Ventotene

30 di Novembre, 2020 - Racconti di mare - Commento -

Piero Orlando

La prima mafia

Abitualmente le gite a Ventotene erano di breve durata, due giorni al massimo, anche se abbastanza frequenti.

Questa volta eravamo riusciti ad organizzare una vacanza di 12 giorni: eravamo i soliti tre con, in più, Gianni, un ragazzo di Latina che si univa al nostro gruppo per la prima volta; non pescava, ma, ci avevano detto, era molto bravo con le foto subacquee. Per me, Lucio e Nino andava benissimo: potevamo dividere ulteriormente le spese comuni e le foto subacquee sarebbero state sicuramente migliori delle poche che noi di solito riuscivamo a fare con la nostra unica e super economica macchina fotografica Calypso.



All’arrivo della motonave, ci aspettavano i soliti amici: la solita proprietaria di casa e fantastica cuoca di pesce signora Lina che ci metteva a disposizione parte della sua casa a fronte di una modesta cifra di affitto, il nostro abituale barcaiolo Aniello e il sor Peppino che ci concedeva spazio per le nostre corpose attrezzature nella sua grotta a 3 metri dal mare. Per chi non conosce Ventotene, è bene dire che da tempi immemorabili sono state scavate nella roccia numerose grotte che sono sempre servite ai pescatori locali come 2 ricovero per le barche e per il materiale da pesca. Questi locali oggi sono stati trasformati in negozietti di souvenir, abbigliamento estivo e chincaglierie alla moda. C’erano tanti altri amici tra cui il pizzaiolo Renato ed il comandante del carcere di Santo Stefano (allora il carcere era pienamente attivo). Pur considerando che, fuori stagione, sull’isola non c’è molto da fare, eravamo sorpresi, quasi commossi, da una accoglienza così calorosa.



Scaricati i bagagli e sistemate le bombole, il compressore e tutto il materiale nella grotta, con rapidità grazie all’aiuto di tutti, io e Lucio andammo a trattare con lo Zar. Lo Zar era ufficialmente il proprietario dell’unica pescheria di Ventotene; in realtà era qualcosa di più perché monopolizzava il pescato dell’isola, rivendendolo quasi tutto in continente.


Non lo si vedeva quasi mai; la pescheria era gestita dalla moglie anche se, qualche volta, compariva il giovane figlio che stava facendo i primi passi nell’attività paterna.


Lo Zar, Luigi o Gigi di nome, viveva in una piccola abitazione ad un solo piano: chiamarla casa era un po’ troppo, dava più l’idea di un piccolo capannone industriale, reso però vivace da una colorazione gialla con due strisce rosse che la contornavano; qualcuno sosteneva che era grande e ben arredata con dietro due grandi celle frigorifere. Appena bussai al portoncino, comparve lo Zar: era un individuo magrissimo, basso di statura, vestito con pantalonacci neri ed una canottiera lercia; la faccia scavata e glabra si 3 intravedeva appena, nascosta da un enorme cappello di paglia a larghe falde. Non era molto rassicurante: non un buongiorno, non una stretta di mano, ma, con voce roca e bassa, imprevedibile in un individuo cosi magro e piccolo: “Volete?”. Lucio spiegò che prevedevamo di prendere un po’ di pesce e che ci era stato detto che forse lo avremmo potuto vendere a lui. Passò qualche secondo di silenzio imbarazzante, poi rispose che lui dai sub dilettanti non comprava perché gli consegnavano il pesce rovinato; tuttavia poteva fare una eccezione a certe condizioni: “Il pesce dovete spararlo solo coll’arpione, mai con il tridente, tutto quello che pescate, tutto, dovete portarlo a me, vi tenete solo quello per il mangiare vostro, io pago 1000 lire al kg. le cernie e 1500 il pesce bianco, per le aragoste ci mettiamo d’accordo quando le vedo” (naturalmente ho tradotto la frase in italiano in quanto il dialetto strettissimo dello Zar, un misto di napoletano-ponzese, sarebbe stato incomprensibile). Lucio tentò un’obiezione, ma non riuscì a terminare neppure una parola. “E’ un prezzo onesto, nessuno vi paga per il pesce a Ventotene: se va bene, stringiamoci la mano, se non vi sta bene, arrivederci”. Lucio esitava; io mi feci avanti e allungai la mano per una stretta forte e vigorosa: “Voglio sentire pure l’amico tuo: sta bene pure a lui?” mentre mi teneva ancora la mano; Lucio assentì: “Va bene pure per me”. Solo allora mi lasciò la mano e, prima di scomparire dietro il portoncino, disse: “Vi aspetto tutte le sere qui davanti alle 7, arrivederci”. Discutemmo a lungo tutti e quattro su quelle condizioni e soprattutto su quei prezzi, ma la conclusione era che non avevamo alternative e che quei pochi soldi ci avrebbero fatto comodo, ammesso di essere fortunati con la pesca. Piuttosto bisognava essere più selettivi nella scelta delle prede; anche l’attrezzatura doveva essere modificata: io, per fortuna avevo una buona scorta di arpioni inox molto sottili e penetranti; si rovinavano facilmente al contatto della roccia e quindi andavano usati con attenzione. I fucili potenti li avremmo lasciati in barca carichi e pronti per l’uso, ci si poteva fidare di Aniello. La mattina dopo, molto presto, pieni di speranza e di entusiasmo partimmo per la zona di pesca prescelta che, come al solito era stata oggetto di accese discussioni; alla fine, poiché sembrava impossibile trovare un accordo, tirammo a sorte e vinse Nino. La fortuna ci aiutò e la pescata fu eccezionale. Al ritorno, in barca, ognuno raccontava gli episodi di pesca più interessanti; tutti concordammo che la tecnica di mirare con più precisione alle prede per non rovinarle, dava una maggiore soddisfazione a risultato ottenuto, anche se qualche volta bisognava rinunciare a sparare: “quel sarago mi guardava sempre di taglio e non si è messo mai di profilo; due volte ho provato e quello sembrava volesse farmi vedere solo il muso, lo faceva apposta, era bello, veramente grosso, ho dovuto rinunciare, ma so dov’è, domani ci riprovo” protestava Nino. Anche io 4 avevo avuto episodi simili. Eravamo contenti anche perché Lucio aveva calcolato ad occhio il peso delle prede e lo aveva rapidamente tramutato in lire.


La sera, alle 7 bastò una bussatina leggera alla casetta giallorossa dello Zar, e lui comparve subito con una stadera arrugginita, senza dire una parola cominciò a pesare i pesci controllandoli attentamente a uno a uno, poi riportò il peso su un foglio di cartapaglia; non ne scartò nessuno. Quando Lucio osservò che non aveva messo un dentice nella lista dei pesci bianchi, sempre senza dire una parola, ma con una lunga a occhiata a Lucio, modificò correttamente la lista inserendo il dentice ove era giusto.


Quando terminò il controllo del pescato, tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un rotolo di banconote, calcolò quanto ci doveva e passò il denaro a Lucio dicendo finalmente: “Però… siete stati bravi, vediamo domani”. Il fatto che avesse aperto bocca o, forse, la visione di quelle banconote, mi autorizzò ad una stupida battuta indicando la casetta giallorossa: “Romanista?” Rispose rapido: “A me, di Roma, mi piacciono solo i colori” chiudendo dietro di sé il suo portoncino; per un attimo ritornò il gelo, ma poi, rapidamente, la consapevolezza di una giornata così piacevole e remunerativa, riportò l’allegria: “Quanto abbiamo fatto?”, “Non lo so ero troppo nervoso”, “Fermiamoci e contiamo subito”, “Ma no, così, in mezzo alla strada, contiamo a casa e li diamo tutti alla sig.ra Lina così non abbiamo tentazioni”, “Certo quel tizio è proprio strano”, “Sembra sempre incazzato”, “Incazzato o no, basta che ci paga”. Con questa conclusione pragmatica e filosofica di Nino eravamo arrivati a casa: ci aspettava la strepitosa cena della sig.ra Lina ed una pesante dormita.


Il giorno successivo andò più o meno allo stesso modo: la pesca fu meno ricca, ma in compenso, Lucio catturò una bellissima ricciola; questa cattura fu entusiasmante anche per il fotografo Gianni che riuscì a seguirne e a fotografarne tutte le fasi, era soddisfattissimo. Qualcuno gli chiese se ci avrebbe poi dato le foto scattate; ci aspettavamo una risposta tranquillamente affermativa mentre invece fu molto evasivo; aveva un contratto, c’erano delle esclusive e altri strani problemi per cui non insistemmo più di tanto, ma certo questo episodio creò un percettibile disagio e, da allora, scomparve l’armonia che avevamo creato fino a quel momento.
Gianni pubblicò qualche mese dopo le foto che aveva realizzato con noi a Ventotene su una rivista specializzata; queste foto contribuirono ad accrescere la sua notorietà di fotografo subacqueo: divenne un personaggio molto noto nel nostro ambiente, quando fu colto da un amaro destino. Fu trovato morente al largo del Circeo “attaccato da uno squalo che con un 5 morso gli aveva portato via parte del cranio”. Così, a grandi titoli, riportava un quotidiano ed altri giornali raccontavano più o meno la stessa cosa. Oltre alla pena e alla tristezza per aver perduto un amico, io e gli altri amici sub fummo pervasi da profonda rabbia per la diffusione di una notizia palesemente falsa: gli squali mediterranei non attaccano, non lo avevano mai fatto e noi tutti, abbastanza pratici di mare eravamo d’accordo su questo. C’era chi era stato nei mari tropicali dove qualche specie era effettivamente pericolosa, ma gli attacchi non erano stati mai registrati in quel modo, alla testa. L’unica possibilità, per noi certezza, era che la morte di Gianni fosse stata provocata da un’elica, magari dall’elica della barca dei suoi amici; nessuna indagine, nessuna ricerca, nessun intervento delle autorità, nessun dubbio: “lo squalo assassino aveva ucciso un noto fotografo sub”, questa era la notizia di effetto che sparavano i giornali e che i lettori volevano leggere.


Tornando all’episodio di Ventotene, la sera, rientrando nel porticciolo, trovammo ormeggiato vicino al nostro posto, un piccolo cabinato con equipaggio composto da una giovane coppia ed una bellissima bambina di circa 4 anni; venivano da Livorno ed il loro obiettivo erano le Eolie. Erano molto estroversi ed allegri, fu quindi facile creare un immediato rapporto di simpatia reciproca: noi ammiravamo molto il loro coraggio nell’affrontare con una barca così piccola il viaggio impegnativo che avevano programmato, loro erano interessati dalle nostre particolari attrezzature e meravigliati dalla quantità di pesci che avevamo catturato. La signora chiese se era possibile comprare qualcosa almeno per la bambina; ovviamente non avremmo mai venduto il pesce a degli amici, ma di fronte alle insistenze della signora, Nino prese due bei saraghi e li offrì in regalo; come sempre succede dopo una timida resistenza finirono per accettare offrendo in cambio una piacevolissima e graditissima bevuta di birra ghiacciata.


Andammo più tardi dallo Zar per la vendita del pesce: tutto si svolse come il giorno prima, salvo un piccolo contrasto dovuto ad una lampuga che lo Zar non avrebbe potuto rivendere, perché, secondo lui, troppo malridotta; non aveva poi tutti i torti, l’avremmo mangiata noi. C’era un’altra pesante incombenza: il compressore al porto era troppo rumoroso, così fummo costretti, con l’aiuto del sor Peppino che possedeva una favolosa Apecar con cassone da carico, a trasferire il pesante compressore sulla punta del molo esterno dove il rumore era meno percepito. Da allora tutte le sere uno di noi a turno passava un paio d’ore a controllare la ricarica delle bombole ed a rinnovare continuamente l’acqua di raffreddamento.


Il terzo giorno la pesca fu un po’ scarsa: mare mosso e vento forte ci avevano creato qualche problema. Tuttavia, dopo rapidi calcoli mentali, la quantità del pescato era sufficiente per andare dallo Zar rimediare qualche soldino. Bussammo al solito portoncino, ma questa volta ci aprì il figlio: abbassò lo sguardo sulle cassette poi guardò me e con la stessa voce roca del genitore disse lentamente: “Mio padre dice che oggi il pesce non ve lo compra”. Prima che richiudesse il portone riuscii a chiedere: “Ma perché? … avevamo fatto un patto!”, esclamai sorpreso, “Appunto, voi lo avete rotto questo patto”, mi rispose scomparendo dietro il portone. Ritornando a casa, pensavamo a cosa potesse essere successo: alcune ipotesi erano possibili, ma quando Nino disse che la colpa era sua perché aveva regalato i due saraghi ai nostri vicini di barca, fu chiaro che quello era il motivo dell’atteggiamento dello Zar: “Ma lo abbiamo regalato, mica venduto”, “E’ vero, ma gli avevamo promesso che gli avremmo dato tutto il pesce.” “Disgraziato e cornuto è.” “E adesso, che facciamo?” Infatti quello era il punto, cosa fare? Chi propose di andare nuovamente a trattare con lo Zar, chi pensava di vendere ad altri pescatori: impossibile, tutti facevano capo allo Zar. Si decise semplicemente di continuare a pescare per noi stessi senza pensare alle quantità, il di più lo avremmo regalato; il nostro divertimento e la nostra vacanza sarebbe continuata sino a quando il denaro già guadagnato (che non era poi pochissimo) sarebbe stato sufficiente.


Forse era meglio così: andavamo a mare senza pressioni, facendo foto con Gianni, visitando l’interno di Ventotene, facendo amicizia con i locali, gente povera, semplice ma speciale. Incontrammo in porto il direttore del penitenziario che ci invitò ad una visita a S. Stefano, isolotto, o meglio, grosso scoglio ad un miglio da Ventotene, dove era stato costruito il carcere, consentendoci anche di fare una rapida immersione nelle acque dell’isola che, essendo vietate da sempre a qualunque tipo di pesca, erano eccezionalmente ricche di pesce. Ma l’esperienza più forte, che colpì tutti e quattro nel profondo, fu quella di conoscere e parlare con i detenuti (quasi tutti ergastolani), guardarli negli occhi, sentire le loro storie: nessuno di noi potrà più dimenticare quegli incontri.


Due o tre mattine dopo, mentre stavamo caricando sulla barca la nostra attrezzatura, comparve il figlio dello Zar: “Ha detto mio padre che, da oggi, potete portare di nuovo il pesce… Alle stesse condizioni” aggiunse e andò via senza aspettare una nostra risposta. La sera andammo dallo Zar con il nostro pescato. Questa volta parlò e fu un discorso lungo: “Voi siete giovani, i giovani sbagliano ma vanno perdonati. Voi il patto non lo avete rispettato, ma ora sapete quello che dovete fare ed io sono sicuro che non sbaglierete più”; ci pagò e se ne andò. Dentro di me e, sono sicuro, anche nei miei amici, rimasero compressi insulti di vario tipo, ma nessuno parlò: solo Gianni (che era venuto alla casa dello Zar per la prima volta) in un sussurro tra sé e sé, ma percepibile, sparò il suo commento: “Ma che figlio di puttana!”.


Continuammo la nostra vacanza che diventava sempre più vacanza e sempre meno lavoro. I soldi dello Zar ci facevamo comunque comodo per raggiungere i previsti 12 giorni, tuttavia l’assillo era diminuito ed il piacere di essere meno impegnati era gradito a tutti e quattro.


Purtroppo, arrivò il giorno dei saluti, abbracci, anche imprevisti baci e persino qualche lacrima. La vecchia motonave si allontanava dall’isola e noi vedevamo ancora un emozionante sventolare di fazzoletti.
Era stata una esperienza fantastica, per la pesca, per i fondali spettacolari, per la gente che avevamo incontrato, per gli affetti che erano nati. Però, riflettendoci bene, avevamo anche scoperto quanto può essere malefico il potere di qualcuno su altri individui più deboli, avevamo scoperto come nasce la mafia. Noi, senza rendercene conto a quel potere ci eravamo rivolti. Quel potere mafioso ci aveva pagato la nostra vacanza.


Arrigo Sabatini




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