Santa Severa

16 di Dicembre, 2020 - Racconti di mare - Commento -

Piero Orlando

Le aragoste di Palo

Avevamo comprato uno scandaglio: era un acquisto importante per noi; ci era costato molto malgrado la suddivisione in quattro: non vedevamo l’ora di collaudarlo.

Ci era giunta voce che nella zona di Palo, un paio di miglia fuori all’altezza del Castello Odescalchi, alcuni pescatori professionisti avevano catturato qualche aragosta su una secca che noi non conoscevamo e che non era presente sulle carte nautiche in nostro possesso: poteva essere il segnale che, come tutti gli anni, le aragoste cominciavano ad avvicinarsi a terra per la riproduzione. Questo era un momento atteso dai molti sub: noi abitualmente facevamo le nostre battute nelle acque di Santa Marinella, che conoscevamo benissimo, senza il supporto dello scandaglio. Visto che avevamo questa nuova attrezzatura, perché non tentare qualche immersione nelle zone a noi poco note e sicuramente meno frequentate? Dunque, si decise per sfruttare l’informazione ricevuta e fare l’immersione nella zona di Palo. Da quelle parti l’acqua raramente era limpida, causa strani giri di correnti e la foce di un fiumiciattolo; bisognava trovare la giornata fortunata.


La mattina del sabato posteggiammo la macchina dove la strada era più vicina al mare, per fare meno fatica nel trasportare a mare prima il gommone, poi tutta l’attrezzatura ed il motore. Eravamo in quattro: io, Lucio, Nicola e Fede.

La piccola spiaggia libera di Palo era frequentata da chi non si poteva permettere la più nota e costosa Fregene, né Ladispoli. Era sabato mattina e le famiglie stavano arrivando numerose, posizionando ombrelloni e sdraio un po’ ovunque: molti stavano osservando con molta curiosità il nostro andirivieni tra la strada e il canotto sul bagnasciuga; finito di caricare il canotto, decidemmo che sarebbe stato più comodo infilarci le mute sull’asfalto della strada evitando di bagnarci o, peggio, di sporcare le mute con granelli di sabbia. Non fu una scelta felice: al nostro passaggio tra gli ombrelloni, subimmo i commenti di meraviglia dei bimbi: “Anvedi… ce stanno i Batman!”, i chiarimenti della mamma esperta: “Nun so’ Batman, è che c’hanno freddo e c’hanno delle tute speciali pe’ nun bagnasse”, o il terribile sarcasmo dei romani: “Ma n’do vanno, qua c’è solo sabbia”, “Vanno ha pijà le telline, che al largo so’ più grosse”, oppure: “No, pijano le sogliole col retino, vedi che nun c’hanno i fucili”. I primi commenti ci avevano divertiti, ma poi fummo molto felici quando il motore del gommone ci portò lontano da lì.

Posizionammo il nuovissimo scandaglio sulla luce di poppa del gommone e, sulla base delle scarse indicazioni che avevamo ricevuto, iniziammo la ricerca degli eventuali punti di interesse: lo scandaglio funzionava perfettamente, però, malgrado i nostri pazienti tentativi, non si trovava alcuna secca o calata; il fondale era perfettamente piatto con lieve e logico aumento di profondità andando verso il largo. L’unico elemento positivo era la discreta trasparenza dell’acqua. Il tempo passava senza novità, Fede aveva perso le speranze e propose di lasciar perdere e di ritornare a riva per poi spostarci nelle zone di Santa Marinella che conoscevamo benissimo: muovendoci subito avremmo avuto ancora il tempo per fare una bella immersione nelle nostre abituali acque. Decidemmo per un’altra mezzora di ricerche: stavamo quasi per andare via, quando Nicola disse che gli sembrava di aver visto qualcosa sullo scandaglio. Tornammo indietro guardando tutti con attenzione il piccolo schermo ove improvvisamente comparvero due leggeri balzi del segnale rettilineo: se erano scogli erano veramente piccoli; Nicola sosteneva che poteva trattarsi di due relitti e questa eventualità aumentò il nostro desiderio di immersione. La profondità era poca, non più di 25 metri; non rimaneva che ancorare e fare il solito sorteggio per vedere chi sarebbe stato ad immergersi per primo: toccò a Nicola. Quando scomparve nel blu continuammo a discutere sul fatto che nessuno sapeva di quei relitti anche se, disse Lucio, qualche pescatore raccontava di aver perso le reti in quella zona, segno che qualcosa c’era. Con sorpresa Nicola tornò in superficie molto prima del tempo previsto: chiamava a gran voce e non era chiaro se aveva qualche problema o se urlasse di gioia, ma, appena vicini, ci rendemmo conto che l’ipotesi giusta era la seconda: “E’ pieno di aragoste, datemi altri due retini che riscendo subito, poi vi racconto”. Alzò il suo canestro che io e Lucio tirammo a bordo: era letteralmente colmo di aragoste, non grandi, ma bellissime. Se in pochi minuti ne aveva prese tante, doveva essere veramente un posto eccezionale. Gli passammo i due canestri e lui si immerse rapidamente.

Foto di Filippo Fratini, biologo marino

Per le aragoste noi usavamo dei grossi retini con rete a maglia larga con una bocca tonda tenuta aperta da un filo di acciaio. Non rimaneva che aspettare che Nicola riemergesse: l’attesa fu breve. Anche gli altri due retini erano colmi di aragoste; in barca, Nicola, entusiasta, raccontò: “Sono come due piccole torte, a distanza di 10 metri l’una dall’altra, emergono per poco, due, tre metri al massimo e anche alla base, tra i due grossi scogli, c’è un po’ di sasso: ogni più piccola fessura è occupata da aragoste, ragazzi, una cosa mai vista!” Eravamo tutti eccitati ed ansiosi di scendere in acqua! Lucio, che era il più riflessivo ci portò alla realtà e suggerì di organizzare le immersioni nel modo più produttivo possibile: svuotammo i retini sul pagliolo del gommone, ogni sub sarebbe sceso con i quattro retini vuoti e ne avrebbe portato con sé uno solo, dopo aver fissato con appositi moschettoni gli altri tre alla sagola dell’ancora. Se le aragoste erano così tante, ognuno avrebbe potuto sostituire sott’acqua il retino pieno con quello vuoto, senza risalire. Concordata questa saggia decisione scese Fede. Riemerse con i quattro retini colmi: anche questi furono rapidamente svuotati nel gommone, consentendo l’immersione di Lucio. Quando riemerse, ci rendemmo conto che era diventato difficile gestire le aragoste libere sul fono del gommone, non sapevamo dove mettere i piedi e cercammo di fare una barriera con borse e bombole.

Quando toccò a me, qualcosa era cambiato: C’erano ancora molte aragoste, qualche antenna qua e là (segno che qualcuna era riuscita ad evitare la cattura) ma non così tante come aveva descritto Nicola; molte erano spaventate, si rintanavano subito. La tecnica di cattura dell’aragosta (per chi non lo sa) è assai subdola ed è necessario che l’animale non sia spaventato; le aragoste, quando sono tranquille, si posizionano con la coda nella fessura che per loro rappresenta la sicurezza, pronte a ritrarsi al primo segno di pericolo; mostrano all’esterno solo le loro lunghissime antenne che si muovono in continuazione, saggiando l’acqua. Il sub deve conquistare la loro fiducia: l’avvicinamento è lento, senza gesti rapidi e l’obiettivo è e quello di farsi toccare la mano destra dalle antenne che devono esaminare a lungo la mano che, piano, piano, cammina sulle lunghe antenne fino a raggiungerne la base. A quel punto si stringono con forza le antenne (in quel punto non si rompono) e si tirano in avanti, mentre, con la mano sinistra si afferra il dorso dell’aragosta. Riempii tre retini e parte del quarto.

Foto di Filippo Fratini, biologo marino

Foto di Filippo Fratini, biologo marino

Il fondo del gommone era completamente coperto di aragoste, si sovrapponevano, scattavano e saltavano in un ultimo tentativo di fuga, si infilavano in ogni fessura. Mai vista una quantità tale di aragoste.

Oggi ripensando a quella strage, perché di strage si trattò, mi rendo conto di aver arrecato un danno immenso alla riproduzione di quegli animali, danno che si è sommato a quello di tanti altri sub o di altri individui che hanno depredato, inquinato per tanto tempo, senza alcun freno o remora, i mari italiani. Mi risulta che oggi le aragoste che arrivavano così numerose sulle coste laziali, non ci siano quasi più; purtroppo allora non avevamo alcuna coscienza ecologica e nessun messaggio di pericolosità ambientale era diffuso dai media o dagli studiosi.

Quando, più tardi, iniziammo tutti o quasi ad autolimitarci o ad abbandonare la pesca, era già tardi; molti di noi per fortuna diventarono ecologisti convinti.

Quando arrivammo sul bagnasciuga, l’accoglienza dei bagnanti fu di stupore in un primo momento, poi di congratulazioni e complimenti. Le onde della riva facevano cadere in acqua qualche aragosta scatenando una guerra prima tra i bambini, poi anche tra gli adulti, per cercare di catturarne almeno una; credo che nessuno ci riuscì per buona sorte di quegli animali che avevano ritrovato un’insperata libertà.

Caricata la macchina e montato il gommone sul carrello, andammo verso Santa Marinella per vendere tutto quel ben di Dio ai due ristoranti che abitualmente ci compravano il pesce; nel tragitto si discuteva sulla cifra da chiedere e si facevano rapidamente i calcoli del denaro che sarebbe toccato ad ognuno di noi. Purtroppo, i ristoratori non vollero comprare tutte le aragoste; potevamo andare in giro a cercare di venderle ad altri ristoranti, ma, visto che nessuno aveva voglia di cercare acquirenti nuovi, si decise che andava bene così e che ci saremmo divisi equamente le aragoste rimaste. A me toccarono circa 40 aragoste.

Arrivai ad Albano verso sera dove mia moglie Giovanna era ospite in casa dei miei cugini. Soliti saluti ed abbracci, ma, alla vista delle aragoste i saluti, gli abbracci e baci furono molto più calorosi e prolungati, in particolare da parte di mia moglie Giò che era ghiottissima di aragoste. Mia cugina modificò il menu serale per dedicarsi alla cottura delle aragoste; furono invitati due amici che inizialmente sembravano restii ma, quando videro i crostacei, accettarono con entusiasmo.

Al centro della tavola c’era un capiente contenitore di ceramica dove venivano portate le aragoste appena cotte: ognuno ne prendeva una per volta; c’era chi faceva una pulizia precisa piluccando la testa e aprendo le zampette chi invece, come Giovanna, mangiava solo la coda, lasciando che altri piluccassero il resto del crostaceo. La osservavo: ne aveva già mangiate una grande quantità e continuava senza remore a rompere carapaci e mangiare code; era divertita, felice, con una espressione che la faceva sembrare più bella del solito; ed io ero fiero e soddisfatto di averla resa così felice. Non nascondo che pensai, guardandola, alla voce che affermava che le aragoste sono molto afrodisiache.

Poi la fantastica, piacevole cena terminò: saluti, complimenti, baci ed ognuno si ritirò nelle proprie stanze. Finalmente anche io ero nel mio letto con Giovanna al mio fianco: mi diede il solito bacio della buona notte poi si girò sull’altro fianco rannicchiandosi in posizione fetale come era sua abitudine per prendere sonno: dopo pochi secondi già dormiva. Io, che, anche quando sono stanco, ho difficoltà a prendere sonno, mi rigiravo nel letto e non potevo fare a meno di pensare e ripensare al deficiente che aveva messo in giro quella ridicola storia delle aragoste afrodisiache!


Arrigo Sabbatini

Fortunatamente, oggi, sono molti i progetti di ripopolamento di aragoste e astici condotti nel Mar Tirreno, basti pensare a quello realizzato dal Centro Ittiogenico Sperimentale Marino (CISMAR), diretto dal Prof. Giuseppe Nascetti del Dipartimento di Scienze Ecologiche e Biologiche dell’Università degli Studi della Tuscia. Il CISNAR, situato nella Riserva Naturale “Le Saline di Tarquinia”, si avvale della collaborazione di esperti e ricercatori come il nostro collega Dott. Armando Macali, Componente del Comitato Tecnico Scientifico di Assonautica Acque Interne Lazio e Tevere, nella sua qualità di Direttore dell’Istituto di Idrobiologia e Acquacoltura Gustavoo Brunelli di Sabaudia, capofila del Contratto di Lago di Paola, integrato con il Contratto di Costa Agro Pontino, entrambi promossi anche da Assonautica.

The Ichthyogenic Experimental Marine Centre (CISMAR) belongs to the Department of Ecological and Biological Sciences (DEB) of the University of Tuscia (Viterbo, Italy) and is located in the Natural Reserve “Le Saline di Tarquinia”. Primary goals of the Center are the study and monitoring of biodiversity of coastal and transitional environments. Its activity is primary focused on the genetic characterization of marine animals populations, applying genetics and behavioural biology to population management. In this field, one main action is the controlled reproduction of target species for restocking purposes.

Il Centro Ittiogenico Sperimentale Marino (CISMAR) presentato dal Prof. Giuseppe Nascetti


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