So quello che non mangio.

21 di Ottobre, 2021 - Ambiente - Commento -

Testo, foto e illustrazione di Marta Bello

La transizione ecologica è anche una transizione culturale ed alimentare. Per salvare gli oceani dobbiamo smettere di mangiarli.

 La consapevolezza di ciò che scegliamo di mangiare è legata a doppio nastro con il rispetto verso il mare e chi lo abita. 

Un’educazione ad un’alimentazione etica è la base necessaria sulla quale poter creare un mondo migliore. 

Recarsi al supermercato a fare la spesa è un’attività quotidiana e abitudinaria di cui l’etica ha iniziato ad occuparsi solo in tempi recenti, indicativamente dalla seconda metà del secolo scorso. 

L’abitudine con cui continuiamo ad acquistare gli stessi prodotti alimentari si regge su un sistema di rafforzamento e auto-rafforzamento: l’abitudine individuale, in quanto riflette l’abitudine di una classe o di un gruppo che condivide il medesimo “mondo di senso comune”, è un sistema di strutture interiorizzate, schemi comuni di percezione, di concezione e di azione. 

L’abitudine tende a favorire le esperienze atte a rafforzarlo, ma non solo, in quanto essa tende ad “assicurare la propria costanza e la propria difesa contro il cambiamento con la selezione che opera tra le informazioni nuove”, rigetta le informazioni capaci di mettere in questione l’informazione accumulata, e soprattutto impedisce l’esposizione a tali informazioni, in breve: l’abitudine tende a mettersi al riparo dalle crisi e dalle messe in questione critiche. (Il senso pratico, P. Bordieu, 1980).

Il centro del nostro discorso, invece, vuole essere proprio questa messa in discussione critica: nel momento in cui anche l’azione di mangiare viene connotata da criteri etici, non possiamo più semplicemente mangiare ciò che da sempre ingeriamo per abitudine, dobbiamo mettere in discussione quello che finisce nel nostro piatto. 

 È un’operazione molto semplice, ma è necessaria un’educazione per questo, sono necessari degli strumenti per la lettura delle etichette del pesce prodotto industrialmente (e non solo). Spesso leggiamo “Derivato da pesca sostenibile”, ma può realmente esistere una pesca sostenibile? Lasciamo che la pubblicità ci inganni o vogliamo saperne di più? 

Ho deciso che volevo saperne di più, e sono andata nel primo supermercato sotto casa dove ho subito notato una prima cosa interessante sulle etichette: la prima divisione del pesce in vendita è tra quello pescato e quello allevato. Due prime osservazioni: generalmente, quando parliamo di allevamenti intensivi industriali e cambiamento climatico, facciamo riferimento prettamente a quelli terresti e spesso ci dimentichiamo di ciò che avviene a largo, in mare. Abbiamo anche una sorta di gerarchia valoriale specista per cui la vita di un maiale e quella di un merluzzo sono diverse, ma anche i pesci sono senzienti e molte specie marine sono estremamente intelligenti. La seconda osservazione è che in realtà è tutto scritto sulle etichette dei prodotti ittici destinate al consumo umano, il problema, o meglio, la difficoltà, è che le informazioni sono ingannevoli e indirette.



Inizialmente il pesce era soltanto pescato, con l’aumento della popolazione (basti pensare che nel 1800 la popolazione mondiale umana era di circa un miliardo, ad oggi siamo quasi ben otto miliardi) ovviamente è aumentata anche la domanda di pesce, i primi problemi sono ben presto insorti con una evidente scarsità delle risorse ittiche in libertà, alla quale è stata trovata la geniale soluzione dell’acquacoltura: il pesce allevato industrialmente.

 La zootecnica che prima era destinata unicamente agli animali non umani terrestri è stata spostata anche a quelli marini. 

 Le problematiche sono state immediatamente evidenti, possiamo prendere come nostro esempio iniziale il salmone, il quale andava esaurendosi, è così iniziato un allevamento intensivo di salmone che ha fatto addirittura aumentare la sua domanda di mercato: “La pesca al salmone selvaggio è aumentata nel mondo ben del 27% tra il 1988 e il 1997, proprio negli anni in cui esplodeva l’allevamento del salmone.” Sono stati subito individuati i sei fattori chiave che causano la sofferenza dei salmoni:

1. L’acqua è così sporca che rende difficoltosa la respirazione

2. L’affollamento è così intenso che gli animali iniziano a cannibalizzarsi a vicenda

3. Le manipolazioni sono così invasive che divengono tangibili a livello fisiologico il giorno successivo

4. Interferenze da parte degli addetti e di altre specie animali

5. Carenze alimentari che indeboliscono il sistema immunitario

6. Incapacità di formare una gerarchia sociale stabile, da cui si innescano ulteriori cannibalismi.

Abbiamo anche una produzione di pidocchi marini, i quali provocano lesioni che arrivano a scarnificare la testa fino all’osso, trentamila volte superiore a quella che avviene in natura. Il tasso di mortalità varia tra il 10 e il 30%, i pochi pesci che sopravvivono subiscono un trattamento terribile: saranno tenuti a digiuno per 7-10 giorni (per diminuire le deiezioni corporee durante il trasporto) e saranno uccisi con il taglio delle branchie, per poi essere gettato in una vasca d’acqua dove moriranno dissanguati contorcendosi dal dolore. (Se niente importa, Jonathan Safran Foer, 2011).

 Una delle donne più intelligenti della storia del pensiero è la filosofa e teorica politica Hannah Arendt, lei ha descritto benissimo la “banalità del male”, certo in un contesto ben diverso, ma la banalità del male sta proprio nel compiere le azioni nel dopo aver sospeso il processo del pensiero. Questa sospensione del pensiero consente il compimento di azioni che in nuce contengono il male, banali nella loro semplicità. 

La banalità con cui mangiamo la pasta con il tonno, la banalità con cui un pezzo di tonno equivale ad una manciata di pomodori, in un sistema economico e di commercio in cui spesso il primo costa anche meno del secondo prodotto. Questa è l’origine del problema. 



 Durante questo mio primo piccolo viaggio sono stata attirata da una parte ben specifica del supermercato: il reparto surgelati, qui ho trovato enormi contenitori frigoriferi pieni di pesce di tutti i tipi: calamari, gamberi, seppie, tonno… Molti si possono prendere con una palettina di plastica dura. 



Mi ricorda molto quando ero piccola e andavo nei negozi di caramelle in cui c’erano grandi contenitori trasparenti, divisi in scompartimenti ed in ognuno di essi c’erano caramelle di un gusto diverso. Le sceglievo con una piccola paletta di plastica dura, come fanno decine di persone tutti i giorni in quel supermercato, e poi le mettevo in un sacchetto di carta. Lì sacchetti di carta non ne ho visti, hanno solo quelli in plastica biodegradabile, gli stessi in cui si mette la frutta e la verdura da banco, solo un po’ più grandi. 

Ho immaginato quelle persone tornare a casa, cucinare quei pesci per loro, per membri della famiglia, amici, amiche, la fidanzata o il fidanzato. Con questa pratica di auto rafforzamento è diventata una cosa normale, anzi, una cosa verso la quale si è indifferenti. L’indifferenza per cui la bambina che compra le caramelle a forma di cuoricino al negozietto vicino casa è uguale al signore o alla signora che riempie una bustina piena di tonni. 

Torno ad osservare quel reparto per due, tre giorni di fila e finalmente riesco ad individuare delle etichette, ognuna indica la “provenienza” del pesce. Quelli che non sono allevati, sono ovviamente pescati, e i metodi di pesca industriale prevalenti sono tre: pesca con i palangari, pesca a strascico e pesca con reti a circuizione. 

Dal nome potevo intuire la violenza della pratica, ma non ne conoscevo le specifiche, così mi sono informata e la realtà ha superato la fervida immaginazione. Il palangaro è costituito da una lunghissima lenza di grosso diametro tenuta sospesa da delle boe, intervallata periodicamente da parti di lenza più sottile che diparte dalla principale (come fossero dei rami che si sviluppano dal tronco) a cui sono attaccati molti ami. Ovviamente ogni imbarcazione, in base alla propria grandezza, cala in mare decine, se non migliaia, di palangari. Ognuna di esse può arrivare ad essere lunga 120 km (in grado di attraversare il canale della manica per più di 3 volte).I palangari non uccidono solamente le specie mirate, ma anche altre 145. 

“Secondo uno studio sono all’incirca 4 milioni e mezzo gli animali marini uccisi come prede accessorie ogni anno, compresi oltre 3 milioni di squali, 1 milione di marlin, 60.000 tartarughe marine, 75.000 albatros e 20.000 delfini e balene.” 

C’è qualcosa di ancor più sorprendente: non è il tipo di pesca industriale più dannosa.“La pesca a strascico è il corrispondente marino del disboscamento della foresta pluviale.”.Alcuni dati e alcuni numeri aiutano la nostra immaginazione a renderci conto dell’imponenza del fenomeno: “Il tipo più diffuso di peschereccio attrezzato con reti a strascico spazza un’area di 25-30 metri, lo strascico daga il fondale marino ad una velocità di circa 4,5-4,6 km/h per diverse ore, spinge così tutto ciò che trova all’estremità opposta di una rete a forma di imbuto.”.

 La pesca a strascico fa terra bruciata di tutto ciò che trova, circa l’80-90% di ciò che finisce nelle reti è “materiale di scarto”: prede accessorie che vengono ributtate in mare e che la maggior parte delle volte sono morte. Ovviamente i dati variano a seconda di molteplici condizioni, per cui i pescherecci meno efficienti raggiungono una percentuale superiore al 98% di prede accessorie. 

La pesca con rete a circuizione invece è il principale metodo utilizzato per la pesca del tonno, il prodotto ittico più popolare. Questo tipo di rete si srotola e forma una sorta di muro che circonda il banco di pesci prescelto, una volta in trappola il fondo della rete viene chiuso, come se i pescatori tirassero la stringa di un sacco gigantesco. Issati sulla barca, i pesci muoiono in modo lento e doloroso, scagliati sul ghiaccio semiliquido. Questa morte accomuna tutti i pesci pescati e allevati. (Se niente importa, Jonathan Safran Foer, 2011).

 Questo sistema di pesca industriale, causato dall’egoismo umano e dal suo desiderio di consumare ciò che più preferisce, ha un impatto estremamente distruttivo della biodiversità e degli ecosistemi marini tutti. Così le specie si estinguono e i mari vengono svuotati.



I rapporti di forza tra il dominio e il potere delle varie specie sono evidentemente squilibrati, il dominio degli animali umani sull’infinità di altre specie che abitano il pianeta è un fenomeno complesso che si è però sedimentato generando la presunzione dello specismo, per cui la nostra specie sarebbe superiore a tutte le altre.Peter Singer, filosofo utilitarista antispecista fondatore del Movimento di Liberazione Animale del 1975, ci ha detto che un giorno lo specismo sarà eguale, e con altrettanta riprovazione morale di quella che si prova verso le persone razziste, omofobe, sessiste… Insomma, sarà equiparata ad ogni altro tipo di discriminazione. 

Se ciò non avverrà, il desiderio di consumo e la velocità dei nostri tempi distruggeranno i mari e gli oceani, i quali, infatti, con la loro incredibile bellezza potrebbero in breve scomparire ed essere luoghi desolati e vuoti. 

 La mia visita al supermercato continua e ci sono almeno altri due luoghi interessanti oltre agli enormi surgelatori di pesce: il bancone del pesce fresco e il pesce confezionato. Una serie di simboli, stemmi, bollini, codici rendono la lettura comprensiva delle etichette più complicata del previsto e capisco che l’indagine sarà lunga. Io non le avevo mai viste, perché non mangio animali da un po’ di tempo. Mi sono così resa conto che leggere ciò che viene scritto sulle etichette ha bisogno di un’analisi, non è né chiaro, né tantomeno diretto, questo non è etico nei confronti della massa consumatrice. 

 Ma l’etica evidentemente non è un problema di chi distrugge gli oceani a fini di lucro per arricchire materialmente la propria vita mentre i mari muoiono, e non lo sarà finché un sacchetto pieno di pesci sarà eguale eticamente ad un sacchetto pieno di caramelle.


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