Assonautica Acque Interne Lazio e Tevere con la propria struttura di servizio per le attività subacquee ASD Calipso.

Ma il riferimento ai “pescatori ponzesi” (originari dell’Isola di Ponza, nello straordinario arcipelago delle isole Ponziane o Pontine, di origine vulcanica situato nel nostro Mar Tirreno), che hanno tratto in salvo i due naufraghi coprotagonisti del racconto di Zio Arri, ci ricollega proprio all’ultima edizione del progetto, patrocinato anche da Assonautica Acque Interne Lazio e Tevere, partner strategici del Progetto “AQUATILIS Expedition Ponza 2020”, in collaborazione con l’Assonautica Italiana ed Euromediterranea, l’Istituto Italiano di Navigazione, il Centro Studi Nautici e il Circolo Nautico Tecnomar di Fiumicino.

La spedizione Aquatilis Expedition Ponza 2020 si è svolta proprio nei mari dell’Isola di Ponza dal 5 al 25 Marzo 2020, appena all’inizio del periodo di lockdown per la pandemia, e ha avuto come scopo principale la promozione scientifico-documentaristica e divulgativa degli ecosistemi pelagici marini mediterranei. Assonautica Acque Interne Lazio e Tevere ha fornito il sostegno nella comunicazione e organizzazione degli eventi di promozione e fornirà il supporto tecnico logistico per le spedizioni che si svolgeranno nel Lazio, oltre che l’assistenza agli ormeggi, la disponibilità di posti barca e di spazi per l’organizzazione di meeting/conferenze stampa di presentazione del progetto, potendo contare non solo sulla rete delle sezioni territoriali di Assonautica Italiana, ma anche sulle sedi delle Camere di Commercio di riferimento, nell’ambito del Sistema camerale italiano rappresentato da Unioncamere e da Assocamere Estero.

Mercoledì 12 febbraio 2020 si è svolta la prima Conferenza di Presentazione del Progetto AQUATILIS EXPEDITION PONZA 2020, organizzata da Assonautica Acque Interne Lazio e Tevere, nella propria sede operativa galleggiante a bordo del rimorchiatore storico a vapore Pietro Micca, ormeggiato presso il Cantiere Navale Tecnomar, in collaborazione con Assonautica Italiana ed Euromediterranea, l’Istituto Italiano di Navigazione, il Centro Studi Nautici e il Circolo Nautico Tecnomar di Fiumicino.

Il Dott. Armando Macali, Presidente dell’Associazione Aquatilis, biologo marino e ricercatore universitario, Direttore scientifico dell’Istituto di Idrobiologia e Acquacoltura Gustavo Brunelli, ha presentato il Progetto AQUATILIS EXPEDITION PONZA 2020, spedizione scientifico-documentaristica degli ecosistemi pelagici marini mediterranei, strutturata su differenti livelli di approfondimento: una parte scientifica, estesa a tutta la durata della spedizione, che si prefigge di esplorare gli ambienti pelagici durante le ore notturne, alla ricerca di quella biodiversità che per caratteristiche ecologiche e di grandezza rimane a tutt’oggi largamente sconosciuta; una parte divulgativa, che prevede la realizzazione di una mostra fotografica temporanea, dei seminari nei complessi scolastici dell’isola e un workshop sulla fotografia scientifica subacquea; una parte documentaristica, con la realizzazione di documentari in altissima risoluzione e brevi clip con finalità divulgative. 

Presso la sede nazionale di Assonautica Italiana Unioncamere il 21 febbraio 2020 si è svolta la seconda Conferenza di presentazione del Progetto AQUATILIS EXPEDITION PONZA 2020, organizzata da Assonautica Acque Interne Lazio e Tevere, in collaborazione con Assonautica Italiana ed Euromediterranea, l’Istituto Italiano di Navigazione, il Centro Studi Nautici e il Circolo Nautico Tecnomar di Fiumicino.

Il Dott. Armando Macali, Presidente dell’Associazione Aquatilis, biologo marino e ricercatore universitario, Direttore scientifico dell’Istituto di Idrobiologia e Acquacoltura Gustavo Brunelli, ha presentato il Progetto AQUATILIS EXPEDITION PONZA 2020, spedizione scientifico-documentaristica degli ecosistemi pelagici marini mediterranei, che si è svolta successivamente nei mari dell’Isola di Ponza, nell’arcipelago delle Isole Pontine, tra il 5 e il 25 Marzo 2020. Pubblicheremo presto i risultati scientifici della spedizione 2020.

Ancora una volta Assonautica Acque Interne Lazio e Tevere, in collaborazione con l’Assonautica Italiana ed Euromediterranea, l’Istituto Italiano di Navigazione, il Centro Studi Nautici e il Circolo Nautico Tecnomar di Fiumicino, si conferma promotrice attiva della Cultura marinara e dell’Economia del mare e delle Acque Interne, per un turismo nautico sostenibile, fluviale e costiero, in una dimensione mediterranea internazionale.

Basti pensare a tutto ciò che un giorno potremmo fare nel mondo sommerso a bordo del Deepseaker. Deepseaker DSI è il mezzo innovativo progettato dalla iSpace2o, interamente costruito in materiali compositi, con cui navigare in modalità aliscafo e in immersione fino a 40-50 metri di profondità con l’utilizzo di zavorra mobile per produrre una galleggiabilità neutra. Deepseaker DSI è dotato, inoltre, di un nuovo sistema brevettato di rigenerazione dell’ossigeno respirabile direttamente dall’acqua di mare.

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