Senza una adeguata formazione gli incidenti sono dietro l'angolo

04 di Settembre, 2022 - Subacquea industriale - Commento -

Michelangelo Milazzo / foto repertorio Cedifop

Un anno fa, e più precisamente il 26 agosto, Giorgio Chiovaro, un sub trentanovenne originario di Palermo, perdeva la vita durante un’immersione colpito dall’elica di un motoscafo. 

Giorgio era sposato, padre di un bambino e con una grande passione per il mare che lui stesso definiva “la sua vita”. Lo stesso mare che quel giorno se l’è portato via. 

Giorgio è morto a Follonica in un allevamento ittico di Civitavecchia. 

Cittadino di Donoratico, una frazione del comune di Castagneto Carducci nel Livornese, dove si era trasferito con la sua famiglia, Giorgio era un sub alle dipendenze di un'azienda ittica. 

Quel giorno, a quattro miglia a largo di Follonica, si era immerso per completare il ricambio delle reti di una gabbia da maricoltura, quando, all’improvviso, è stato colpito mortalmente dall'elica di un'imbarcazione. 

Stessa passione per il mare, per le immersioni, e stessa tragica fine per Francesco Annechiarico, il sub morto per un malore il 9 luglio del 2016 a Latina. 

Il 44enne era andato a pulire la lapide in memoria del padre, posizionata sul fondale di Foce Verde, vicino a una statua di Cristo. 

Francesco come il figlio Rodolfo, detto Rudy, deceduto sempre mentre si trovava in immersione, il 26 maggio del 2005 all'isola d'Elba, schiacciato da un tubo del depuratore che stava posizionando.



Più recentemente, il 30 dicembre del 2019, ha visto la morte il 42enne triestino Wolfang Galletti impegnato in operazioni subacquee in un cantiere in Angola. 

Galletti era un Ots-Af, (Operatore tecnico subacqueo di Alto fondale). 

L’incidente si sarebbe verificato a fine turno, poco prima del rientro nella “campana”, il mezzo utilizzato per raggiungere i fondali. 

Galletti in quel momento era assieme a un collega, a decine di metri di profondità, impegnato nella riparazione subacquea di una sea-line – una condotta sottomarina – per conto di una ditta italiana, quando è stato travolto mortalmente dalla tubazione alla quale stava lavorando. 

Questi sono soltanto alcuni più recenti dei tanti incidenti a causa di un’adeguata preparazione tecnica oltre che al mancato rispetto di presidi di sicurezza. 

Oggi l’Italia è uno dei pochi paesi al mondo dove l’acquacoltura rientra ancora nel livello “Inshore” (cioè immersioni da 0 a 30 metri extraportuali), anziché nel primo livello “Offshore” (cioè entro 50 metri extraportuali), secondo gli standard dell’IDSA, l’associazione internazionale che raggruppa enti di diverse nazioni dedicati al rispetto della formazione e della sicurezza degli operatori professionali subacquei. 

Come nel caso della Norvegia dove, sia per l’acquacoltura che per le attività nelle piattaforme dei mari del nord, le aziende si affidano alle direttive IDSA. 

Così come tutti i paesi del mare del nord che seguono il regolamento norvegese considerato che non ne hanno ancora uno proprio. 

Anche a Palermo, la scuola di metalmeccanica subacquea Cedifop, per i suoi allievi, provenienti dalle più diverse nazioni, adotta gli standard internazionali di sicurezza. 

Gli stessi che l’ente siciliano ha fatto riconoscere da una legge della Regione Siciliana i cui criteri, purtroppo, non sono ancora in vigore a livello nazionale. 

Manos Kouvakis, direttore del Cedifop, in una nota sottolinea «l’esigenza di una regolamentazione delle operazioni di subacquea industriale in aree extra-portuali, con particolare riferimento all’urgente questione della sicurezza». 

In Sicilia, infatti, è in vigore una legge regionale improntata agli standard internazionali IDSA attualmente adottati soltanto dalla Norvegia e dalla Danimarca, unici Paesi ad aver regolamentato in Europa gli obblighi formativi per svolgere attività dei sommozzatori e commerciali di subacquea extra-portuale. 

Obblighi che colmano, altresì, il vuoto nella legislazione nazionale creato esclusivamente per la subacquea industriale realizzata in ambito portuale. La legge 7/2016 della Regione Sicilia prevede il livello “Inshore” (entro i 30 metri, dove rientrerebbe l’acquacoltura) e i due livelli “offshore” (Aria 30/50 metri e “Sat” oltre 50 metri). 

L’articolo 27-bis del decreto-legge 4/2022, introdotto in sede di conversione con emendamento al Senato, ha previsto l’aggiornamento dei requisiti professionali per i sommozzatori in servizio locale (OTS) contenuti nel decreto ministeriale del 13 gennaio 1979 la cui base di riferimento legislativo è all’articolo 116 del Codice della navigazione. 

La norma dà mandato al ministro delle Infrastrutture e della mobilità sostenibile, sentito il ministro delle Politiche agricole, di modificare il citato decreto anche al fine di prevedere una categoria di sommozzatori addetti all’acquacoltura. 

Occorre evitare, infatti, che tale modifica, invece di andare nel senso di una maggiore qualificazione degli operatori (visto l’alto livello di rischio delle attività subacquee riconosciuto dal d.lgs. 81/2008 e le esigenze di tutela dell’ambiente marino), finisca con l’abbassarne i requisiti, con le conseguenze di alti rischi in termini di salute e di sicurezza sul lavoro.

Appare come la migliore soluzione aprire un’interlocuzione che tenga conto di standard internazionali e di quanto già presente nella legge regionale siciliana 7/2016, per poter ridefinire compiutamente – in coerenza ed entro i limiti dello strumento normativo del decreto ministeriale – la disciplina del lavoro subacqueo con riferimento all’ambito portuale e a quelli extra-portuali, inclusa la stessa acquacoltura.



In realtà, gli “standard IDSA” non sono altro che un minimo numero di immersioni e di attività in acqua che un allievo, per essere dichiarato idoneo a immergersi a quella profondità, dovrebbe fare durante la formazione - mentre per chi ha - e lo possa dimostrare - tali immersioni, è prevista una valutazione. 

Oggi, con i nuovi percorsi di certificazione delle competenze, tale soggetto potrebbe presentarsi presso una qualsiasi scuola, anche da esterno, per avere certificata la formazione informale acquisita con il lavoro. 

Da rilevare, inoltre, che nel DM del 13 gennaio 1979, la parte di formazione non è specificata e di conseguenza moltissime scuole realizzano percorsi formativi inadeguati fermandosi solo al livello OTS (ambito portuale) in quanto i loro percorsi formativi fanno riferimento esclusivamente al decreto datato 1979. 

Tutto questo, anche al fine di prevedere la figura dei sommozzatori che operano in impianti di acquacoltura e disciplinarne l’ambito di attività. 

Ancorché rubricata solo in riferimento ai sommozzatori chiamati ad operare in acquacoltura, la norma apre la strada alla revisione del decreto ministeriale che regolamenta gli attuali “sommozzatori in servizio locale”. 

Considerato che oggi, sia per le attività extraportuali che per quelle relative all’acquacoltura, la Legge 7/2016 della regione siciliana rappresenta l’unico atto legislativo esistente in Italia, secondo standard IDSA che, come detto, sono gli stessi adottati in altri paesi europei, la cui mancata applicazione creerebbe disparità di trattamento tra operatori e imprese da regione a regione. 

Disparità che porterebbero, oltre che ad evidenti problemi di sicurezza, anche ad una concorrenza sleale su tutto il territorio nazionale.


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