Sub Antartide Racconti subacquei

19 di Aprile, 2022 - Storia - Commento -

Redazione / Tratto da: “Sub Antartide, racconti subacquei dal continente di ghiaccio”, di Luisa Cavallo, Edizioni IRECO

 

“Una storia di uomini, scienziati ed esploratori che nell’ultimo quarantennio si sono spinti al di là della conoscenze, inaugurando un nuovo capitolo della storia italiana… Una storia appassionante ed avventurosa delle spedizioni che hanno portato l’Italia in Antartide e gli scienziati italiani ad immergersi nelle sue gelide acque, ricca di testimonianze dirette del “veterani antartici”.

Ecco alcuni brani di queste avventure narrati in prima persona dai protagonisti.



Gennaio 1974. Baia Luna, Isola Media Luna, Shetland australi.

‘Eugenio, fai presto, sali sull’iceberg, qui è molto meno freddo che nell’acqua!’

A leggere queste righe viene da chiedersi ma Eugenio dov’era?

Era appena sceso in acqua a fare il primo approccio con le gelide acque antartiche.

E chi era Eugenio?

Nient’altri che Eugenio Fresi, ‘giovane virgulto’, approdato, qualche anno prima, assieme a me e ad una decina di altri neolaureati alla famosa Stazione Zoologica “A.Dorhn” di Napoli, come ricercatori ‘precari’ ante litteram.

Un bel giorno dell’autunno 1973 fummo convocati, io ed Eugenio, a Firenze, a casa dell’Editore Alessandro Olschki.

Era stato lui, qualche anno prima, a fondare, assieme ad altri, il Gruppo Ricerche Scientifiche e Tecniche Subacquee di Firenze (GRSTS), detto semplicemente ”Il Gruppo”, che si dilettava a fare spedizioni “scientifiche”, qua e là, in giro per il mondo.

E fu così che il 27 dicembre del 1973 ci trovammo a bordo del cargo polare ‘Bahia Aguirre’ della marina militare argentina diretti da Ushuaia, nella Terra del Fuoco, alla prima tappa del nostro viaggio, la base antartica di Decepcion nelle isole Shetland australi.

Allora l’Italia non aveva ancora la base nel Mare di Ross ed una delle poche nazioni che aveva una serie di basi scientifiche nel ‘Continente di ghiaccio’ era appunto l’Argentina.

Ci precedeva di qualche giorno il rompighiaccio General S.Martin.

Prima però avremmo dovuto doppiare Capo Horn, affrontare i quaranta ruggenti, i cinquanta urlanti e i sessanta stridenti, cioè i venti che spirano nei mari australi, attraversare lo stretto di Drake e superare la Convergenza antartica.

Non c’è distinzione tra il marinaio e la propria imbarcazione.

Dal momento in cui si lascia il porto nasce un unico corpo oscillante.

Questo nuovo essere che si lega anche all’acqua e al vento, diventa un enorme organismo all’interno del quale si disperdono alcuni confini.

Il rumore delle corde che stridono, gli scricchiolii del legno bagnato, il suono degli oggetti imbarcati che rispondono al rollio della nave sulle onde si amalgamano alla voce dei marinai, alle urla dei comandi del capitano.

Un magma oscuro diventa il respiro generale: il suono di un universo dove l’uomo, il vento, la nave e il mare uniti inscindibilmente insieme formano l’unico protagonista possibile’ (Dewey Dell). Poi ci saremmo trovati, finalmente, nell’Oceano Antartico.



Il nostro ‘team’ era composto da Paolo Notarbartolo e Alessandro Olschki come operatori cinematografici subacquei, Piero Solaini come fotografo, io ed Eugenio come scienziati.

C’era poi la seconda ‘troupe’ terrestre costituita dal ‘solo’ Eliseo Caponera, dell’Istituto ‘Luce’, che avrebbe curato le riprese fuori dall’acqua.

Arrivare in Antartide e andarvi sott’acqua, a quei tempi e con le attrezzature dell’epoca, non era certo una passeggiata.

Dovevamo praticamente inventarci tutto.

Nessun italiano si era ancora immerso al Polo Sud ed anche il grande Cousteau, con la Calypso, poco prima di noi, aveva dovuto fare marcia indietro e rinunciare alle immersioni.

Olschki e compagni avevano alle spalle una grande esperienza, così come io ed Eugenio, ma nelle calde e trasparenti acque mediterranee o in quelle tropicali, però. Nessuno di noi aveva mai sperimentato immersioni a -2°C, temperatura del mare in Antartide.

Fortunatamente, ci venne in aiuto, ancora una volta, Ludovico Mares, illuminato mecenate e sponsor di tante spedizioni scientifiche ma anche ottimo “artigiano” di attrezzature subacquee.

Mares ci confezionò una muta di neoprene di 8 mm, semistagna, che aveva una particolarità: due valvole sugli stinchi, una sul petto e due valvole a ‘becco d’anitra’ dietro i polpacci.

 Questo perché?

Piero Solaini nella sua vita avventurosa aveva fatto, per qualche anno, anche il ‘corallaro’. I corallari erano quegli strani subacquei che andavano a ‘fare corallo’ a più di 100 metri di profondità utilizzando aria e non miscele respiratorie come oggigiorno, e che, una volta risaliti fino sotto la barca, si dovevano sorbire ancora qualche ora di decompressione.

D’estate era facile ma, d’inverno, era veramente un supplizio e spesso il freddo era tale da costringerli a risalire anche prima del tempo, col rischio di un’embolia. Ma c’era stato uno di questi, che Solaini aveva incontrato, che aveva scoperto ‘l’uovo di Colombo’. Si era attrezzato con uno scaldabagno a gas, l’aveva messo sulla barca appoggio, l’aveva collegato ad una pompa e con una manichetta pescava l’acqua fuori bordo e la faceva ridiscendere con un altro tubo fino al punto dove si trovava a fare decompressione. Si infilava il tubo nella muta e l’acqua calda, scorrendo lungo il corpo, gli permetteva di rimanere immerso per tutto il tempo necessario alla decompressione. Era veramente quello che ci voleva. Infatti la muta così congegnata ci permise, una volta che il nostro scaldabagno piazzato sui gommoni riuscì ad accendersi (erano due grossi gommoni con fuoribordo quelli che usavamo per spostarci), di avere un benefico riscaldamento e potemmo rimanere anche più di 40 minuti nelle gelidissime acque polari.” (Prof. Francesco Cinelli)



I sub del GRSTS riuscirono ad effettuare circa una ventina di immersioni, quasi tutte ad oltre trenta metri di profondità, con tempi di fondo spesso superiori alle due ore… alla fine, è “Bubi” Olschki a regalarci le ultime parole sull’ambiente subacqueo antartico: “non molto diverso - dice Olschki - da quello mediterraneo perché, anche qui, le rocce sono vulcaniche (come frequentemente in Mediterraneo) ma la differenza è sostanziale per la trasparenza sempre precaria e talvolta inesistente: specialmente nelle zone che, per particolari situazioni orografiche sono più sgombre di nubi dove - per la lunga esposizione al sole - la ‘produttività primaria’ giunge al massimo e ci si immerge in una specie di “brodo di plancton”.

Ci sono, inoltre, sempre grandi alghe (che non si sa come possano sopravvivere nei lunghi inverni quando il ghiaccio impedisce la penetrazione della luce solare: forse è l’alta concentrazione di ossigeno molecolare nell’acqua gelida) e una miriade di echinodermi e molluschi. I pesci sono rari e appartengono alla famiglia dei Nototenidi alcuni dei quali sono privi di globuli rossi e possiedono nel sangue particolari glicoproteine che ne abbassano il punto di congelamento, permettendo loro, con questo ‘anti-freeze’ naturale, di sopravvivere anche a temperature di -2 °C”.



Dida foto 1 I gommoni di cui era equipaggiata la nave argentina “Bahia Aguirre”

2 Paolo Notarbartolo con la cinepresa Camenflex

3 Paolo Notarbartolo e Francesco Cinelli a cala Poffer

4 Bubi Olsky tra i pinguini Papua


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